Dal cinema ai libri – Intervista a Sara Grimaldi, autrice di ‘Asfalto’
Sara Grimaldi ha già solcato in un passato non troppo lontano le pagine (web) di Birdmen coi suoi lavori. Regista lombarda ed expat a Parigi, Sara Eleonora Grimaldi vanta un curriculum nel mondo del cinema indipendente che spazia dalla ricercatezza formale degli stilemi cinematografici al cinema documentaristico. In questo periodo però ha tentato nuovi approdi di genere e ha pubblicato il suo primo libro, Asfalto. Pubblicato da Giacovelli Editore, il romanzo vede protagonista Caterina, un’adolescente in preda a una crisi esistenziale travolgente, le cui vicende personali riflettono il malessere di una generazione rumore bianco, sentita ma non ascoltata. Per parlare di questo e altri progetti, Sara ci ha concesso la seguente intervista:
Come è avvenuto, se è avvenuto, il passaggio da scrittura per il cinema a narrativa tradizionale? È stato spontaneo o frutto di un ripensamento di te stessa?
In realtà è stato un caso, per quanto io da bambina scrivessi tantissimo. Sono stata una bambina che scriveva veramente tanto inventavo storie, eccetera. Non ho mai pensato di fare la scrittrice per il semplice fatto che secondo me la scrittura è una cosa molto seria, molto più seria che fare i film. Alla fine per i film hai le immagini e il suono, volendo puoi cavartela in qualche altro modo e quindi non mi sentivo all’altezza di scrivere un libro. Ed è successo proprio per caso. Come racconto anche nei ringraziamenti del libro, ringrazio un mio studente: un paio d’anni fa insegnavo in una scuola terribile e il giorno della consegna del lavoro finale per l’esame gli studenti scoprirono che dovevano consegnare una tesina della quale non erano stati informati, quindi sui 200 studenti solamente quattro o cinque ce l’avevano già pronta. Ci fu quest’attimo di panico, più che un attimo devo dire, generale, e io avevo questo studente, Raphael, uno studente di produzione che sapeva il fatto suo. Un bel ragazzo alto un metro e novanta e che l’ultima settimana non aveva praticamente dormito la notte per finire tutte le cose che c’erano da fare e un giorno va in frantumi davanti ai miei occhi, divenne improvvisamente un bambino di 7 anni, che piangeva disperato. C’è stato questo dialogo tra me e lui in cui lo esortavo comunque a mettere nella tesina quello che aveva, ma lui mi ripeteva che ormai era finita e non c’era più niente da fare. Insomma ho cercato un po’ di fare da mediatrice con la scuola ma senza alcun successo,. Tornando a casa pensavo a queste cose: avevo tredici chilometri in bicicletta, guardavo l’asfalto e a un certo punto vidi questa immagine nella mia testa, di questa ragazzina allungata sull’asfalto. Arrivata a casa dissi a tutti: «io devo scrivere!» e lì scrissi il primo e l’ultimo capitolo. Per tanto tempo però non sapevo cosa farne perché non avevo appunto mai scritto libri, non avevo velleità da scrittrice ed è stata soprattutto la mia psicologa che mi ha incitato a farlo e che tra l’altro ha scritto la prefazione del libro. «Poco importa a cosa serve» mi disse lei «perché già sta servendo». Davvero la ringrazierò tutta la vita di questa cosa, perché per me è stato un processo quasi terapeutico, mi ha permesso di andare a cercare anche queste emozioni dell’infanzia e dell’adolescenza che non ricordavo più. Tutti dobbiamo ricordare l’adolescenza e proprio risentirli dentro di me è stata una cosa incredibile.

Il tuo libro tratta il tema del suicidio giovanile, che è un tema abbastanza tabù per la società nonostante secondo l’Unicef sia la quarta causa di morte tra i giovani tra i 15 e i 19 anni. Quali sono secondo te le cause di questo disagio generazionale?
Questa domanda andrebbe fatta più alla mia psicologa che a me. Lei imputa molto al fatto che c’è la “perdita del villaggio” e della comunità, un punto di vista che ha riportato anche nella prefazione del libro. Ci sono relazioni che diventano virtuali e non sono più reali. Detto questo, io penso che in realtà il disagio giovanile esistesse anche quando noi eravamo ragazzi, solo che nessuno ne parlava. Io stessa sono stata un’adolescente molto complicata, non ho paura a dire che ho avuto molti pensieri suicidi, che ho minacciato il suicidio tante volte perché vivevo in un ambiente complicato, perché non mi sentivo ascoltata, perché avrei voluto solamente qualcuno che mi dicesse «vai bene così come sei» e credo che questo sia uno dei grandi problemi dei ragazzi, che in generale non si sentono dire che vanno bene così come sono. Ci tengo a precisare però che la storia di Caterina non è la mia storia. Però quell’ansia che si vive da adolescente non viene a mio avviso rilevata e presa in carico dalla società, una società che ormai corre così tanto che non ci si ferma. È vero, non esiste la comunità, dove prima non parlavi con i tuoi genitori, ma andavi a parlare con qualcun altro e ti tiravi un po’ su. Ora o vai a parlare con lo psicologo, che però costa tantissimo, oppure con chi vai a parlare se i tuoi genitori lavorano tutto il giorno e non ti vedono mai? E mi ci metto dentro anch’io, perché io per quanto sia molto presente nella vita dei miei figli, ho dei periodi in cui lavoro molto e non ci sono, e loro se ne lamentano, ed è una vera problematica esistenziale. E poi tutta questa virtualizzazione delle relazioni, che fa sì che le relazioni non sono più vissute nello stesso modo in cui magari erano vissute una volta.

Nel tuo romanzo sono centrali i conflitti tra genitori e figli. A chi è più diretto Asfalto? Ai genitori o ai figli?
Sicuramente per me è un libro per i genitori, io l’ho inteso come un libro che parla ai genitori e agli adulti in generale. Che sia un mezzo per riflettere e per avere magari un dialogo anche con i propri figli. Ma anche che sia rivolto agli educatori, eventualmente educatori e ci metto dentro tutto: da chi è propriamente educatore professionale, all’insegnante o anche l’allenatore, chiunque abbia a che fare con dei ragazzi. Poi secondo me ci si può rivolgere ai ragazzi, ma a partire dai 15 anni, e preferibilmente con un accompagnamento, nel senso che venga magari presentato a scuola, con l’aiuto di uno psicologo e che permetta di aprire un dialogo.
Vedremo mai Asfalto adattato come film, serie o corto?
Io vorrei tantissimo che fosse un film, perché nella mia testa è fatto e finito e l’abbiamo già distribuito in sala [ride, ma non troppo ndr], però come ben sai è molto complicato ultimamente trovare i fondi per i film, per cui faccio un appello: se uno dei vostri lettori è un produttore che vuole investire su una regista che porta anche la sua esperienza di genitore, sono disponibile.
Possiamo chiedere cosa c’è nell’immediato futuro? Film, libri o entrambi?
C’è un mio amico produttore che mi ha detto «dai facciamo il film» ma prima bisogna trovare i soldi. Però sì nella mia testa so come sono fatte Caterina e Margherita e tutti gli altri personaggi. In questo momento sto lavorando a un progetto di documentario sull’agricoltura in Francia, di cui faccio il montaggio e un po’ la direzione artistica, quindi non proprio come regista, però uscirà al cinema ed è il primo di una serie di quattro film e sono molto contenta. Oltre a questo sto scrivendo altri due libri, di cui uno per bambini. Devo però riuscire a trovare il tempo di fare tutte queste cose e poi ho altri progetti di film: c’è un progetto di un film di fiction, c’è un produttore che sta accompagnando me, la mia co-sceneggiatrice, una commedia e anche lì cerchiamo fondi. Poi insegno sempre alla scuola del cinema a Parigi, direi che è tutto.
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