The Bear 4 – Dalle stelle Michelin alle stalle
Una frase che ogni genitore teme quando incontra gli insegnanti è “Suo figlio è bravo, ma non si applica”. È un modo gentile per riconoscere un potenziale che non ha mai avuto modo di brillare, ma anche e soprattutto un invito a fare qualcosa di più, a mostrare un sincero impegno. The Bear, la serie FX distribuita in Italia da Disney+, ha mostrato il suo potenziale nella prima stagione, affermandosi come uno dei casi seriali più interessanti dell’ultimo decennio, però pian piano, di stagione in stagione (con un rilascio annuale che non si è arreso nemmeno allo sciopero degli sceneggiatori), ha finito per perdere di vista la sua storia, arenandosi in una cucina che assomiglia a una prigione brutalista e asettica dove la dimensione famigliare è andata a scemare in nome di una maggiore individualizzazione dei personaggi.

I problemi sono iniziati a sorgere con la terza stagione, anche se sarebbe più corretto parlare di un trailer piuttosto che di un corpus compiuto di episodi, vista l’estraniante botta di arresto che ha subito il ritmo della narrazione. Una narrazione seriale, specialmente con la tempestività distributiva di The Bear, non deve incaricarsi di risolvere tutte le questioni lasciate in sospeso ogni anno, ma è anche vero che passare 10 episodi a girare in tondo su se stessa, contaminata dalla melodrammatica cripticità dei suoi personaggi, è come cercare di salpare quando l’ancora è fissa nel fondo del mare: frustrante e inutile.
La principale sorgente dell’immobilità di The Bear è da individuarsi proprio nel suo protagonista, lo chef Carmy Berzatto (Jeremy Allen White, presto nei panni del Boss in Springsteen: Liberami dal nulla). Per lui la necessità di migliorarsi, di diventare uno chef più interessante, più veloce, più ricercato del giorno prima è una costante, nonostante nella realtà della sceneggiatura sia motivato solo a fare lunghe conversazioni senza capo né coda con la sua fidanzata – o ex a seconda del momento dell’episodio -Claire (Molly Gordon). La sua passione culinaria sembra essere rimasta in quella cella frigorifera dove era stato rinchiuso alla fine della seconda stagione e ad esserne uscito è il protagonista di un libro adolescenziale firmato da John Green.

Visto che è necessario dare a Cesare quel che è di Cesare, riconosciamo che la quarta stagione di The Bear rappresenta un piccolo passo avanti rispetto alla precedente, con un finale che riesce persino a dare senso alla festa di addio di Chef Terry (Olivia Colman). A rimanere sono tuttavia i segni di una serie che vaga senza un traguardo in mente, che anche con un countdown pronto ad annunciare la chiusura del ristorante in primo piano, non ritrova mai quell’esplosiva urgenza della prima stagione.
I personaggi parlano dispensandosi a vicenda frasi motivazionali degne dei libri sul self-help, la camera indugia per almeno metà di ogni episodio sulla statica tristezza di Carmy, sul suo guardarsi in giro per la cucina con lo sguardo vacuo, i piatti sono più menzionati che mostrati. Il creatore e principale sceneggiatore Christopher Storer per una volta riconosce l’invasività delle sue celebrity guest stars e riesce a ridimensionarle o a inserirle più organicamente, fatta eccezione della presenza sempre ingombrante e melodrammatica di Donna interpretata da Jamie Lee Curtis. Rimane dubbiosa la gestione dei personaggi secondari, che facilmente finiscono relegati nel ruolo di mere comparse come succede a Tina (Liza Colón-Zayas) ora che Ebra (Edwin Lee Gibson) ha finalmente l’attenzione che meritava da tempo.
Se da sempre è stata criticata la scelta di presentare The Bear come una commedia agli Emmy, questa stagione si allontana ancora di più da ogni possibilità comica, lasciando fortunatamente in panchina le lungaggini dei Fak (altra domanda: quanti sono? Possibile che ogni stagione si inventino un nuovo parente pur di trovare un ruolo a un’altra celebrità?) per dedicarsi appieno ai sentimentalismi e ai primi piani sulle lacrime del personaggio di turno nel vicolo dietro il ristorante. La cacofonia che prima rendeva – a modo suo – armoniosa la cucina è ora strutturale e i (pochi) momenti di silenzio sono occupati costantemente da scelte musicali che mancano dell’impatto di un tempo. La serie finge di essersi addolcita con il settimo episodio, I Bear, ambientato al matrimonio tra Tiff (Gillian Jacobs) e Frank (Josh Hartnett), che fa da controaltare all’ormai storico litigio della famiglia Berzatto a Natale: dove c’era un conflitto interpersonale, ora c’è una possibilità di dialogare e raccontare agli altri le proprie paure con sincerità, è tempo di volersi bene e di non alzare la voce o almeno così ci fanno credere Christopher Storer e Joanna Calo per un’ora per poi tornare alle vecchie e noiose abitudini.

Questa quarta stagione riporta l’attenzione su Sydney (Ayo Edebiri), che ha finalmente l’opportunità di svilupparsi come personaggio al di fuori di Carmy, con un’importanza all’interno del ristorante ora più che mai indiscutibile. Il quarto episodio, scritto dalla stessa attrice insieme a Lionel Boyce (interprete di Marcus), fornisce al pubblico un necessario sguardo sul mondo personale della sous-chef, mentre cerca di prendere una decisione sul suo futuro lavorativo. È un’altra istanza di dolce lentezza, un’occasione per Sydney di realizzare quanto il luogo di lavoro la stia avvelenando, ma nella narrazione appare come un episodio bolla, uno stand-alone che non ha reali ripercussioni sull’arco del personaggio e non influenza alcuna sua scelta futura.
L’ultimo episodio dal triste titolo Addio offre a The Bear e alla sua già confermata quinta stagione una reale possibilità di rinnovo, di liberarsi dalla zavorra che ha accumulato nel corso del tempo per tornare a spiccare il volo, ma Christopher Storer e Joanna Calo devono capire i reali limiti anche logistici della loro storia. In un’intervista a Bustle, la star e creatrice di Abbott Elementary, Quinta Brunson, raccontava come l’impegno produttivo della serie (rilasciata con cadenza annuale come The Bear) finisca per bloccare molte opportunità lavorative per il cast. Ogni giorno sulle testate appaiono notizie del casting di Jeremy Allen White, Ayo Edebiri e Ebon Moss-Bachrach (Ritchie in The Bear) in nuovi progetti e bisogna chiedersi fino a che punto sarà ancora sostenibile l’impegno nella serie, soprattutto con l’evidente calo di attenzione critica.
The Bear si è trasformata da due stagioni nel ristorante che le dà il titolo: un’entità di cui è facile riconoscere l’ambizione, ma nel quale persiste una evidente dissonanza tra idee e risultato, dando così la sensazione di voler continuare a vivere di rendita. Per necessità finanziarie e creative, Carmy e Sydney si trovano a dover cambiare il menù, semplificandolo e diminuendo le variazioni sul tema e il numero di ingredienti, permettendo così di mostrare la propria inventiva senza finire i soldi di Zio Cicero. È tempo per The Bear di tornare alle origini, di sbloccarsi dal suo eterno Giorno della Marmotta fatto di drammi e di canzoni dei REM e di tornare a essere una popolare panetteria, perché se questa stagione ci ha dimostrato qualcosa è che in quella forma ha molto più successo di un ristorante lussuoso che insegue una stella Michelin.
Dal 2015 Birdmen Magazine raccoglie le voci di cento giovani da tutta Italia: una rivista indipendente no profit – testata giornalistica registrata – dedicata al cinema, alle serie e al teatro. Oltre alle edizioni cartacee annuali, cura progetti e collaborazioni con festival e istituzioni. Birdmen Magazine ha una redazione diffusa: le sedi principali sono a Pavia e Bologna.
Aiutaci a sostenere il progetto e ottieni i contenuti Birdmen Premium. Associati a Birdmen Magazine – APS, l‘associazione della rivista.