Uno sbirro in Appennino – Il Twin Peaks di Claudio Bisio
Se c’è una verità universalmente nota, è che uno dei due pilastri della serialità italiana sulla TV di Stato, oltre ai preti, sono i poliziotti. Che sia frutto di propaganda statale o un desiderio di replicare la formula americana del procedural che ancora oggi riempie i palinsesti e rimane salda nonostante l’arrivo dello streaming, l’offerta del primo canale presenta almeno una volta a settimana nella stagione calda della fiction un titolo dove una casuale città italiana diventa teatro di omicidi fini a dare un lavoro al povero commissario/sergente/questore di turno. Dopo la fine della quinta e molto probabilmente ultima stagione di Imma Tataranni, arriva Uno sbirro in Appennino che occuperà lo slot del giovedì sera (notte inoltrata sarebbe più appropriato considerato la lunghezza delle partite di Affari tuoi) fino a fine Aprile per soddisfare la sete di morti in città di piccole/medie dimensioni di molte fette della popolazione italiana.
Lo sbirro in Appennino (rigorosamente emiliano) del titolo è Vasco Benassi (un Claudio Bisio che fa – molto sorprendentemente – il solito Claudio Bisio), un commissario la cui grandezza è percepibile solo tramite un agguato a dei criminali che riesce a catturare fingendo di essere un vecchietto bisognoso di un’operazione all’anca. Nemmeno a tre minuti dall’inizio del primo episodio, anche solo per la necessità di mandare lo sbirro nel luogo specifico dell’Appennino designato dalla sceneggiatura, fa forse l’unica azione di denuncia verso un poliziotto della serie, scherzando su una possibile punizione, e per ripicca viene trasferito da Bologna a Muntagò, un paesino immaginario sperduto tra le montagne dove l’uomo è cresciuto e ha subito un trauma (su questo torneremo più avanti), dove giunge con lo stesso savoir-faire di Dale Cooper e pure con una Laura Palmer su cui indagare.

Ovviamente Benassi è un uomo di città, a cui piacciono “lo smog e lo spritz in centro con le divorziate”, e il trasferimento finisce per essere un’operazione fine solo a “stracciargli i maroni”. Ovviamente la nuova dimensione bucolica e famigliare – se i vecchietti che diventano informatori possono essere tali – offre un rimedio al cinismo del nostro caro commissario. Ovviamente il suo trauma però non è facilmente risolvibile o dimenticabile e spesso gli capita di essere colto da dei drammatici flashback di guerra che vedono una giovane donna stesa per radure o che gli sorride in macchina nei momenti più intensi. Ovviamente ha delle nuove possibilità per aprire il suo cuore: Amaranta (Chiara Celotto), una ragazza desiderosa di diventare – giuro – questore di Napoli che desidera studiare dal migliore poliziotto possibile con cui Benassi sviluppa un rapporto simil-Joel e Ellie di The Last of Us (anziché cacciare fanno karate con vista sulle valli) e Nicole (Valentina Lodovini), l’amore della sua gioventù – e forse dovremmo fermarci a pensare alla questione anagrafica visto che i due personaggi hanno canonicamente vent’anni di differenza – ora diventata sindaca di Bologna.
Se è ovvio che alla base dell’operazione Sbirro in Appennino ci sia il “desiderio di fare un poliziesco alla nostra maniera” come esplicitato dal regista Renato di Maria, la serie non si discosta molto dallo statico modello che la Rai adotta ormai da anni per il genere, specialmente nell’era post-Montalbano. La formula “(inserisci grado di poliziotto) si trasferisce in città ed incontra una nuova realtà mentre investiga su casi” potrebbe essere applicata con facilità a diversi titoli di punta del canale e visto che se non si cambia una squadra che si vince, nemmeno si cambia una ricetta che fornisce facilmente milioni di spettatori, ogni nuova serie, specialmente se non basata su una serie di libri già di successo, può contare solo su due fattori: il protagonista e il setting.

Sulla bellezza scenografica degli Appennini c’è ben poco da discutere, anche la serie forse tende a sottovalutare il grado di turismo a cui sono soggetti dicendo che “si può ancora vedere ciò che vedevano gli Estruschi”, mentre la caratterizzazione di questo paesino immaginario per il momento appare limitata al semplice posto dove tutti conoscono tutti e dove la cosa peggiore che ti può succedere e che ti spinge a fare urgentemente denuncia in polizia è il furto di un po’ di legna.
Il protagonista è invece una riproposizione del personaggio che Bisio è solito a interpretare negli ultimi anni, un uomo che deflette i suoi sentimenti attraverso battute e parolacce e che non riesce mai a prendersi sul serio. L’uomo Bisius è buono, ma non si applica troppo. Vasco Benassi, dopo il broncio durato il tempo di un viaggio in macchina, accetta con facilità la sua nuova mansione e le stranezze che il paese porta con sé, ma cade nel giro di pochi istanti in tutta una serie di momenti misogini o razzisti forse nati con l’intento di far ridere lo spettatore rimasto nel 2000. Ancora si stupisce nel vedere una donna in polizia perché lui aveva bisogno di “uomini”, ci prova con la badante bielorussa sospettata di un omicidio perché è naturale, si stupisce nel vedere un possibile collega nero per scoprire poi che era quello che riempiva la macchinetta del caffé. Siamo nel 2026, però, quindi al commissario sono concessi dei brevissimi momenti di wokeness: per citarne uno, rifiuta un imbianchino senza partita IVA perché, e cito testuali parole “mi fate dare di bianco in nero”.
Potrebbe essere facilmente deducibile da quanto scritto finora ma forse il vero crimine su cui è necessario che investighi il nostro sbirro in Appennino è una scrittura spesso didascalica che sembra rispondere a quella regola non detta di Netflix in cui bisogna spiegare per filo e per segno tutto a voce al pubblico perché si parte dal presupposto che stia vedendo la serie mentre scrolla Instagram. Le vittime, loro malgrado, delle scene più inspiegabili e aliene di questi primi due episodi sono Nicole, che sì, può essere una donna emancipata e prima sindaca di Bologna ma per la storia deve essere soprattutto una madre, e suo figlio (Lorenzo Minutillo). Piuttosto che raccontarle senza racchiudere l’essenza della scena, lascio una battuta dal confronto tra i due che avviene verso la fine del secondo episodio, quando lei scopre che lui tende a fumarsi canne: “Sì, mi faccio le canne e allora? Tanto non torno a fare la vita da criceto. Ho fatto altre scelte di vita io”

Il modo più efficace in cui posso descrivere l’esperienza di visione di Uno sbirro in Appennino è paragonandolo a quei cinque minuti dei film horror, dove le cose stanno andando bene ma ogni tanto inizi ad avvertire dei sintomi che ciò che vedi è irrimediabilmente rotto e a un certo punto non potrai più ignorarlo. Abbiamo davvero bisogno di randomici momenti di misoginia nella nostra serie Rai solo per ricordarci che abbiamo davanti un ispettoore di sessant’anni ed è per il bene del realismo? Quanti omicidi potranno mai accadere ogni giorno in un paesino per giustificare una stazione di polizia? Perché la coppia centrale della serie ha 20 anni di differenza? Perché Benassi è il miglior poliziotto di Italia da cui imparare la professione? Le domande son tante, troppe, e anche se ogni campanello d’allarme sta suonando, il solo pensiero di poter scoprire la ragione dei flashback twinpeaksiani di Bisio o di sapere le sorti della coltivazione illegale di marijuana mi spingerebbe (purtroppo o per fortuna) ad accendere Raiplay per altre quaranta settimane se fosse necessario. Dannazione.
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