Honey Don’t! ci mette in guardia già dal titolo
Bakersfield, California: uno sprazzo suburbano e semi-desertico di Stati Uniti dove autobus semivuoti fanno mille fermate ma viaggiano verso mete sconosciute e dove si chiama un investigatore privato per scoprire se il proprio partner sta avendo una relazione extraconiugale. Uno scenario già noto e un protagonista che potrebbe esserlo altrettanto, ma non in questo caso: la detective è una donna e il suo nome è Honey O’Donahue, porta dei tacchi rossi che preannunciano il suo arrivo in ogni stanza e si presenta su una scena del crimine con un vestito a fiori e un’apparente ingenuità che la farebbero sembrare la perfetta incarnazione del male gaze in un genere – il noir – storicamente sovrappopolato da uomini.
Ma questa è solo la prima delle aspettative che vengono sovvertite da Honey Don’t!, neo-noir all’insegna dell’assurdità e della queerness diretto da Ethan Coen e scritto in coppia con la moglie Tricia Cooke dopo il precedente Drive Away Dolls (2024). Ancora una volta la protagonista è Margaret Qualley, nuova diva del presente di Hollywood, che torna a collaborare con Coen e Cooke nel progetto di realizzare una trilogia di b-movies lesbici che dovrebbe concludersi con un terzo capitolo di prossima realizzazione.

All’alba di un incidente stradale mortale una donna misteriosa alla guida di un motorino si avvicina all’auto delle vittime per esaminarne lo stato prima di sfilare dal dito della donna deceduta un anello con un simbolo misterioso. È il sigillo della Chiesa delle Quattro Vie, una congrega religiosa riunita intorno al reverendo Drew Devlin (Chris Evans) che predica una nuova via per la fede e la comunione con il divino attraverso il soddisfacimento dei desideri della carne. Con toni grandiosi e riti eccessivi e al limite del ridicolo in realtà la chiesa non è altro che la facciata dietro a cui si nasconde un giro di droga, crimini e omicidi, oltre a essere la leva sfruttata da Devlin per approfittarsi di donne fragili e deboli e ottenere da loro prestazioni sessuali dietro alla promessa della salvezza. Apparentemente la più sprovveduta sulla scena del crimine, è Honey la prima a capire che qualcosa non va nella dinamica dell’incidente e a scoprire la connessione della vittima con la congrega, continuando a indagare anche quando i colleghi uomini insistono a farle credere che sia solo una perdita di tempo.

In uno scenario e in un genere cinematografico dominato da uomini, Honey O’Donahue non si lascia calpestare da nessuno. Dove il detective-eroe del noir tradizionale era un uomo irrequieto, cinico e divorato dal male di vivere, Honey è una donna divertente, empatica e intraprendente, che ridicolizza lo sguardo sessualizzante e i tentativi di approccio da parte di colleghi e sospettati ricordando a tutti più volte che she likes girls. Rivendicando orgogliosamente il suo essere lesbica – come già avveniva, seppure in modo differente, in Drive Away Dolls – Honey compie un passo ulteriore nel sovvertimento degli stereotipi legati al ruolo che ricopre e al tipo di personaggio che interpreta e dimostra così che è possibile anche per nuovə protagonistə conquistare uno spazio in queste narrazioni.
E poi Honey incontra MG Falcone (Aubrey Plaza), una poliziotta misteriosa che conquista con un solo sguardo e con il suono di quei tacchi fino ad allora solo appannaggio di commenti e di occhiate maschili. Ma se questa relazione poteva tradursi in una riflessione più attenta sulle dinamiche di genere e sulla rappresentazione di sessualità non dominanti in questo tipo di narrazione, questo aspetto finisce per ridursi quasi soltanto a scene erotiche e passionali – e anche stereotipate – tra le due protagoniste, che spesso sembrano sparse lungo il percorso per cercare di riconquistare l’attenzione del pubblico e di nascondere i numerosi problemi che il film presenta a livello strutturale.

Se infatti la narrazione sembra andare in una certa direzione ecco che il film immediatamente vira dalla parte opposta, abbandonando personaggi e dinamiche – come il rapporto tra Honey e il padre – che avrebbero sicuramente meritato più attenzione ma che finiscono per fungere solo da parentesi riempitive. Come gli autobus che girano per Bakersfield senza una meta, anche Honey Don’t! sembra partire ma senza sapere dove andare e perde per strada spunti e riflessioni che ricordano i film in coppia dei fratelli Coen ma senza la forza che li ha resi dei grandi racconti. E se manca ancora un film nella trilogia di b-movies lesbici di Coen e Cooke, dopo l’esperimento non molto riuscito di Honey Don’t! non resta che da chiedersi se il progetto sia stato solo un buco nell’acqua incapace di sfruttare spunti interessanti. Forse allora non possiamo fare altro che sperare che i fratelli Coen tornino presto a lavorare insieme per regalarci ancora grandi perle per il grande schermo.
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