Al gran ballo di Venere – Danzare l’adagio della trasformazione
Quale fonte migliore per il linguaggio drammaturgico di Emanuele Conte e del Teatro della Tosse se non quell’inesauribile catalogo di mitologia mutevole e dinamica che è Le Metamorfosi di Ovidio? Con lo spettacolo Al gran ballo di Venere, torna infatti ad essere nuovamente univoca la fonte dell’attesissimo appuntamento estivo che il Teatro della Tosse ha portato quest’anno nel magico bosco di Villa Duchessa di Galliera; certo, univoca ma al contempo molteplice, perché tra le pagine di Ovidio prende vita un vero e proprio universo sterminato di narrazioni possibili, che il poeta latino ha saputo concatenare in un flusso fremente di personaggi, storie, miti e tematiche, ancora oggi capaci di risuonare con forza e prepotenza, come traspare dal sapiente meccanismo attivato dallo spettacolo.

Un lavoro drammaturgico che è prima di tutto un complicato e raffinato esercizio di selezione. Si calcola infatti che nei quindici libri de Le Metamorfosi siano contenuti circa 250 miti – è impossibile enumerarli veramente tutti -, tra cui alcuni estremamente famosi – da Icaro a Narciso -, mentre altri più nascosti e meno popolari. Il testo di Emanuele Conte – scritto con la collaborazione di Luigi Ferrando e Alessandro Bergallo – sceglie di muoversi con estrema libertà tra la “gerarchia” dei racconti, decidendo di usarne la sostanza narrativa come materia pulsante attraverso cui plasmare un testo tematicamente coeso e coerente, in cui ogni scena del percorso spettatoriale itinerante diventa una rifrazione differente di un’unica riflessione profonda.

È infatti sui margini di quella trasformazione eternamente misteriosa che è il passaggio dalla vita alla morte – o viceversa – che si gioca la significazione ultima di ogni episodio. Una trasformazione che inevitabilmente chiama in causa l’amare come unico atto che possa attribuire a questa metamorfosi “definitiva” un senso: è infatti nell’amore paterno di Dedalo (Roberto Serpi, dall’intensità formidabile), o in quello impossibile di Eco per Narciso (Alma Poli e Matteo Traverso, semplicemente perfetti), persino in quello estremamente problematico di Pigmalione per Galatea (Marco Rivolta e Ludovica Baiardi, esplosivi) che il mutare in ogni episodio diventa autenticamente motore narrativo, dotato di una traiettoria trasformativa che è prima di tutto valoriale.

Anche quando il morire inevitabilmente porta a un andamento disforico fino alla più profonda commozione (l’Alcione di Antonella Loliva e la Iole di Sarah Pesca, entrambe straordinarie nel modulare l’emotività di ogni passaggio del proprio testo), lo spettacolo fa emergere la brillante forza de Le Metamorfosi: la trasformazione è infatti nel testo di Ovidio costante, eterna, senza interruzione se non nel passaggio tra un libro e l’altro; in questo modo anche ogni mutazione all’interno degli episodi non è che un passaggio del flusso continuo che è esso stesso il gran ballo del titolo, una danza dall’andamento circolare i cui passi sono le variazioni emotive di ogni scena e il cui tracciato è il percorso che si dipana tra i sentieri del bosco della Villa.

A consolidare questo senso di eternità, fin dal magico incipit con Tiresia e Euripilo, qui suo servitore (dei magnetici Susanna Gozzetti e Pietro Fabbri), l’estetica a cavallo tra ‘800 e ‘900 colloca ogni episodio in una sorta di ancestrale ricordo dalle tinte seppiate, come se il nostro vagare di spettatori fosse in realtà un immergersi nella memoria di una collettività indistinta eppure così chiaramente inscritta nel nostro immaginario, come lo sono i miti consolidatisi proprio tra le pagine di Ovidio. Il tutto ammantato da un tessuto sonoro che è richiamo in dissolvenza del ballo promesso: dalle musiche senza fine dei primi episodi, via via a sfumare nei suoni naturali del bosco, con una significativa presenza del contesto sonoro urbano in cui è incastonata la villa stessa.

Non mancano le risate, come in piena tradizione del Teatro della Tosse – soprattutto grazie alle performance luminose di Alessandro Bergallo e di Graziano Sirressi – come non mancano la cura minuziosa per i costumi – di Daniela De Blasio, con le maschere di Renza Tarantino, per la sartoria di Viviana Bartolini e Rocio Perea – e per l’impianto scenico e scenografico, a cura di Emanuele Conte e Luigi Ferrando. L’incontro tra elementi umani e animali, tra immaginario tardo ottocentesco e spazio naturale, tra vicende terrestri e divine rende Al gran ballo di Venere un testo in cui tutto appare come una metamorfosi in atto, colta nel suo avvenire, nell’indecidibilità di cosa preceda cosa.

Un lavoro stratificato decisamente riuscito, quindi, che si fregia di un gruppo di attori di anno in anno più coeso e impeccabile, capace di tingere al meglio con la propria tavolozza drammaturgica ogni scena. Arrivati in fondo al percorso il primo istinto è quello di riprendere il giro, rilanciandosi nel turbine del mito e nel danzare dei racconti, immersi nel bosco di Villa Duchessa di Galliera che è sempre più un luogo da scoprire, esplorare e, radicalmente, abitare.
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