Keeper – Lui, lei e le altre
Liz (Tatiana Maslany) e il nuovo compagno Malcolm (Rossif Shuterland) decidono di trascorrere un romantico weekend nella villa di campagna di lui, isolata in una natura boschiva per nulla indifferente alla loro presenza. Unici esseri umani nel raggio di chilometri oltre ai protagonisti sono Darren, l’invadente cugino di Malcolm, e la spaesata modella Minka che lo accompagna. Capiamo subito che in quella casa – e in quel bosco – qualcosa non va, qualcosa che osserva e sorveglia con sguardo avido, mentre nella relazione tra Liz e Malcolm si aprono delle crepe. A partire dall’incursione di Darren, autoinvitatosi a casa del cugino mentre questi cena con Liz alla presenza di un’inquietante torta al cioccolato, Keeper – L’eletta, sesto lungometraggio di Oz Perkins, declina a capofitto in un incubo allucinato in cui il perturbamento si insinua anche e soprattutto nelle anomalie della sceneggiatura, negli inquietanti interstizi tra ciò che i personaggi dicono e ciò che dovrebbero dire.

Regista di interni, fin dall’esordio February, con una predilezione per luoghi che non sembrano avere concreti legami spaziali col resto del mondo, Perkins cala ancora una volta un personaggio femminile tra corridoi e angoli ciechi assediati da forze minacciose la cui presenza è suggerita dalla macchina da presa, tramite zoomate eerie e l’indugiare su soglie che potrebbero aprirsi da un momento all’altro su dimensioni ctonie. Il regista è abile nel costruire la tensione procedendo per accumulo di dettagli apparentemente sconnessi e soluzioni spiazzanti, con un montaggio che fa convivere atipiche sovrimpressioni impressioniste e i più canonici jumpscare, in un crescendo in cui straniamento e inquietudine si insinuano anche e soprattutto all’interno delle dinamiche di coppia. Più contenuto nella forma rispetto a un film dal fascino estetizzante, al limite dello sperimentale, come Gretel e Hansel, ma anche rispetto a certe soluzioni stilistiche non sempre armoniche di Longlegs, nel momento in cui deve sollevare quesiti Keeper funziona. I problemi si fanno però evidenti quando arriva il momento di dare risposte.

Attenzione: spoiler! | Con il procedere verso l’ultimo atto diventa chiaro che ci troviamo di fronte ad un horror post #MeToo in cui le donne sono vittime sacrificali di una mascolinità tossica senza tempo che irretisce, consuma e infine annienta con fredda indifferenza. Le prime avvisaglie sono già nella sequenza di apertura: una carrellata di donne di epoche diverse che guardano in macchina, prima complici innamorate, poi sempre più inquiete, infine stravolte in urla di terrore e imbrattate di sangue. Durante la visione la speranza è che nell’affrontare questi temi il film possa riservare delle sorprese, soddisfacendo le aspettative di una narrazione e di una messa in scena che cercano di destabilizzare; o quantomeno che eviti di (s)cadere nella retorica. La comparsa di una donna nuda al chiaro di luna braccata da una coppia di maschi in abiti seicenteschi incrina le speranze. Perkins e lo sceneggiatore Nick Lepard ricorrono al topos della strega (in realtà non viene usata questa parola, ma la matrice folklorica è evidente) come simbolo della sopraffazione di genere e dell’affinità tra femminile e ignote forze generatrici, nel solco di una lunga tradizione di recupero e rielaborazione folklorica in chiave contemporanea, e dunque tutt’altro che dirompente e innovativa. Lo stesso Perkins aveva già battuto una strada simile in Gretel e Hansel, ma in quel caso l’immagine della strega era più vicina all’oscurità e al perturbante fiabeschi e la riflessione si innestava sulla lotta di potere tra due figure femminili più che sul conflitto di genere, anche in quel caso con evidenti limiti di scrittura, ma in una prospettiva più interessate perché meno pacificata e conciliante. Per evitare fraintendimenti, i problemi di Keeper non stanno nel tema al suo centro, quanto nel modo in cui si è scelto di trattarlo, nella facilità di certi risvolti narrativi e nella necessità di esplicitare ciò che non occorre esplicitare, nel suo moralismo di fondo, in contrasto con la bizzarria, il senso di turbamento, il perturbante che il film sembra promettere per tre quarti della sua durata. L’impressione è quella di un film che ci illude di essere al centro di un intricato labirinto, ma nel finale non solo ci offre il proverbiale filo per uscirne ma ci prende addirittura per mano.

Keeper riesce poi a disinnescare la cosa più spaventosa che ha saputo mettere in scena: il design delle creature mostruose che bramano Liz. Degne di un manga di Junji Itō, queste presenze smettono di incutere timore poco dopo la loro comparsa, quando le suggestioni orrorifiche suscitate dalla loro presenza cedono il passo alla metafora scoperta, quando capiamo quale siano le loro intenzioni nei confronti di Liz e la loro funzione simbolica. Nel momento di massimo spannung orrorifico, infatti, una di queste presenze mostra alla protagonista il proprio volto, formato da quelli di tutte le donne uccise dai due cugini. Una soluzione estetica e metaforica che ricorda specularmente la sequenza finale di Men di Alex Garland (e no, non è un complimento). Nel finale, assistiamo alla punizione dell’uomo per mano di quello stesso meccanismo di sopraffazione e sacrificio innescato secoli prima, ma ciò avviene senza la forza di una reale catarsi, né il turbamento di un epilogo ambiguo, ma con un gesto simile al colpo di spugna che cancella tutta la paura e il senso di straniamento che ci erano stati promessi all’inizio.

Se molti più registi horror che si avventurano in questo tipo di terreno tenessero bene a mente la lezione di una scrittrice e intellettuale femminista come Lisa Tuttle (recuperate un gioiello come Il profumo dell’incubo) che nei suoi racconti ha mostrato come sia possibile coniugare weird, horror e istanze femministe con complessità di sguardo e potenza perturbante, indagando la psiche femminile e i rapporti tra sessi senza toni da pamphlet accusatorio, allora avremmo horror migliori che anziché piegare il genere alla morale spicciola avrebbero davvero la forza, etica ed estetica, di perturbarci, di colpirci come la kafkiana «scure sul mare gelato dentro di noi», lasciandoci liberi di confrontarci con le miserie di cui siamo capaci, con più domande che risposte.
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