Le otto morti di Wonder Man
Nelle puntate precedenti…
«Il personaggio di Valentina nel MCU è particolarmente riuscito non solo per l’innegabile carisma della sua interprete, ma anche e soprattutto perché la sua backstory, pur citando apertamente sia i fumetti classici che quelli Ultimate, è ricalcata su quella di figure antidemocratiche del deep state americano come Allen Dulles (se non sapete chi è, scopritelo qui) ed è forse anche per questo che risulta così credibile come villain e non una semplice copia dell’Amanda Waller della DC.» da Chi ha paura dei Thunderbolts? pubblicato il 4 maggio 2025.
«La miseria della religione è allo stesso tempo l’espressione della vera miseria e la protesta contro questa vera miseria. La religione è il sospiro della creatura oppressa, il cuore di un mondo senza cuore, così come è lo spirito di una situazione senza spiritualità. È l’oppio del popolo» da Critica della filosofia del diritto hegeliana, Karl Marx, 1843.
È un Marx autenticamente pre-marxista quello che si aggira nella discorsività ingenua di chi lo impugna per legittimare il proprio ateismo osservante. Un Marx che a rileggerlo con appassionata e critica devozione ci rivela un duplice aspetto della religione: non solo o principalmente un male, ma una risposta razionale (era pur sempre un hegeliano) a un “mondo senza cuore”. E a chi con più o meno arguto cinismo ci ricorda che il mondo è sempre stato un’arena hobbesiana, poggiandosi come tutti i pessimisti romantici su ciò che è plausibile ma non dimostrabile, rispondiamo che allo stato attuale il mondo sta attraversando il “crollo del rituale e della musica“ e quindi vengono definitivamente meno quelli che Zaffaroni definisce “discorsi legittimanti”. In questo panorama desolante, può una serie atipica di supereroi offrirci nuovi discorsi di oppiacea protesta alla miseria?

La religione alla quale si fa riferimento in questo caso è appunto quella dei supereroi, miseria e salvezza di una Hollywood mai come in questo decennio così palesemente cosciente di essere ambasciatrice delle logiche imperialiste e oppressive della “più grande democrazia del mondo” e già in un altro prodotto abbiamo potuto apprezzare la zombificazione alienante del “true believer” nel tardo 2025. Wonder Man non rinnova il discorso superomistico, non offre facili soluzioni alla superhero fatigue, né cede alla tentazione di sfondare pareti o bucare lo schermo. Rimane invece elegantemente narrativo e circoscritto alla dimensione personale e individuale di un protagonista che nell’arco di otto magnifici episodi ripete in maniera diversa sempre la stessa azione: morire.

Ma non deve stupire troppo, la morte delle divinità è da tradizione l’autentico catalizzatore di ogni culto (specialmente se filosofico) e in questo senso Wonder Man non fa eccezione. Lo stesso Yahya Abdul-Mateen II ha un passato nel mondo dei supereroi alquanto profetico. Prima come sconfitto in Aquaman (2018) e l’anno successivo come divinità sacrificata in Watchmen della HBO. Appare quantomeno appropriato che il suo approdo nel MCU abbia a che fare con l’alternanza sconfitta/morte. Solo che non c’è niente di lirico o tragico nelle otto morti di Wonder Man. Qui la dimensione dell’annientamento ha il sapore dell’insignificanza e della repressione individuale. Simon Williams è un represso prima di tutto da sé stesso e solo secondariamente da un mondo e da una società che teme la sua emergenza. La ricerca dell’equilibrio, ammesso che si raggiunga, è una catabasi “filastroccante” e ritmata nella quale Trevor Slattery ricopre il ruolo di inaspettato Virgilio. Una guida, sì, ma una guida che è appunto spettro di un passato ingombrante, tossico e autocelebrativo, probabilmente un’ammissione di colpa degli stessi Marvel Studios.

Si esplora così nella serie un’inedita possibilità, almeno nel panorama autenticamente marveliano, ovvero non sindacalizzare l’intrattenimento, ma intrattenere sindacalizzando e gli indizi non li troviamo solo nei riferimenti fin troppo espliciti allo sciopero degli sceneggiatori, ma in tutti quei passaggi e dialoghi che vedono scontrarsi l’intimo e il pubblico, l’essere e il voler essere, la classe e la maldestra mancanza di essa. Insomma, non sorprendentemente la sindacalizzazione è nel conflitto. Sebbene non tutto ciò che è conflitto sia sindacalizzazione. Si osservi ad esempio il personaggio della madre di Simon, una donna creola affettuosa, attenta ma anche maldestra nella sua volontà di risultare normale, integrata, autenticamente americana (Frantz Fanon sei tu?). Oppure il personaggio del fratello – che nel fumetto guarda caso conosciamo come “Sinistro Mietitore” – il quale uccide quel poco di ego che era rimasto a Simon (facendolo letteralmente esplodere) in quella che è la sua terza morte.

Nessuna morte è definitiva nell’universo Marvel (ammettiamolo, neanche Zio Ben, Gwen Stacy o il di lei padre) e ogni rinascita è un rilancio editoriale più o meno riuscito. La serie muore e rinasce otto volte, tingendo il tutto con un’ironia estetica che a tratti sembra richiamare le sature simmetrie di Wes Anderson accompagnate da una scelta musicale a dir poco poetica. Così il ritmo, mai frenetico eppure trascinante – come un certo Jazz – ci accompagna alla scoperta dei retroscena del mondo Marvel, attraverso porte nascoste nelle vite di personaggi improbabili (sì, il riferimento è a Doorman). E se il Marx che Trevor cita nell’ultimo estasiante episodio è un Marx pre-marxista, il mondo nel quale tutta la serie si ambienta è un universo post-marveliano che ha ormai preso autocoscienza soggettivante della propria funzione narrativa e si interroga facendo quei nomi e quei cognomi che in Thunderbolts* erano appena un richiamo. Un universo che non concede evasione o fuga, il ché è doppiamente ironico se pensiamo alla conclusione della serie.
Non cadiamo però nell’errore di definire Wonder Man una serie punta-dito ma neanche fuori tempo massimo. Wonder Man è un esperimento meravigliosamente riuscito di una macchina imperiale che nell’immediato futuro non potrà fare a meno di mostrare le sue evidenti falle e che se vorrà sopravvivere alla tempesta dovrà imparare a ripensarsi e ridimensionarsi in un mondo che le chiederà – e non a torto – di cambiare o farsi da parte, cioè di morire. E chi sa come morire meglio della Marvel?

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