In Sinners brucia il fuoco di un’impossibile espiazione
Questa recensione su Sinners, il film di Ryan Coogler che è già entrato nella Storia per il record di candidature racimolate agli Oscar, arriva con colpevole ritardo. Potrei dire che ero in attesa di vedere come sarebbe stato accolto dall’Academy – sorprendentemente bene, ma aspettiamo le Statuette – o che era necessaria una ricerca molto approfondita per poterne parlare al meglio – vero, ma non sufficiente. La verità è che, da musicista appassionato di Blues e di tradizione americana, la visione di Sinners – da noi superfluamente rititolato I Peccatori – mi ha posto di fronte ad un peccato originale, endemico, invisibile, ma adesso terribilmente bruciante. Il peccato di chi non si è mai reso conto – un’omissione, in termini canonici – di quanto si rischi sempre e comunque di divorare e prosciugare la forza vitale di un’espressione culturale quando la si maneggia, quando vi si parla attraverso e vi si cerca nutrimento espressivo. Sto parlando qui del Blues, ovviamente, che è fulcro spirituale e arcano del movimento filmico della pellicola, ma anche e soprattutto della sua rappresentazione, da troppo tempo svuotata e depauperata della mistica che vi sta al fondo.

Prima di entrare nel merito, però, lasciatemi rapidamente spendere qualche parola sul prodotto Sinners, un film che poggia la sua estetica su canoni visivi estremamente contemporanei – dai volti che riempiono lo schermo alle scelte scopiche di colori e inquadrature – e che si affida esplicitamente al genere Horror per trarne al meglio la spinta endemicamente politica. Coogler, come già Jordan Peele, sfrutta in Sinners il potenziale rappresentativo del corpo che il genere porta con sé, ancorando a una semplice fiducia nel visivo un raffinato discorso sulla concretezza e sulla fragilità del vivente: bastano pochi espedienti per rendere credibili i due gemelli interpretati da Michael B. Jordan, come diventa agile mestiere costruire una crescente tensione erotica e claustrofobica intorno ai personaggi chiusi come topi nello spazio in cui si consuma buona parte dell’azione. La cassetta degli attrezzi del genere è elementare, estremamente post-moderna, e per questo efficace nel suo risultato superficiale, che è la disturbante narrazione di una violenta assimilazione culturale.

In questo, il film è anche felicemente “sporco”, incompiuto, quasi kitsch in alcune sue trovate, specialmente nella rappresentazione del sovrannaturale. Questo porta a due direzioni: da una parte la forse stucchevole proiezione (e ulteriore collocazione contingente) della dimensione musicale quando esce dalla diegesi superficiale; dall’altra, alla disturbante efficacia della paura per chi arriva da fuori, un tema densamente popolato nell’audiovisivo Horror attuale, dal Bussano alla porta di Shyamalan alla notevole serie From a marchio Paramount; ma le implicazioni che tutto questo ha in Sinners sono tangibili nella loro brutale concretezza solo nel quasi coevo penultimo episodio di It: Welcome to Derry, ponte idealmente materiale tra il film di Coogler e la prima furiosa mezz’ora di Horizon: An American Saga pt.1. Certo però la contingenza visivamente marcata si rende qui necessaria perché nel racconto filmico di Sinners traspare con forza l’esigenza cocente della testimonianza: o adesso o mai più.

E torniamo al peccato cui ci mette davanti questo film. Capita spesso – e io ne sono tra i vari colpevoli – di parlare del Blues come della radice della musica leggera contemporanea, avendo dato origine al Rock’n’Roll, al Country, a diverse forme di Jazz e, qualche decennio più avanti, al Rap, all’Hip-Hop, ecc. Tutto vero, ma anche tutto tremendamente ingiusto. Il valore del Blues e della forma culturale che ne riempie la tradizione non si può ridurre all’eccezionale multipla filiera commerciale – in un mercato troppo spesso bianchissimo – che ha permesso. Facciamo attenzione: i “vampiri culturali” che attaccano la juke joint nel film non sono immagine solo di quei musicisti bianchi che a più riprese hanno registrato, catalogato, imparato, suonato e trascritto la musica Blues, da Alan Lomax fin oltre Eric Clapton; no, i vampiri sono quelli che l’hanno resa un mercato, come già raccontava in modo meno viscerale – ma altrettanto spietato – il troppo sottovalutato Ma Rainey’s Black Bottom pochi anni fa e come ha (troppo) romanticizzato il pur seminale Cadillac Records. E attenzione, non in un’ottica ingenua che vorrebbe il Blues non macchiato dal denaro, tutt’altro – e il film lo mostra più che chiaramente: il mercato vampiro è quello bianco, che prosciuga, divora, scuoia e dissangua il valore dell’autonomia culturale, narrativa, celebrativa e, sì, economica della comunità afroamericana.

Quindi l’importanza della contingenza, ovvero il motivo per cui questo film decisamente imperfetto è un gioiello inestimabile ora o mai più e la rischiosa gioia di vederlo così ampiamente candidato agli Oscar, spesso tanto vampirici come i mostri della pellicola. Quello su cui Coogler insiste davvero è che abbiamo oggi l’urgenza non di additare all’appropriazione culturale in tempi in cui non era minimamente pensabile – ci troneremo -, bensì di recuperare la testimonianza autentica di una forma culturale – il Pre-War Blues, ovvero quello prima degli anni ’40 – che è ben più di ciò che ha generato. Parliamo di una musica viscerale, pulsante, arrabbiata, profondamente mistica. Una forma di esorcismo codificata lungo tutto lo scorrere dell’immenso Mississippi, capace di trasportare narrazioni, cronache, leggende e mitologia: in pratica, la sostanza viva di una forma culturale in costruzione. Di quel Pre-War Blues è arrivato a noi tantissimo – spesso grazie a registrazioni sul campo di musicologi bianchi – ma tutta questa mole di materiale è difficilmente intelligibile senza una testimonianza autentica e consapevole.

La scelta di Coogler è di ancorare questa necessità al volto di un vero figlio di quel Mississipi, Buddy Guy, nato mentre Robert Johnson preparava le sue uniche poche registrazioni toccate dalla mano del Diavolo in persona. Una testimonianza, quella di Buddy Guy, che è scavata nel suo volto e nella sua voce e che diventa il commiato di una cultura congelata sotto gli argini sempre rotti dalle piene del Delta e che oggi arriva a noi troppo facilmente di seconda mano, in un’eterna parafrasi che è sì garanzia di diffusione, ma è anche sigillo di libertà negata e data alle fiamme. L’unico modo per evocarne l’anima, ci dice con un urlo straziante il Sinners di Coogler, è averne consapevolezza, conoscerne le fondamenta, le ragioni e vederne pulsare il sangue. Solo così possiamo distinguere chi, di quella musica, è ancora oggi autentico testimone a prescindere da colore o provenienza – uno su tutti, Bob Dylan, ovviamente – e chi invece può essere in buona fede veicolo di conoscenza – i Beatles, gli Stones, Clapton – pur macchiandosi dello stesso peccato che il film ci marchia a fuoco nel profondo.
Sinners è un atto di redenzione impossibile, è l’ultimo scampolo del fuori tempo massimo, è la cenere rimasta dal rogo di una libertà asportata con la forza. Guardare autenticamente questo film – accettarne le pieghe, le immagini, i suoni, i corpi – è imparare a distinguere il vampirismo culturale, il furto finalizzato al mercimonio, l’eradicazione attuata per agghindare una superficie anestetizzata. Continueremo ad amare il Rock’n’Roll, il Country, il Bluegrass e tutto il resto, ma dopo Sinners non lo potremo più fare da innocenti. E forse è giusto così.
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