Ciao Bambino – Edgardo Pistone è tra i migliori esordienti che vedrete quest’anno
Se dovessimo citare i registi italiani esordienti che vale la pena tenere d’occhio, Edgardo Pistone sarebbe sicuramente tra quelli. Il suo primo film Ciao Bambino, vincitore Miglior Opera Prima alla diciannovesima Festa del Cinema di Roma e in concorso ai David di Donatello 2025, è uscito lo scorso 23 gennaio al cinema. Ciao Bambino è la storia di Attilio (Marco Adamo), un adolescente di Napoli sulle cui spalle cadono da un giorno all’altro le colpe del padre. Attilio è costretto a fare l’adulto e a lavorare per pagare i suoi debiti, ma nel tentativo di farlo, si innamora di Anastasia (Anastasia Kaletchuk), una prostituta ucraina. Seppur non facile da trovare perché distribuito in pochissime sale – e questo aprirebbe, volendo, un ampio discorso – è un film da vedere e di cui è necessario parlare. Non perché affronti temi particolari, anzi, forse lo contraddistingue proprio il suo astenersi da denunce sociali, ma perché si tratta di uno dei migliori esordi alla regia del cinema italiano, impossibile da ignorare.
Abbiamo intervistato Edgardo Pistone, il regista.

Quando è nata e come si è sviluppata l’idea di Ciao Bambino?
Prima di Ciao Bambino avevo già provato a scrivere film, ma quando li proponevo mi veniva detto che sarebbero stati troppo complicati da realizzare. Così ho deciso di fare lo sforzo spudorato di parlare di me in prima persona, di esplorare alcuni elementi autobiografici e provare a metterli in scena. Poi è scoppiata la guerra in Ucraina. Ero venuto a sapere di predatori che aspettavano le donne alla frontiera per illuderle, dicendogli di potergli offrire un lavoro quando in realtà le avrebbero fatte prostituire. Mi è tornato in mente quando da bambino vedevo gli strascichi della guerra nella ex Jugoslavia sui corpi delle donne in strada, ho realizzato quali erano i pericoli e ho avuto paura per loro. Così è nato un nuovo soggetto, che poi ho unito a quello autobiografico. Avrei girato il film anche in autonomia, per cui ho iniziato a comporre il mosaico partendo da casa mia per poter avere tutto a disposizione in modo indipendente.
Durante la presentazione al cinema Troisi di Roma hai citato alcuni elementi autobiografici presenti nel film, come il fatto che tuo padre abbia ispirato il personaggio del padre di Attilio. Tanto che è proprio lui a interpretarlo. Quanto della tua vita è servito al film?
È tutto vero ed è tutto inventato. Il cinema ci permette di rendere tutto più bello, compreso il dolore. Io ho provato ad avere un rapporto diretto con il film, e ho fatto di tutto per fare in modo che non fosse un film sulla periferia o di denuncia. A me interessava portare in scena elementi poetici e temi esistenziali, le storie d’amore e le colpe dei padri che ricadono sui figli. Mi interessava raccontare la malinconia e il vuoto che si provano durante la fase di crescita.

Marco Adamo e Luciano Pistone in una scena del film
Non una domanda, ma una riflessione. Spesso Napoli viene trattata in cinema e letteratura come una vera e propria protagonista, un’anima che è parte della trama, che agisce e colpisce. Nel tuo film invece torna ad essere luogo.
La mia ambizione non era quella di raccontare Napoli. L’unica cosa che lega il film a Napoli è il dialetto, ma in questo caso è esclusivamente funzionale, è un modo per accedere a un universo a me familiare, senza volerne fare un discorso antropologico. Ho trattato il rione Traiano, il mio quartiere, come un paesaggio interiore e non come un personaggio. Anche nelle inquadrature, ho cercato di tenere in campo solo i protagonisti, evitando la rappresentazione della Napoli caotica e lasciandola sempre sullo sfondo.
Perché la scelta del bianco e nero?
Il bianco e nero mi ha aiutato a rappresentare il mondo ideale che avevo in mente e che è fatto di vuoti, di assenze, di stati d’animo. È un modo per sospendere il film da spazio e tempo. Non volevo fare un racconto generazionale o di cronaca, ma raccontare l’adolescenza come una stagione dell’esistenza e renderla un racconto assoluto, non relativo. Il bianco e nero è stato funzionale anche a me, regista. Mi ha aiutato a inserire elementi del reale, restando però nell’ambito della finzione cinematografica. Volevo ci fosse equilibrio tra le due cose, non volevo che fosse un film in stile documentario né un film troppo costruito e senza vitalità. È un’idea ambiziosa, ma spero di esserci riuscito. Una fortuna è stata il fatto di conoscere da tempo Rosario Cammarota, il direttore della fotografia. Lui sa bene cosa mi piace, ha assecondato le mie decisioni stilistiche per fare in modo che potessi usare la macchina da presa come mia alleata sul set.

Anastasia Kaletchuk in una scena del film
Per molti degli attori, tra cui i due protagonisti, si è trattato della prima esperienza davanti alla macchina da presa e nel film ci sono diverse inquadrature particolarmente difficili da un punto di vista sia registico che attoriale. Come li hai preparati al set?
Per prima cosa li ho trattati come attori professionisti. Abbiamo lavorato soprattutto sulla sottrazione, per evitare una parodia dei modelli recitativi che vengono in mente quando si parla di Napoli. Gli ho fatto vedere i film di Kieślowski per aiutarli a capire cosa fossero i silenzi, i tempi giusti, come controllare le emozioni. Abbiamo passato tanto tempo insieme, è stato un lavoro impegnativo.
Quanto ci è voluto per realizzare il film? Quali sono le realtà che ti hanno supportato?
Ci tengo a dire che il film è dedicato a Gaetano Di Vaio, uno dei produttori che è venuto a mancare poco prima della selezione alla Festa del Cinema di Roma. Ho avuto la fortuna di avere dei produttori straordinari, hanno desiderato insieme a me per 5 anni di fare un film insieme. Nel nostro team c’è una grande sintonia: con i produttori, gli sceneggiatori, il direttore della fotografia, la scenografa… siamo tutti esordienti e abbiamo tutti un atteggiamento entusiasta. Ci siamo formati come squadra attraverso i cortometraggi che hanno preceduto il film, che sono stati lo zoccolo duro che ci ha fatto andare avanti. Siamo un gruppo di ragazzi che aveva il sogno di fare un film insieme, spero che si veda. Siamo tutti contenti del risultato, seppur amareggiati dalla realtà della distribuzione cinematografica in Italia. Se un film come Ciao Bambino, che ha vinto il premio Opera Prima alla Festa del Cinema di Roma, viene accolto da pochissime sale, vuol dire che qualcosa non sta funzionando, e non so bene a chi o cosa attribuire il problema. In queste settimane è successo anche che gli esercenti ci dessero delle sale da 30 posti per poi doverci spostare mano a mano in sale più grandi, da 250 posti, quindi ho l’impressione che questo film stia in parte aiutando a sfondare le pareti. Però faccio fatica a vedere un futuro roseo per certe iniziative. Il conforto si trova nelle parole di colleghi e spettatori che riconoscono lo sforzo e il lavoro che c’è dietro, che apprezzano il film e vivono le emozioni che vuole regalare. Altrimenti il prezzo da pagare sarebbe veramente troppo alto.
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