Nightbitch – Quando la maternità ti trasforma in un cane
Una madre si guarda allo specchio e nota una chiazza di peli irti sul suo mento. I suoi canini si fanno più aguzzi e i suoi desideri sempre più disumani. La gravidanza dovrebbe averla abituata a non riconoscere più il suo corpo, ma se prima si trattava di ossa stanche e un pancione ingombrante, ora l’immagine restituitale dallo specchio assomiglia a a una bestia o più precisamente a un cane. La singolare premessa di Nightbitch, prima come romanzo di Rachel Yoder e ora come film di Marielle Heller, chiede al pubblico una cieca sospensione dell’incredulità: la trasformazione animale a cui è soggetta la protagonista è una metafora che si fa letterale e in quanto tale non è un ambiguo oggetto di interpretazioni, ma una verità manifesta di sentimenti ignorati o taciuti perché fondamentalmente scomodi.
La donna protagonista, interpretata nel film da Amy Adams e chiamata dai credits “Madre”, non ha un nome proprio, la sua identità è il ruolo che interpreta all’interno della società. Dopo essersi lasciata alle spalle la carriera artistica a causa della nascita del figlio, è ora costretta a rimanere a casa per svolgere i suoi doveri di madre, mentre il marito è libero di svagarsi con i videogiochi quando desidera. “Imprigionata in una cella che si è autocostruita”, la donna si arrende a quello che è apparentemente il suo destino sociale, fin quando il suo corpo non inizia una violenta ribellione. Da quel momento la madre si trasforma in Nightbitch o come è stato tradotto in italiano, spogliandolo della duplice valenza di bitch (cagna-puttana), Bestia di notte. È un termine denigratorio che la protagonista rivendica con orgoglio, trovando un sé esterno alla maternità.

La regista e sceneggiatrice Marielle Heller non è nuova a personaggi fondamentalmente a disagio con loro stessi, come Minnie Goetze in The Diary of a Teenage Girl e Lee Israel nel sottovalutato Can You Ever Forgive Me?, tuttavia è solita muoverli in commedie eleganti dove il caos rimane sempre sottotraccia senza mai arrivare in superficie. Nato come un romanzo dove il realismo magico incontra l’orrore raccapricciante di un’umanità plagiata, Ora disponibile su Disney+, Nightbitch fatica a indossare la veste comica che Heller gli forza addosso. L’indagine della psiche di Nightbitch-personaggio è relegata a voiceover o dialoghi immaginati, che da potenti urla di rivendicazione diventano delle frasi motivazionali da pubblicità di igiene intima. Se fin dal primo monologo, Madre annuncia di essere “costantemente arrabbiata”, il film non si impegna mai per approfondire quella feroce rabbia, aggrappandosi solo alla performance, sempre convincente, di Amy Adams.
Nightbitch-film banalizza la trasformazione canina della protagonista che nel romanzo assume tinte mitologiche, come esemplificato dalla fascinazione di Madre per uno strano tomo dal titolo Guida illustrata alle donne magiche. L’horror lascia spazio al surreale, se nel romanzo la forma canina era uno strumento di liberazione, nel film questa diventa un ostacolo per la sua realizzazione personale. Le scene dove Madre abbraccia la sua nuova forma, inserite nel contesto di una cringe comedy, ne risultano sminuite, più somiglianti a uno sketch di SNL che alla ribellione di una madre in catene.
Dove Yoder si concentra solo sulle evoluzioni della donna all’interno del rapporto di coppia, Heller cerca di assolvere il marito, un uomo distratto che trascura il suo ruolo di padre, interpretato da Scoot MacNairy. Se dapprima deride le paure della moglie per poi vederla all’occorrenza come un oggetto sessuale, verso la fine del film il suo personaggio si ribalta, trasformandosi all’improvviso in un marito ineccepibile che supporta la protagonista in ogni difficoltà. È un cambiamento indubbiamente augurabile, che qui per la velocità con cui arriva assomiglia più a una presa in giro.

Marielle Heller difatti vede Nightbitch come una mera fiaba dove la principessa e il mostro sono interpretati per caso dallo stesso individuo, dove la controparte canina è qualcosa da eliminare per poter raggiungere la grandezza. Ogni volta che il film arriva sull’orlo di un tema o di un’idea che potrebbero aiutarlo a scavare più a fondo nella psiche della protagonista, cambia subito direzione, concentrato nella ripetizione quasi meccanica del ciclo frustrazione-sfogo-trasformazione-ritorno alla vita domestica. Madre annuncia di emotivamente “morta durante il parto” ma Nightbitch fatica a costruire il fantasma del suo passato, limitandosi a fugaci conversazioni con altri artisti e a ripetere quanto il suo estro creativo sia stato bloccato dalla maternità. Allo stesso modo il film prova a costruire una parvenza di comunità femminile dentro la quale Madre possa cercare solidarietà, le altre madri che la protagonista incontra sul suo percorso sono tuttavia svuotate di ogni intenzione e il loro unico scopo sembra essere quello di concordare con le paure altrui.
Nightbitch-film sposta l’attenzione dalla maternità in sé alla vita spezzata della protagonista, alla sua ricerca identitaria senza riuscire a costruire efficacemente questa stessa identità. La mostruosità ma anche la libertà rappresentata dalla forma animale è sminuita in nome di un appiattimento comico della storia per una maggiore palatabilità da parte del pubblico maschile. Qui la female rage è frutto delle imposizioni societarie e dell’ambiente domestico, ma può essere curata semplicemente “scegliendo la felicità”. Come farebbe il cane al centro del racconto, Nightbitch è troppo interessato a seguire la sua stessa coda per riuscire ad abbracciare la natura trasformativa della sua protagonista.
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