Rooster – Guide anacronistiche per crisi di mezza età
Chissà dove sarebbe la carriera di Bill Lawrence senza gli uomini in crisi di mezza età. Dopo il successo di Scrubs – Medici ai primi ferri, che tra poco tornerà anche in Italia con una nuova stagione che cercherà di farci dimenticare quel terribile finale, lo sceneggiatore ha trovato una nuova popolarità nel mondo dello streaming creando un micro-genere di comedy di cui sembra essere riuscito a perfezionare la formula: uomini di solito sui quaranta/cinquant’anni, preferibilmente divorziati o vedovi e con figli a carico (punti bonus se il rapporto con loro è difficile), che davanti ai momenti più complessi e delicati delle loro vite decidono di rispondere con un’innata positività, mentre faticano a capire come ricominciare ad amare ma trovano amicizie dalla natura discutibile che si trasformano presto in una nuova famiglia alternativa. Questa ricetta alquanto specifica si riferisce senza alcuna modifica necessaria a tre serie che portano (almeno in parte) la firma di Lawrence: Ted Lasso, Shrinking e ora, dopo essersi lasciato Apple TV+ momentaneamente alle spalle (fin quando non tornerà la sua altra creatura Bad Monkey con Vince Vaughn, un altro uomo in crisi ma con più mordente), Rooster, disponibile dal 9 marzo su HBO Max.
L’uomo in crisi stavolta non è più un allenatore di football americano o uno psicoterapeuta, ma uno scrittore che allo stesso modo non riconosce gli spazi personali. Quando Greg Russo (Steve Carrell) arriva nel college dove insegna la figlia Katie (Charly Clive) per la presentazione di un romanzo, è ben consapevole che la sua produzione letteraria non è del livello a cui probabilmente sono abituati gli studenti d’oggi – “sono letture da spiaggia, dice sulla difensiva – anche se l’accusa principale che gli viene rivolta riguarda più che altro la nemmeno troppo velata misoginia, che lo porta a spogliare costantemente la protagonista femminile (per giunta ispirata alla sua ex moglie), anche quando le circostanze narrative non lo giustificano.

La serie però ci tiene a rassicurare il pubblico che sta vedendo la storia di un uomo buono e che la sua mentalità datata sotto (tanti, troppi) aspetti è più frutto di ingenuità che di mala fede ed è disposta a provarlo attraverso escamotage che sfiorano spesso il ridicolo. La seguente lista non è esaustiva ma include Greg che per mascherare la sua goffaggine inizia a imitare la danza di Walk like an Egyptian e viene accusato di aver preso in giro la cultura egiziana, un tentativo di citare Moby Dick si trasforma in un possibile tentativo di body shaming e – forse il caso peggiore – nel terzo episodio, cade sul seno di una studentessa, ma non temete, lui rispetta davvero le donne.
Nonostante una morale tentennante, Walter Mann (John C. McGinley, il Dottor Perry Cox in Scrubs), il presidente del Ludlow College che a tal proposito usa la sua sauna come ufficio/confessionale, offre a Greg la possibilità di guidare un corso di scrittura creativa, anche per poter star vicino alla figlia Katie, appena stata tradita dal marito e collega Archie (Phil Dunster, Jamie Tartt in Ted Lasso) con una studentessa. Greg tuttavia è un padre di stampo “interventista”, una presenza ingombrante che rischia di soffocare la donna che già è costretta a sopportare gli sguardi di tutti quando attraversa il campus, come se l’infedeltà fosse colpa sua. Ovviamente la “separazione” tra i due non è così semplice e segue tutte le complicazioni che siamo abituati a vedere in ogni storia sul tradimento, dove l’uomo non è così spregevole come dovremmo credere e la donna non è così arrabbiata come dovrebbe essere.

La trama farebbe pensare a un‘analisi dei rapporti tra padri e figlie, specie quando queste raggiungono l’età adulta, ma la dinamica tra Greg e Katie è a malapena accennata nei 6 episodi mostrati alla critica (la stagione completa è composta di 10 episodi). I due personaggi sono adoperati per lo più come spalle comiche nelle reciproche trame per gag e altri anacronismi vari, che soffocano ogni tentativo di sincerità nella sceneggiatura. Le capacità genitoriali di Greg non sono mai messe in discussione, quando incontriamo la madre in occasione dell’inaugurazione di un centro studentesco intitolato a lei è evidente che a lei sia rilegato il ruolo solitamente assegnato ai padri, di fantasma distante che sminuisce il dolore (se così si può definire, considerando la facilità con cui sembra accettare il comportamento di Archie) della figlia. Katie è costretta a un perenne stato di immaturità, che rende forzata anche la recitazione di Clive, una rivelazione nella serie inglese Pure, qui spinta all’eccesso e verso la farsa.
A mancare in Rooster è la talvolta goffa autenticità che ha contraddistinto Ted Lasso e Shrinking. Questo non significa che Bill Lawrence possa avere la possibilità di evolversi e di cambiare tono o vestito alla sua storia, ma quando si propone un personaggio così simile a quelli che hanno abitato i suoi successi passati, il paragone non è un esercizio di masochismo o il rimpianto dei bei tempi andati quanto il naturale percorso delle cose. È difficile affezionarsi o addirittura conoscere i personaggi quando questi vivono solo ed esclusivamente per essere vittime dell’equivalente comico delle trappole di Saw – L’enigmista, un mélange di tutti i peggiori tropi delle commedie di inizio anni 2000 che devono riemergere nel 2026 ma con una necessaria nota a pié di pagina per assicurarsi che no, non stiamo facendo il tifo per uno stronzo. Pur avendo dalla sua un interprete ormai pilastro dell’idea collettiva di comedy come Steve Carrell – qui ammicca spesso agli inizi della sua carriera come a 40 anni vergine – Rooster fatica persino a trovare al suo protagonista un’identità definita, ma si ostina a seguirlo nonostante sia di gran lunga uno dei personaggi meno interessanti dell’intero ensemble. Danielle Deadwyler, che presto vedremo nel reboot di X-Files di Ryan Coogler e qui chiamata a interpretare un’insegnante di poesia, rappresenta una delle tracce di umanità non costruita all’interno della serie, la sua sottotrama però viene ignorata o è asservita agli uomini che la circondano (e spesso non la rispettano). Se c’è un potenziale in Rooster è difficile dirlo, ma la via per salvare la serie è una sola per Bill Lawrence: iniziare ad autoplagiarsi.
Dal 2015 Birdmen Magazine raccoglie le voci di cento giovani da tutta Italia: una rivista indipendente no profit – testata giornalistica registrata – dedicata al cinema, alle serie e al teatro. Oltre alle edizioni cartacee annuali, cura progetti e collaborazioni con festival e istituzioni. Birdmen Magazine ha una redazione diffusa: le sedi principali sono a Pavia e Bologna.
Aiutaci a sostenere il progetto e ottieni i contenuti Birdmen Premium. Associati a Birdmen Magazine – APS, l‘associazione della rivista.