Il bardo della luce e del tempo – Intervista a Mark Jenkin, regista di ‘Rose of Nevada’ | Venezia 82
Il regista, sceneggiatore, montatore e compositore Mark Jenkin arriva a Venezia nella sezione Orizzonti con Rose of Nevada, un film che supera i generi, assomigliando a una leggenda tramandata nel tempo – e per questo profondamente malleabile. Liam (Callum Turner) e Nick (George MacKay) accettano di lavorare su una piccola nave ricomparsa dopo 30 anni, vista dalla comunità come un segno del destino. Questa però si rivelerà un varco nel tempo che li porterà a riscrivere la storia che conoscono e a rimettere in considerazione le loro vite.
In occasione della prima del film, abbiamo avuto l’opportunità di intervistare Mark Jenkin per farci raccontare il suo approccio al cinema e le leggende che lo affascinano.
Nel tuo cinema torna spesso la figura del pescatore. Sono delle figure che cerchi consapevolmente o che arrivano nelle tue storie senza che tu possa realmente controllarle?
Abito in una comunità di pescatori, personalmente non mi guadagno da vivere in mare ma tutto ciò che mi circonda a casa è lì a causa dell’industria della pesca. Penso che il mio interesse verso questo microcosmo nasca da una combo tra il romanticismo del modo di vivere dei pescatori, ma anche per la sua durezza. È indubbiamente anche affascinante dal punto di vista visivo, perché c’è il mare ma al tempo stesso è una bellezza sporcata dalla bruttezza dei processi industriali.
I pescatori sono gli ultimi veri cacciatori liberi, ultimi capostipiti di una vita che un tempo tutti vivevamo. Loro esplorano l’ultima frontiera selvaggia, quella dell’oceano, per procacciare cibo per la comunità. È una professione che ha un respiro epico, ma che anche e soprattutto gode di una dimensione comunitaria. Cercherò di non fare tutti i miei film sui pescatori e sulle loro comunità, però quello che conta nel mentre è riportare questa professione in modo autentico sullo schermo. Ovviamente saprò se ci sono riuscito solo quando il film verrà rilasciato in Cornovaglia e lo potranno vedere i reali protagonisti, però in questo film si vede quanto sia ripetitiva questa vita e ho trovato giusto non romanticizzarla o ripulirla. Quella del pescatore è una vita concentrata nel momento, perché dopotutto, specialmente un tempo, non sapeva mai se la barca lo avrebbe riportato a casa sano e salvo e se si riesce a tornare è sempre necessario celebrare quel successo.

Ci puoi raccontare il processo realizzativo di questo film e specialmente il lavoro che hai fatto sul suono?
Il film è girato con una camera 16mm, la Bolex H16, e tutto il footage è completamente silenzioso e per questo ciò è stato incredibilmente liberatorio e spero sia stato tale anche per gli attori. Ci ha anche permesso di girare alcune scene che in altri casi non avremmo potuto realizzare, le sequenze di pesca non sono state girate in mare aperto ma al mondo e proprio accanto alla barca c’era un enorme supermercato. In alcune inquadrature Callum Turner è posizionato con precisione millimetrica per coprire l’insegna dell’ASDA [una catena di supermercati inglesi, ndr]. Se non mostravamo visivamente alcune cose queste non esistevano perché non ne catturavamo i rumori. Dopo che il film era montato ho costruito da zero la colonna sonora e gli attori sono tornati mesi più tardi per registrare i loro dialoghi. In questo modo mi posso concentrare sulle immagini, sulle inquadrature, sulla luce e poi pensare solo mesi più tardi al suono.
Come funziona la tua ricerca estetica per i film? Hai dei riferimenti o delle mood board o è un lavoro continuo anche in fase di ripresa?
Il dipartimento artistico, guidato dalla nostra production designer Felicity Hickson, ha portato sul set molti materiali di riferimento che ha condiviso con me e con il team, ma per quello che mi riguarda personalmente cerco di non complicare eccessivamente il mio processo creativo. Ho una shot list, ma cerco di non guardarla troppo. L’estetica è determinata dalla camera che uso. Cerco di girare tutto con una lente e con un tipo di pellicola, la Kodak Vision 3. Ovviamente provo a semplificarmi le riprese giorno per giorno, penso che potrei fare una scena in sei inquadrature anziché sette. La mia camera si muove raramente e se lo fa è per un intento molto preciso, gli stessi personaggi spesso rimangono fermi nelle inquadrature. Per me il cinema è semplice, ciò che è complicato è l’atto di comunicare attraverso il linguaggio cinematografico.

Nei tuoi film non nascondi mai la sporcizia, il legno marcio, il ferro corroso dall’acqua. Quanto è importante per te questa autenticità?
Penso sia fondamentalmente umano e l’umanità è imperfetta. Nel mondo multimediale tutto sta diventando più rifinito, più in alta risoluzione, più perfetto. Dio solo sa dove finiremo con l’AI e con l’iperrealismo, ma nel mio cinema mi piace che l’immagine sia troppo calda o morbida. Mi piacciono le infiltrazioni di luci e gli sfarfallii. Mandavo i negativi in laboratorio e spesso mi dicevano che il negativo era graffiato. Per altri sarebbe una brutta notizia, ma per me è eccitante. Mi piace ricordare al pubblico che sta guardando un film. Noi possiamo vedere qualcosa e ricordarci che stiamo vedendo un film e al contempo provare qualcosa anche se alla fine si tratta solo di luce proiettata su un muro. Ieri alla première del film all’inizio ero pieno d’ansia, poi mi son reso conto che mi stavo preoccupando per i personaggi e non per come il pubblico avrebbe recepito il film. È letteralmente un film che ho girato io, con attori che conosco, in una storia che ho scritto con la mia partner, ma anche lei stava provando quella stessa sensazione. Questa per me è la magia del cinema e penso sia davvero incredibile.
Ho sempre notato una particolare difficoltà nel definire i tuoi film e lo stesso vale per Rose of Nevada. È horror? È sci-fi? È folklore? Tu hai trovato una risposta?
Cerco per quanto possibile di non definire i miei lavori attraverso un’etichetta di genere. Quando parlavo di Bait, il mio primo film, e lo presentavo come un drama, la gente diceva “Cosa significa? Tutto può essere un drama”. Per me è davvero difficile raccontare un film in questo modo, specialmente quando cerco dei finanziamenti. Con Bait dicevo “è un drama su un pescatore della Cornovaglia in bianco e nero, la sincronizzazione è stata realizzata in post ed è girato in 16mm” e logicamente la gente pensava fossi matto.

Così mi son detto che per il successivo avrei provato a dire che si trattava di un film horror e con Enys Men ci ho provato ma ovviamente c’è chi ha dei preconcetti su quel genere cinematografico. Anche Mary mi dice di non amare i film horror ma quello che ha in mente è il sottogenere slasher, mentre le piace l’approccio psicologico. Dopo questa difficoltà di definizione nel passato, quando nel mese di Febbraio abbiamo fatto il primo press release di questo film su Deadline, non ho usato una categorizzazione, poi nelle recensioni che ho iniziato a leggere, il film è stato definito addirittura uno sci-fi perché ormai il viaggio nel tempo sembra appartenervi per diritto di nascita. Ieri durante il Q&A qualcuno l’ha definito un folk horror ma credo che anche in quel caso sia una descrizione veritieria fino a un certo punto. Soddisfa alcuni dei criteri del folk horror: abbiamo un outsider che arriva in una comunità e vi si sente uno sconosciuto. Potrebbe essere sci-fi, ma potrebbe essere anche un musical visto che c’è una canzone. Mi piace non sapere esattamente cosa sia.
Uno dei temi principali del film è il rapporto con il tempo. Volevo chiederti come si collegano tempo e cinema per te.
Per me il cinema è luce e tempo. Io sono un bardo della Cornish Gorsedh, una tradizione della Cornovaglia dove sei eletto come protettore e promotore della cultura e tradizione locale. Il mio nome bardico significa uomo della luce del tempo e questa formula riassume il mio rapporto con il cinema. Quando filmi catturi luce e quando monti giochi con il tempo. Penso che la mia ossessione con il montaggio sia dovuta proprio al fatto che il cinema è l’unico luogo dove si può replicare il mondo in cui lavora la nostra coscienza e possiamo saltare in giro per lo spazio e per il tempo. Per esempio posso ricordarmi benissimo cosa ho mangiato stamattina a colazione, posso saltare lì senza bisogno di un tasto rewind. Ogni film che le persone lo vogliano o no parla del tempo, che si tratti di comprimere, espandere o ritagliare il tempo oppure anche mettere fantasmi sullo schermo. Puoi vedere un film degli anni 70 e non importa se tutti gli attori sono morti perché l’immagine cinematografica li ha catturati e sono rianimati davanti a te. Quelle persone possono essere nel passato, ma davanti a te grazie al cinema sono nel presente. Il cinema per me celebra il tempo.
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