Magilligan – Alla ricerca della libertà | Biografilm 2026
Vita, dolcezza, speranza. In Magilligan, di Ross McClean, il ritorno alla vita di un ex galeotto non sembra aspirare altro che a questo. Ma una volta uscito fuori dalla prigione la vita non sembra così facile per Ryan che, nella fattoria di una prigione dell’Irlanda del Nord, ha imparato a conoscere la delicatezza, la calma e la perseveranza allevando pecore, nell’attesa di scontare la sua pena dopo aver commesso un violento reato che ha segnato la sua adolescenza. La prigione, luogo delimitato in cui vige un ordine costituito, non prepara, infatti, per davvero allo scontro che, una volta usciti, si dovrà fronteggiare con la dura realtà di tutti i giorni: quella realtà in cui torna tangibile la tanto agognata libertà, dove, tuttavia, la pace non sempre ha dimora e non sempre può ritornare. Una pace che avrebbe sapore di casa, come quella dove abitate la madre di Ryan, ma le cui mura anguste assomigliano anch’esse ad una solida prigione. La domanda allora resta una sola: dov’è che ci sentiamo veramente liberi?

Magilligan, in concorso alla ventiduesima edizione del Biografilm Festival di Bologna, si pone come saggio sociologico riguardante il ritorno in società di un ex detenuto, dove la fatica a reintegrarsi, tanto nella comunità quanto nella propria famiglia, fa sentire tutto il suo peso e la difficoltà di “stare fuori”, di un ritorno alla normalità della vita quotidiana che richiede una forza di spirito che non sempre si può trovare in sé stessi. E se la vita là fuori non può donarti ciò di che desideri, forse solo la parte più “segregata” di noi stessi può darci ciò di cui abbiamo bisogno.

Se il destino della razza umana è quello di vivere in sinergia con gli altri, è anche vero che anni di isolamento rendono difficilissima questa pratica e forse la libertà, quella vera, è solo quella che che riesce a farci battere il cuore, quella che per Ryan corrisponde al lavoro manuale, allo svolgere alacremente quelle opere bucoliche che sanno di antico e di sacro, quelle che hanno sede in un ambiente campestre in cui ogni giorno vengono celebrate le virtù rasserenatrici della natura, eterna fonte di innocenza e felicità, capaci, altresì, di fermare il tempo e di tracciare finalmente il sorriso su un volto segnato da una vita di sofferenza.

La fattoria di una prigione diventa allora il simbolo di un luogo ameno in cui ritrovare e riconoscere sé stessi, lontani dal mondo e dai suoi tristi tumulti. Un’oasi di pace, distante da qualunque dipendenza in cui riaffermare la propria purezza (non a caso Ryan si prende cura di pecore e agnelli, simbolo per eccellenza, quest’ultimo, di innocenza e purezza nel mondo della cristianità). Il buon pastore e il suo gregge; la semplicità di un mondo che procede con lentezza; la promessa di libertà che ogni uomo, nel profondo, merita di avere.
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