Intervista a Maarten Sleegers e Anna Sherstiuk – Ennesimo Film Festival 2025
Maarten Sleegers e Anna Sherstiuk sono i registi del cortometraggio Shelter (Paesi Bassi, 2024), presentato in vari festival internazionali tra cui l’Ennesimo Film Festival di Fiorano Modenese. Il film vede come protagonista Nikita, un bambino ucraino di dieci anni che si trasferisce con la madre in Olanda. Ha difficoltà ad imparare la lingua e ad integrarsi con i compagni a scuola: il suo è un paese in guerra, ma ne sente così tanto la mancanza che proverà a ritornarci da solo in bicicletta.

Il film è stato presentato nella selezione Giovani del Festival, e Maarten e Anna sono venuti ad incontrare i bambini e ragazzi che hanno visionato il film per rispondere alle loro domande. Nel frattempo, si sono anche goduti gli ultimi due giorni di festival tra esperienze di realtà virtuale, selezione ufficiale, gelati e birrette. Di seguito trovate la più “formale” delle nostre chiacchierate:
Anna è ucraina e si è da poco trasferita in Olanda, mentre Maarten è olandese ma ha trascorso la maggior parte della sua vita in giro per il mondo. Come vi siete conosciuti e come è iniziata la vostra collaborazione? Quanto delle vostre vite c’è in questo film?
ANNA: Quando sono arrivata nei Paesi Bassi, era molto importante per me continuare a lavorare nel mio campo, specialmente dopo l’università, dopo cinque anni di teoria. Volevo fare pratica e realizzare più progetti. Mi sono resa conto che attorno a me non c’era nessuno che lavorasse nel cinema. Quel che ho fatto è stato semplicemente scaricare Linkedin e cercare contatti, finché non mi ha contattata Maarten. Mi ha detto che era un regista e voleva fare un film sugli stranieri. Abbiamo prima scelto il protagonista, un bambino, e il tema, la nostalgia di casa, che per me e Maarten è qualcosa di molto sentito, seppur in modi diversi. Per esempio, uno degli elementi fondamentali della sceneggiatura è che Nikita, il giovane protagonista, fa molta fatica ad imparare la lingua olandese, in un certo senso non vuole impararla perché il trasferimento in un altro paese è qualcosa che gli è stato imposto, e di conseguenza non riesce ad integrarsi facilmente con gli altri bambini a scuola. In questo senso ho messo molto della mia esperienza nella storia di Nikita.
MAARTEN: Le mie storie parlano sempre di anime perse che cercano una nuova casa. Ho vissuto all’estero per quasi quindici anni e in alcuni posti mi sono sentito a casa, specialmente qui in Italia. Ma ci sono stati altri posti dove mi sono sentito molto estraneo. Nell’autunno del 2022 mi ero appena trasferito ad Amsterdam, ed era la prima volta che tornavo a vivere in Olanda stabilmente. Sono venuto a sapere di un concorso per cortometraggi che dovevano rappresentare la mia regione d’origine, nell’ambito di iniziative locali che cercavano di spostare l’interesse dalla città di Amsterdam ad altre località più piccole e marginali nel cinema olandese. Ma per me era difficile perché non vivevo lì da quindici anni, ho sempre pensato a storie di persone che vengono da fuori e mi sembrava fosse fuori tema. Poi ho visto il profilo di Anna su LinkedIn e mi è sembrata interessante, una filmmaker che dall’Ucraina si era spostata nella mia cittadina d’origine. Ci siamo incontrati e ho pensato che potessero esserci delle buone basi per raccontare una storia che potesse rientrare nel tema del concorso, soltanto cambiandone la prospettiva, e cioè scegliendo il punto di vista di qualcuno che viene da fuori. Essendo Anna, e di conseguenza il nostro protagonista, provenienti da un paese invaso, ci è sembrato particolarmente urgente raccontare una storia di questo tipo.
Entrambi avete realizzato due cortometraggi e Maarten è attualmente in fase di editing per il suo terzo film. Pensate di avere già trovato una vostra poetica o stile?
MAARTEN: In un certo senso sì, le mie storie parlano sempre in qualche modo di anime perse che cercano una nuova casa. Ho iniziato a scrivere storie 11-12 anni fa e gradualmente ho cominciato ad intenderle come idee per film, ho capito che volevo diventare un regista. Non conoscevo nessuno che facesse cinema o scrivesse sceneggiature e non ho fatto nessun corso o scuola. Per anni ho continuato a scrivere e immaginare film, e mi sono reso conto a un certo punto che tutte le mie storie avevano un tema comune: il disorientamento e la ricerca di una nuova casa, un nuovo posto, di un’identità o un senso di appartenenza. Quando scrivo, penso sempre prima per immagini. Visualizzo le immagini e le scene nella mia mente e cerco di tradurle sulla carta. Cerco sempre di scrivere sceneggiature che, quando lette da altri, possano essere facilmente visualizzate anche da loro.
ANNA: Il mio processo di lavoro è piuttosto schematico, per via della mia formazione accademica. Sono andata a scuola di cinema per cinque anni e lì mi hanno insegnato fin da subito a scrivere sceneggiature, però spesso sono piuttosto pigra e mi distraggo facilmente in fase di scrittura. Magari comincio pensando a un suono, o a un colore, e solo dopo elaboro a parole e immagini. Lavorare in coppia, in questo caso, mi ha aiutata ad avere più continuità e struttura nel processo di ideazione. Ha aiutato molto il fatto che avessimo entrambi una visione di partenza molto chiara del film, siamo stati piuttosto veloci a scriverlo.
La colonna sonora del vostro cortometraggio è originale.
ANNA: Sì, abbiamo lavorato con un compositore, cosa che accade sempre meno nel cinema oggi, è stato un processo nuovo anche per noi due. Gli abbiamo fatto leggere la sceneggiatura e abbiamo lavorato insieme per creare una colonna sonora che riflettesse l’atmosfera del film.
MAARTEN: Per me è la musica nel cinema è un aspetto fondamentale, è importante che i personaggi abbiano una propria “melodia”, il film deve avere una una propria melodia. È questo che abbiamo cercato di ottenere lavorando con un compositore. Si è lasciato emozionare ed ispirare dalle immagini e da ciò che avevamo scritto e ha fatto un lavoro eccezionale.
Che tipo di camera avete utilizzato? Quanto siete coinvolti nel processo di montaggio?
MAARTEN E ANNA: Non operiamo personalmente le telecamere, ma abbiamo operatori esperti che lavorano con noi. Per questo film abbiamo utilizzato l’Alexa Mini. Quanto al montaggio, no, non l’abbiamo fatto noi. Il nostro produttore ci ha proposto una montatrice.
ANNA: Abbiamo dato indicazioni alla montatrice e discusso i momenti importanti, che dovevano essere realizzati esattamente come immaginavamo, ma lei ha anche avuto il proprio spazio per improvvisare. È fondamentale accogliere una prospettiva fresca e diversa da parte di chi monta il film. Alla fine il risultato è stato comunque molto fedele all’idea originale, abbiamo soltanto cambiato leggermente l’ordine cronologico di alcune scene.
In che misura pensate che il cinema debba rapportarsi con il presente?
ANNA: Penso che il cinema debba riflettere il presente, altrimenti non ha valore. Il cinema può essere una finestra sulla storia, raccontare di epoche passate, ma io penso sia più importante creare opere che riflettano il nostro tempo, che è l’unico che conosciamo davvero perché lo viviamo. Il cinema è politica? Io credo di sì, il presente e le nostre prospettive influenzano i film che facciamo.
MAARTEN: È una domanda complessa a cui rispondere, io penso che l’arte sia arte e non penso che possa cambiare il mondo. A molti registi olandesi piace fare film autobiografici e cercare di autoanalizzarsi, a me piace guardare fuori e scrivere del mondo intorno a me, non di me stesso. Per gli altri io non sono interessante, è interessante vedere ciò che ci circonda. Credo che sia giusto offrire più punti di vista sul mondo e sul presente, lasciandone l’interpretazione a chi guarda. Non voglio influenzare le persone e imporre il mio sguardo personale. Mi interessa principalmente che il film lasci qualcosa emotivamente allo spettatore, non pretendo di cambiare le sue idee.
Il vostro film è stato proiettato qui a Ennesimo per bambini e ragazzi e li avete anche incontrati per un Q&A dopo la proiezione. Com’è stato? Come pensate che abbiano recepito il film?
MAARTEN: Abbiamo avuto la sensazione che i bambini ci stessero “testando”, come se volessero capire quanto e in che modo ci identifichiamo nel protagonista. Erano anche molto interessati al processo pratico di realizzazione del film.
ANNA: I bambini erano entusiasti, credo sia perché il film non richiede alcuna conoscenza pregressa. In altri festival è stato proiettato per bambini di circa 9-10 anni, che forse in questo caso è il pubblico più “facile” perché, avendo la stessa età del protagonista, riescono a empatizzare molto. I ragazzi di 14-15 anni credo siano invece quelli più difficili da conquistare, ma qui a Ennesimo c’è stato molto interesse anche da parte loro ed è stata una bellissima sorpresa.
La più classica e prevedibile delle domande: cosa direste ai giovani che vogliono fare film?
ANNA: Leggere molto, ogni giorno. Anche opere teatrali, perché non sai mai dove inizierà il tuo percorso. Non avere paura e seguire sempre i propri sogni, anche se troverai sempre qualcuno che ti dice di scegliere un’altra professione perché quella del cinema non può davvero funzionare.
MAARTEN: Io penso che sia anche importante ricordare che questa non è una strada facile, e non è per tutti. Ora sono molto contento di dove sono arrivato ma non posso negare che negli ultimi dieci anni questo lavoro mi abbia reso più infelice che felice. Perché finanziariamente è difficile, c’è molta competizione e può renderti molto insicuro. A tratti è frustrante, ma se si ha una visione, interesse e passione vale assolutamente la pena andare avanti.
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