Warfare – Trauma, simulacro e dissoluzione del war movie
Sin dal suo esordio alla regia con Ex Machina (2014), Alex Garland si è distinto come autore capace di sondare i territori liminali tra realtà e simulazione, scienza e metafisica, individuo e collettività. Che si trattasse della foresta aliena di Annientamento (2018), delle proliferazioni mostruose di Men (2022) o del futuro distopico di Civil War (2024), i suoi film hanno sempre interrogato il rapporto tra percezione, identità e forme del potere, spingendo lo spettatore in spazi narrativi che mettono in crisi certezze ontologiche e categorie morali. Alla base del suo cinema c’è un’ossessione per i dispositivi dello sguardo: la scienza, la tecnologia e lo stesso linguaggio delle immagini diventano medium attraverso i quali il reale viene filtrato, distorto, reso instabile. Warfare rinnova e devia la traiettoria di Garland, senza però rinunciare ai suoi presupposti stilistici. L’autore prosegue infatti la sua indagine sull’epoca contemporanea, intesa non soltanto come insieme di eventi storici, ma come condizione percettiva e simbolica segnata da traumi, crisi dell’identità e da una costante oscillazione tra esperienza diretta e mediazione tecnologica.

Se in Civil War l’esperienza del conflitto era filtrata attraverso lo sguardo di un gruppo di fotoreporter, qui Garland si lascia guidare dalla memoria di Ray Mendoza, ex marine sopravvissuto ad un’imboscata a Ramadi nel 2006, durante la guerra in Iraq, piegando però ancora una volta le immagini in direzione di un’esperienza che mette in crisi le forme tradizionali della narrazione. Ne risulta un’opera in cui la testimonianza individuale si intreccia con la ricerca estetica e percettiva tipica del suo cinema: un oggetto ibrido a metà tra rievocazione, arte performativa e installazione percettiva.
Il cuore pulsante di Warfare, infatti, non risiede tanto nella pur mirabile costruzione narrativa, il cui centro sembra essere quello di un’ottima drammaturgia spaziale, quanto nella restituzione percettiva di ciò che accadde. Garland mette a disposizione di Mendoza la propria abilità tecnica, offrendogli la possibilità di “tradurre” in immagini i ricordi di quella tremenda giornata. Lo spettatore è così travolto da un flusso di esplosioni, urla, fischi ovattati, spazi che collassano e si disfano fino a smarrire ogni punto di riferimento. Nessun percorso eroico, nessuna finalità redentiva: soltanto l’enfasi del movimento, brutale e assurdo come la guerra stessa. È un approccio alla materia piuttosto radicale, che trova ulteriore riscontro nella scelta di collocare l’intero racconto nell’arco di novanta minuti: una rigorosa scansione in “tempo reale” che priva lo spettatore di ogni mediazione, immergendolo nella durata stessa dell’azione, senza ellissi né scorciatoie narrative. Il tempo filmico coincide con il tempo dell’esperienza, restituendo la guerra non tanto come un grande affresco storico, ma come successione ininterrotta di atti, esplosioni e lacerazioni, in un continuum che si esaurisce nel nulla.

A differenza di Salvate il soldato Ryan o Black Hawk Down, che inscrivevano l’orrore all’interno di un orizzonte mitopoietico, Warfare dissolve la retorica dell’eroismo. Il film non cerca ragioni né costruisce mitologie, mostra piuttosto l’entropia della violenza come fine a sé stessa, lasciando dietro di sé solo un paesaggio di rovine. La scena conclusiva, con la famiglia afghana costretta a rimanere in una casa devastata dopo il passaggio dei soldati americani, diventa emblematica di questo svuotamento: non c’è salvezza, né giustizia, soltanto macerie.
L’impressione, a tratti, è quella di un’opera vicina a territori contigui all’arte contemporanea: una sorta di happening bellico, o di performance audiovisiva in cui lo spettatore diventa parte integrante del meccanismo, costretto a misurarsi con il frastuono e la devastazione. L’elemento gore, con i suoi eccessi splatter e il gusto per il grandguignolesco, caratteristiche ricorrenti nel cinema di Garland, sono anch’essi parte integrante di una costruzione per immagini che vuole testimoniare la brutalità della guerra fino al parossismo. Emblematica in questo senso la sequenza in cui i soldati, per errore o per eccesso di adrenalina, calpestano le già martoriate gambe dei loro commilitoni, infliggendogli ulteriori sofferenze. Ciò che ne risulta è un’esperienza percettiva che si nutre dell’eccesso per esprimere l’indicibile.

La successione di immagini che segue il finale di Warfare affianca i reali marines sopravvissuti all’attentato agli attori che li interpretano, aprendo a una ambiguità piuttosto sottile: da un lato sembra rischiare la scivolata propagandistica, riconsegnando ai militari un’aura celebrativa; dall’altra, smaschera la natura ibrida del film, ricordando che ciò a cui abbiamo assistito non è semplice ricostruzione, ma la traduzione per immagini di una mente segnata dal trauma. Si genera così un cortocircuito in cui Garland utilizza gli strumenti della finzione cinematografica — che, come sosteneva Manoel de Oliveira, non può mai dirsi realmente realista — per costruire un racconto che tuttavia appare come una delle più crude e aderenti rappresentazioni cinematografiche della guerra che si siano viste di recente. Un paradosso che incrina i confini tra realtà e finzione, tra documento e invenzione, lasciandoci sospesi in uno spazio ambiguo dove la verità dei fatti e la loro trasfigurazione cinematografica diventano indiscernibili.


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