Pillion — Se ti fa ridere è una rom-com, se ti è devoto è dom-com
Chi non rimpiange le rom-com del periodo d’oro probabilmente si sentirà più a suo agio con Pillion – Amore senza freni. Il film d’esordio di Harry Lighton è più esattamente una dom-com, come tutta la campagna promozionale sottolinea. Gli ingredienti delle commedie sentimentali però ci sono tutti: gli opposti che si attraggono, un protagonista impacciato, la trasformazione, l’esplosione del sentimento, l’ostacolo, il risvolto.
Harry Lighton adatta liberamente il romanzo di Adam Mars-Jones Box Hill e sceglie due corpi attoriali che incarnano al meglio il rapporto di forza e dominazione che il film esplora. Colin (Harry Melling) è un ragazzo timido, ancora a casa dei genitori e con una vita piuttosto ordinaria: ausiliario del traffico di giorno e, nel week-end, voce di un barbershop quartet nel pub della città. È lì che incontra Ray, misterioso e magnetico biker che subito fiuta in Colin una certa “propensione per la devozione”.

Con andamento lineare procede l’evoluzione del protagonista che realizza di ritrovarsi nelle dinamiche BDSM come sub, di accettare regole e ordini dal suo padrone Ray, con tanto di mansioni domestiche da rispettare, tra liste della spesa e sveglia alle sette del mattino. Un contratto che, nelle norme del BDSM, si fonda su “Sano, Sensato e Consensuale” (SSC) o su “Rischio Assunto Consapevolmente e di Conoscenza” (RACK), qui mai esplicitamente menzionate ma che Colin accetta come nuovo adepto di una comunità.
Proprio le numerose commedie romantiche di fine anni Novanta ci avevano abituato ad avere tutto a portata di narrazione — dal finale consolatorio ai personaggi ben definiti nei loro cliché rassicuranti — l’esordio di Lighton, invece, disegna profili meno convenzionali e più ombrosi. Non c’è paura di mostrarsi come parte di una sottocultura (la comitiva è composta da veri motociclisti della Gay Bikers Motorcycle Club, con cui il regista ha trascorso del tempo per le ricerche), ma l’enigmatico dominatore Ray resta totalmente nel mistero: chi è, cosa fa, da dove viene?
Nel corpo statuario di un Alexander Skarsgård in piena sintonia con il ruolo c’è una figura talvolta fantasmatica, una guida che introduce Colin a un mondo per lui nuovo che gli permette di sbocciare. Colin, da parte sua, si ritroverà sì ad accettare questa attitudine submissive, ma in qualche modo anche a dover gestire il dolore e le crepe.
Nulla però a che vedere con il caso editoriale e cinematografico di 50 sfumature di grigio e seguiti: il film di Lighton ha più punti in comune con Maîtresse di Barbet Schroeder o Il filo nascosto di PTA. Non c’è vergogna né stigma, solo la consapevolezza di non voler tornare indietro e di scegliere quel modo di amare o di essere amati.

La figura di Ray si muove come una sorta di proiezione della perfezione: è bello, muscoloso, colto, fa poche domande, e smonta una teoria cara alle commediole d’amore: cercare una persona che ti faccia ridere. Ma, ironia a parte, la sua figura diventa sempre più sfuggente e inafferrabile parallelamente all’evoluzione di Colin.
(Paragrafo spoiler alert!)
Un risvolto spettrale arriva infatti nell’eloquente e originale parte finale: nel momento in cui Ray esce dalla veste del Master, come un supereroe in abiti casual, realizza il suo reale sentimento e, come quel capitano Gregg de Il fantasma e la Signora Muir, si dissolve nel nulla. Forse per non abbandonare mai Colin come nel noir gotico di Mankiewicz.

In una riflessione più ampia sul genere, lo scorso anno è stato piuttosto stimolante nel vedere al cinema film che decostruissero la commedia romantica: dal deludente caso di Material Love di Celine Song, in cui la ricerca assennata dell’uomo perfetto somiglia alle application su LinkedIn, con tanto di head hunter fino ai più interessanti Together ed Eternity. Gli ultimi due, infatti, smontano il concetto dell’amore eterno rispettivamente attraverso il body horror e l’ironia sulla formula tradizionale del “per sempre”.
Pillion, più che decostruire, porta invece la rom-com in un mondo parallelo, una sottocultura, nel grande multiverso delle pratiche relazionali e sessuali. Prende in prestito stilemi e registro — tra risate e qualche lacrima — per raccontare un Bildungsroman di un tenero late bloomer che si riscopre proprio nell’immaginario dei mondi di Tom of Finland.
Dal 2015 Birdmen Magazine raccoglie le voci di cento giovani da tutta Italia: una rivista indipendente no profit – testata giornalistica registrata – dedicata al cinema, alle serie e al teatro. Oltre alle edizioni cartacee annuali, cura progetti e collaborazioni con festival e istituzioni. Birdmen Magazine ha una redazione diffusa: le sedi principali sono a Pavia e Bologna.
Aiutaci a sostenere il progetto e ottieni i contenuti Birdmen Premium. Associati a Birdmen Magazine – APS, l‘associazione della rivista.