A Scanner Darkly è un oscuro scrutare nell’anima
In un futuro prossimo, l’America ha perso la guerra contro la droga. Circa il 20% della popolazione è dipendente dalla sostanza M (Morte), che causa allucinazioni e, col tempo, la separazione degli emisferi cerebrali, portando alla psicosi. Bob Arctor (Keanu Reeves) è un agente della narcotici che vive immerso in una comunità di tossicodipendenti per sorvegliarne la diffusione. Il paradosso è che lui stesso ne è dipendente e, a causa degli effetti, perde progressivamente il senso della propria identità.

C’è già nel titolo, A Scanner Darkly, la promessa – o forse la condanna – dell’intero film: quella di uno sguardo che, pur moltiplicando i propri strumenti di osservazione, resta irrimediabilmente opaco. Ripresa e riformulata da un celebre passo paolino («ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro»), l’espressione viene qui traslata in un orizzonte tecnologico, dove lo “scanner” sostituisce lo specchio senza però correggerne il limite originario. Anzi, lo radicalizza. Perché nel mondo immaginato da Richard Linklater – fedele allo spirito del romanzo di Philip K. Dick – ogni dispositivo di visione, ogni tentativo di registrare, analizzare, controllare il reale, finisce per restituirne un’immagine frammentata, indecifrabile, irriducibile a un senso unitario. Ciò che viene messo in gioco nel film non è solo la possibilità di conoscere il mondo, ma quella di riconoscersi al suo interno. Così, mentre il protagonista osserva – e sorveglia – se stesso senza più coincidere con la propria identità, anche lo spettatore viene trascinato in questa vertigine percettiva, costretto a guardare “darkly“, attraverso immagini che rivelano e insieme occultano, che mostrano e disgregano nello stesso istante.

Linklater sceglie di tradurre questo universo percettivo attraverso la tecnica del rotoscopio, portando alle estreme conseguenze un percorso già avviato con Waking Life. Il procedimento – che consiste nel ricalcare digitalmente immagini girate dal vero – istituisce una zona di indiscernibilità tra il reale e la sua rappresentazione, un’intercapedine ontologica in cui ogni figura appare simultaneamente presente e sfuggente. I corpi conservano il peso e la credibilità della ripresa dal vivo, ma i loro contorni vibrano, si dissolvono, si ricompongono senza mai stabilizzarsi del tutto, come se l’immagine stessa fosse sottoposta a una continua interferenza. È in questa oscillazione che il film trova la sua forma più autentica. Perché in A Scanner Darkly, ciò che è in gioco non è la messa in scena di un’alterazione percettiva limitata a determinati momenti o stati di coscienza, ma la costruzione di un regime visivo in cui l’alterazione diventa condizione permanente. Non esiste un “prima” e un “dopo” rispetto alla distorsione, ogni immagine è già, fin dall’inizio, compromessa, attraversata da una frattura che ne impedisce la piena coincidenza con se stessa. Il rotoscopio generalizza ed estende la perdita di identità che attraversa il protagonista all’intero spazio filmico. Come la scramble suit dissolve il volto in una molteplicità di tratti incompatibili, così l’immagine rotoscopica priva ogni corpo della propria stabilità, trasformandolo in una superficie mobile, continuamente riscritta. Ne deriva un paradosso percettivo: quanto più l’immagine sembra reale, tanto più lo rende inafferrabile. La scelta stilistica di Linklater si rivela allora profondamente teorica, poiché punta a svuotare il mondo della sua evidenza e ad incrinarne la consistenza, costringendo lo spettatore a confrontarsi con un reale che non può più essere dato per scontato.

Altro elemento che rende A Scanner Darkly un’esperienza così straniante è la sua natura profondamente verbosa, soffocata da un continuo fluire di parole. I personaggi parlano incessantemente, divagano, filosofeggiano, si perdono in ragionamenti paranoici, in associazioni mentali che sembrano oscillare continuamente tra lucidità e delirio. Una tendenza, questa, che appartiene tanto alla scrittura di Philip K. Dick quanto al cinema di Linklater, autore che ha fatto della conversazione, dell’erranza discorsiva e della riflessione esistenziale uno dei nuclei centrali della propria poetica. Basti pensare alle interminabili derive dialogiche della cosiddetta “trilogia dell’amore” (Before Sunrise, Before Sunset, Before Midnight), oppure alle meditazioni filosofiche e fluttuanti del già ciato Waking Life, dove la parola diventa già uno spazio mobile di interrogazione del reale, della coscienza e dell’identità. Una centralità, insomma, quella del dialogo, che continua ad attraversare anche il suo cinema più recente, da Blue Moon a Nouvelle Vague, confermando come per il regista texano la parola sia il luogo stesso in cui il pensiero prende forma, si perde, si contraddice e prova incessantemente a ridefinire il rapporto tra individuo e realtà.

Eppure, in A Scanner Darkly, questa loquacità assume una funzione diversa rispetto ad altri film del regista. Se nei dialoghi della trilogia dell’amore la parola diventava uno strumento di avvicinamento, una possibilità di costruire un contatto autentico con l’altro, qui appare invece come il sintomo di una coscienza che si sta disgregando. I personaggi parlano per riempire un vuoto, per tentare disperatamente di dare continuità a un pensiero che si sta lentamente sfaldando sotto gli effetti della sostanza. Ogni conversazione sembra così muoversi sul confine instabile tra intuizione filosofica e collasso mentale, tra illuminazione improvvisa e deriva paranoica. È proprio questa proliferazione verbale a restituire con straordinaria precisione il vissuto dei tossicodipendenti raccontati da Dick. Le loro parole non costruiscono mai un discorso realmente ordinato o concluso: si accumulano, si contraddicono, si rincorrono in un flusso continuo che riflette una percezione ormai incapace di organizzare il reale in modo coerente. E tuttavia, dentro questo caos verbale, il film riesce a conservare una dimensione profondamente umana. Perchè dietro quelle conversazioni apparentemente sconnesse si intravede continuamente il tentativo disperato di trattenere qualcosa – un’identità, un’amicizia, una forma di contatto con il mondo – prima che tutto venga definitivamente dissolto dalla sostanza, dalla sorveglianza e dalla frammentazione della coscienza.
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