La terza stagione di Euphoria e quando l’umiliazione delle donne diventa fetish
Tremate, tremate, Euphoria è tornata. Chiunque, dopo quattro anni e un mese, diverse morti nel cast e cachet dei rimanenti probabilmente schizzati alle stelle tra nomination agli Oscar e successi al botteghino, avrebbe abbandonato la nave, regalando alla serie una silenziosa e – per quanto possibile – dignitosa cancellazione. Purtroppo però siamo un mondo spesso incline a un autolesionismo ricreativo, che ci spinge a una fedeltà eccessiva anche verso quei prodotti che guardiamo per detestare, per poterne parlare ogni settimana scorporandoli in clip e giudicando ogni scelta dei personaggi, e purtroppo l’unica persona più ostinata del pubblico di Euphoria è il suo stesso creatore e ora suo unico autore e regista Sam Levinson.
Sebbene ormai ogni serie adolescenziale americana sia abitata da quasi quarantenni spacciati per ventenni, Euphoria, con la sua terza stagione arrivata su HBO Max e su Sky, decide – in quella che sarà probabilmente l’unica scelta sensata dell’intera stagione – di abbandonare il setting liceale per portare i personaggi nel cosiddetto mondo degli adulti. È anche vero che c’è una ragione per cui quelle stesse serie solitamente finiscono col diploma ed è che se è facile riunire quei personaggi finché si trovano tra le mura scolastiche, qui Euphoria è costretta a fare dei tripli salti carpiati narrativi per cercare di intrecciare le loro storie, abusando del suo modus operandi del narratore onnisciente che si comporta spesso come se stesse facendo il riassunto di una serie tv di cui ci siamo persi qualche episodio.

Eravamo rimasti a Rue (Zendaya da poco vista in The Drama) che doveva 10.000 dollari a Laurie (Martha Kelly) per una partita di droga sprecata, che con gli interessi di 48 mesi si son trasformati nella modica cifra di 43 milioni. Un tale debito equivale a vendere la propria anima al diavolo e la ragazza ormai non è che abbia le risorse economiche per evitare di diventare il mulo di quel giro di droga, andando e tornando dal Messico con dentro il suo stomaco decine di palloncini di fentanyl. Il lavoro è pericoloso, basta uno scoppio per assicurarsi la morte e Rue, nel mezzo di una psicosi religiosa che la porta prima a discutere il sesso anale con Ali (Colman Domingo) e poi ad ascoltare un audiobook della Bibbia, cerca un altro impiego sotto l’ala protettrice del “boss del mercato della figa” Alamo Brown (Adewale Akinnuoye-Agbaje).Se la storyline di Rue, protagonista sì ma pur sempre all’interno di una serie corale, gli altri personaggi in questo primo episodio sono relegati a delle note a piè di pagina se fortunati, perché Jules (Hunter Schafer), da sempre presenza fondamentale della serie e uno dei personaggi più amati, è a malapena menzionata giusto per essere definita un escort.
Non è che dai personaggi di Euphoria, quelli che si presentavano nei corridoi del liceo vestiti come se dovessero andare al Berghain e spesso senza nemmeno uno zaino, ci aspettassimo delle carriere accademiche, ma la terza stagione fatica ad immaginare un futuro positivo per la maggior parte di loro e finisce per farli ricadere in due contenitori: criminali o sex worker. Ovviamente Cassie (Sydney Sweeney), nel tentativo di pagare i fiori per il suo matrimonio da principessa con Nate (Jacob Elordi che appare vittima di una lobotomia temporanea che gli ha fatto dimenticare come recitare), decide di travestirsi da cagnolina sexy per accrescere il suo following su TikTok e contempla la possibilità di farsi OnlyFans, che come ci ricorda non è una piattaforma porno ma un luogo dove comunicare (con una cerchia ristretta di uomini che pagano perché ti vogliono possedere, ma questo Cassie mica lo dice). Nate e Cassie ripropongono a modo loro quella scena di “Cime Tempestose” di Emerald Fennell, dove Heathcliff costringe Isabella a un pet play consenziente solo perché frutto di mille manipolazioni e se già l’adattamento di Fennell difficilmente capiva le implicazioni di quello che stava mettendo in tavola, qui Levinson decide a priori di ignorarlo perché l’importante per lui è lo shock value, sconvolgere prima di dire una qualunque cosa interessante.

Quando non sa sconvolgere o non ha materiale per “superare il limite” come promette la logline di questa stagione, la sua attenzione narrativa è totalmente assente. È il caso sia di Lexi (Maude Apatow) che di Maddy (Alexa Demie), la prima assistente della boss delle soap opera (Sharon Stone) e la seconda manager di influencer e attori rubacuori che in questo primo episodio sembrano per il momento non ricadere ancora in nessuna delle due categorie sopracitate (anche se dai trailer usciti finora forse Maddy aiuterà Cassie col suo side-business). Loro appaiono imprigionate in un lavoro stabile e abbastanza pulito quindi noioso che agli occhi di Levinson è un crimine ben peggiore del vendere droga.
Dopo una prima stagione che, pur con alcuni scivoloni specialmente sul trattamento delle donne dentro e fuori la narrazione, aveva qualcosa da dire sulla condizione di dispersione morale e psicologica della gioventù contemporanea, Euphoria si è poi venduta allo spettacolo, all’eccesso fino a se stesso. I confini sono tracciati e rintracciati in ogni istante per vedere fin dove gli interpreti e i loro corpi possono spingersi, per capire dove finisce la recitazione e dove comincia lo sfruttamento. È il caso in particolare di Chloe Cherry, interprete di Faye, scelta dal creatore della serie dopo averla vista in una parodia porno della stessa serie e in Andalé – questo il titolo del primo episodio – sottoposta non solo a un’inquadratura suggestiva delle sue dita nella trachea mentre prova a vomitare ma anche a un cane che lecca i resti della diarrea dal suo sedere. Le donne sono agenti di spettacolo e quindi degne di attenzione se sono disposte a partecipare alla creazione di contenuti per i fetish altrui, diventando carcasse per stormi di predatori.
Levinson non sa nemmeno cosa fare di Rue, un personaggio che la sceneggiatura sceglie di non percepire quasi mai come donna – e il suo ruolo e la presentazione di genere potrebbero essere tematiche interessanti da esplorare ma non sembrano contemplati dall’autore. Nelle indiscrezioni uscite ai tempi della stesura della sceneggiatura, il personaggio di Zendaya era una madre surrogata e poi una detective privata. Di sicuro in questa indecisione che si è trasformata poi in un ritorno ai demoni che la seguono dalla prima stagione. È significativo inoltre che Zendaya, dopo essere stata produttrice delle prime due stagioni, abbia deciso di partecipare a questa solo come interprete, forse per mostrare il suo dissenso verso il percorso della storia.

Alamo Brown dice “la bellezza del Paese che chiamiamo America è che chiunque può rifarsi una vita”, ma Euphoria di certo non è la prova, perché i personaggi sono bloccati sugli stessi sbagli che li definiscono da sempre in un circolo vizioso che più che coerenza narrativa urla pigrizia nell’immaginazione. Se anche – come spesso dice Levinson, anche per quanto riguarda il modo in cui ora cerca di omaggiare Angus Cloud – volessimo trovare nella serie una critica aspra al sistema delle droghe e la facilità con cui prendono possesso dei giovani fino a rovinargli la vita, è indubbio che Euphoria partecipi a quello stesso sistema, rendendolo intrattenimento, rendendolo fumo e glitter. In questa terza stagione la serie si apre e si chiude nella visione di Levinson, nel suo sguardo incerto e spesso crudele che prova ad abitare personaggi senza sapere nulla della loro esperienza di vita e tutte quelle sfide che erano annunciate dai flashback sui passati di Cassie, Jules, Nate, Maddie e Lexi appaiono annullate, perché il character development passa in secondo piano quando ciò che vuoi fare è diventare virale sui social con ogni scena. Euphoria ora è solo shock, è content, è lobotomia, è un lungo e claustrofobico atto di umiliazione. L’unica speranza che abbiamo sono le parole di Zendaya al The Drew Barrymore Show che ha parlato di questa stagione come conclusiva. Forse saremo finalmente liberi dal fantasma di Euphoria e dalla penna di Sam Levinson.
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