Quattro Figlie – (Ri)mettere in scena il dolore | Biografilm 2024
Olfa è madre di quattro figlie. Eya e Tayssir, le più piccole, sono rimaste con lei. Rahma e Ghofrane invece, nelle parole di Olfa, “sono state divorate dal lupo”. Quella di Olfa e delle sue figlie diventa una storia nota in Tunisia e attira l’attenzione della regista Kaouther Ben Hania, che per raccontarla ibrida la forma documentaria con la finzione, con il re-enactment.
La ri-messa in scena si serve dell’aiuto di due attrici in luogo delle assenti Ghofrane e Rahma, interpretate rispettivamente da Ichraq Matar e Nour Karoui. Eya e Tayssir interpretano loro stesse, mentre Olfa ha anche un “doppio”: l’attrice Hend Sabri veste i suoi panni quando la rievocazione si fa troppo straziante. Così, con il passato che emerge sia dai racconti in prima persona che dalla ricostruzione, in Quattro Figlie (Les filles d’Olfa) il dolore della perdita si rapporta alla sua stessa (ri)elaborazione.
Presentato in concorso alla 76a edizione del Festival di Cannes e proiettato in anteprima italiana al Biografilm Festival, Quattro Figlie sarà disponibile in sala dal 27 giugno, distribuito da I Wonder Pictures.

Il film si apre con Olfa di fronte alla macchina da presa, ed ecco che vediamo battere un ciak come se fosse una dichiarazione d’intenti: fin dall’inizio, Ben Hania rende esplicito l’artificio della ricostruzione a cui assisteremo. È un artificio metanarrativo, perché ad alternare le narrazioni e le confessioni delle persone realmente coinvolte nella storia non c’è solo il re-enactment in sé, ma anche e soprattutto la preparazione della messa in scena.
Alla rievocazione, seppur dolorosa, è affidata la rielaborazione degli eventi passati, del dolore e dell’angoscia della separazione. Ma a farsi parte integrante di questo processo è il dietro le quinte, in particolare quando dagli scambi tra le vere protagoniste di questa storia e le attrici scaturiscono momenti di condivisione e di confronto. Eya e Tayssir interagiscono con le attrici che interpretano le sorelle scomparse rendendole partecipi dei loro ricordi; quello tra Olfa e il suo doppio Hend Sabri è, metaforicamente e visivamente, un gioco di specchi e rispecchiamenti, in cui non possono che riflettersi anche le contraddizioni di Olfa stessa.

Quello che emerge dal rapporto madre-figlie è che l’educazione impartita da Olfa si basi sulla reiterazione di un trauma generazionale. “Ci ha fatto passare tutto quello che ha dovuto passare lei”, dice Eya. Da questo punto di vista, l’artificio della rievocazione, nel suo far rivivere quanto già accaduto, si tinge di una certa ironia tragica: le parole che Olfa rivolge alla sua alter-ego così che possa interpretarla in maniera convincente – “Dovrai sentire tutto quello che ho provato io” – involontariamente espongono il destino che ha riservato alle proprie figlie.
Eppure, Olfa non è una persona cattiva. È una donna, come tante, così immersa in un sistema che opprime le donne e i loro corpi da finire lei stessa a replicarlo; ma che, a modo suo, cerca di rimettersi in discussione in una vicenda che pone quesiti ai quali non esistono risposte facili. Quattro Figlie ha sicuramente il merito di dare voce autonoma alle donne protagoniste nel raccontare la propria storia, senza che ci sia bisogno della presenza di uomini che parlino per loro. In questo senso, è significativo che a interpretare tutti gli uomini che incrociano le loro esistenze sia un solo attore (Majd Mastoura).
I tre elementi fondanti del documentario – le interviste, le rievocazioni e la messa in mostra del backstage – si susseguono senza soluzione di continuità, fino a rivelare le ragioni dietro all’assenza di Ghofrane e Rahma. Qui, quando si intensifica la presenza di immagini di repertorio, il trauma personale si intreccia con gli eventi politici e sociali della Tunisia e del mondo arabo.
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