Attenzione: seguono spoiler per entrambe le stagioni di Arcane e per Across the Spider-Verse.
Nelle scorse settimane, dopo un’attesa di tre anni, si è conclusa con la seconda stagione Arcane, serie animata prodotta dallo studio francese Fortiche e ispirata ai personaggi del videogioco League of Legends. I creatori Christian Linke e Alex Yeeinsieme ai registi Pascal Charrue, Arnaud Delord e Jérôme Combe hanno riannodato i fili rimasti in sospeso nell’arco di nove nuovi episodi rilasciati da Netflix in tre blocchi narrativi: con un totale di diciotto puntate la saga di Jinx e Vi è qualcosa che va decisamente al di là dell’idea di adattamento intermediale e, come hanno fatto Into the Spider-Verse e Across the Spider-Verse, traccia una direzione per il futuro dell’animazione occidentale.
Vi (Hailee Steinfeld) davanti al mostruoso Warwick.
L’Arcane – una sorta di forza magica che percorre il tessuto del reale – lega tra loro tutti i personaggi: non è solo un pretesto per giustificare certi elementi fantasy ma costituisce ora a pieno titolo il protagonista del racconto. Tutti lo sfruttano, tutti cercano di controllarne i poteri per utilizzarli secondo i propri scopi e in questo modo esso diventa la forza nascosta che muove gli eventi, spesso anche all’insaputa dei personaggi stessi, intrecciando in modi sempre nuovi le fila delle loro storie. Arcane mette in scena tanti tropi antichissimi (il riconoscimento, il passaggio al lato oscuro, la redenzione e il sacrificio, la battaglia corale) ma lo fa in un modo così personale e riconoscibile da non somigliare a nient’altro. Soprattutto, sa creare immagini di una densità straordinaria senza mai rinunciare alla comprensibilità: ogni fotogramma è ricchissimo e stratificato, secondo una ricerca che ricorda le sperimentazioni del fumetto francese alla Métal Hurlant (la linea chiara immaginifica di Moebius, il barocco vertiginoso di Druillet, l’apertura metafisica del tratto di Caza) in cui nessun dettaglio è fine a sé stesso. È un approccio produttivamente folle ma smisuratamente generoso dal punto di vista estetico; è il tentativo di trovare un modo nuovo di mostrare e immaginare le cose.
Uno dei momenti più struggenti della serie: i ricordi di Vander/Warwick con le sue figlie Vi e Powder.
Questa scelta sembra aver imposto ai creatori di compattare in nove episodi ciò che probabilmente avrebbe meritato almeno un’altra stagione: gli snodi principali del racconto sono molto chiari ma si succedono rapidamente e l’evoluzione dei personaggi passa attraverso l’azione più che l’esposizione didascalica; attraverso gesti concreti più che momenti di riflessione o introspezione (che in qualche caso sarebbero forse stati necessari). La sensazione è più o meno quella che si prova quando si partecipa a una sessione di Dungeons&Dragons dopo aver saltato le precedenti, con la necessità costante di rimettersi al passo degli altri: non si tratta di scovare buchi di trama ma di aver trascorso poco tempo in questo mondo, in compagnia dei suoi personaggi. Il risultato è una costruzione narrativa paradossale, al tempo stesso asciutta e concentrata dal punto di vista delle vicende, e barocca nello stile. Tutto il tessuto connettivo che mancherebbe viene però compensato dall’intensità emotiva: complice il passato di Fortiche nella produzione di videoclip, nei momenti cruciali – che sono anche quelli di maggior sperimentazione formale – la musica e le immagini si affilano a vicenda generando un pathos forte e centrato, senza sbavature.
Isha, la piccola apprendista di Jinx.
“I had this dream… where things went another way” – Ekko (Arcane, episodio 2×07)
Arcane affronta temi estremamente ampi e universali (il potere, la famiglia, il desiderio di conoscenza, lo sfruttamento eccessivo delle risorse) e non ha paura dell’ambizione, di aprire il racconto portandolo quasi al limite delle sue possibilità. C’è però una costante sotterranea che unisce tutti questi temi e costituisce il significato ultimo del racconto: il senso apocalittico dell’irrimediabilità della fine, la certezza di vivere in un mondo destinato a morire e di esserne noi la causa. È una prospettiva di pessimismo antropologico assoluto, che esprime bene la sensibilità tragica del presente. Non è un caso, quindi, che l’episodio più commovente e commentato della stagione sia il settimo dal titolo Facciamo finta che sia la prima volta, in cui Ekko visita un universo parallelo nel quale Vi è morta, la tecnologia non è progredita grazie all’Arcane e Powder non è mai diventata Jinx.
L’ultimo ballo di Ekko (Reed Shannon) e Powder (Ella Purnell) nel mondo alternativo in cui sono innamorati.
È un episodio cruciale per l’intera serie, perché è qui che Ekko e Jayce intuiscono come fermare l’ascesa di Viktor, ormai contaminato dall’Arcane; più in generale, è qui che viene alla luce la concezione del mondo alla base di Arcane. Quando Ekko deve lasciare questo mondo felice e l’amore che vi ha trovato, capisce finalmente che quello in cui vive – e che lui salverà – è davvero il peggiore dei mondi possibili. Quel che resta irrealizzato (nella bellissima scena dell’ultimo ballo tra lui e Powder) è proprio ciò che, ferendolo, gli indica cosa fare: sarà la speranza, la possibilità di un costruire un’alternativa, a spingerlo a cambiare le cose.
Esattamente come in Across the Spider-Verse (con cui Arcane ha vari punti in comune), la scoperta del multiverso è l’altra faccia del percorso di autoconoscenza del protagonista. Sia Miles Morales sia Ekko sono eroi sulla soglia tra vari mondi che potrebbero essere: dalla loro scelta con le sue varie ramificazioni dipende la sorte di tutti gli universi possibili. Il cuore di questi due racconti, allora, è la decisione individuale di fronte a un destino che sembra già segnato e il rifiuto di accettarlo; scegliere vuol dire osare immaginare una possibilità che finora non esisteva.
Miles capisce di essere l’anomalia originaria, l’errore di sistema che potrà solo portare disgrazie. È un’idea devastante, la certezza che la propria stessa esistenza sia un’imperfezione che non avrebbe dovuto essere. Proprio la ricerca della perfezione è l’altro tema fondamentale di Arcane: Viktor la persegue ossessivamente per creare un mondo di pura cristallina razionalità, e solo alla fine capisce qual è il vero messaggio nascosto nello schema: accettare l’umanità nella sua imperfezione. È quello che, con perfetta simmetria, Silco diceva a Jinx nel finale della prima stagione, accogliendo tutti i suoi errori: “You are perfect”, e che Jayce dice a Viktor nel finale della seconda, nonostante il dolore che ha causato: “You were never broken, Viktor. There is beauty in imperfections”. L’irrealizzato e l’imperfezione sembrano essere temi costituivi di quasi tutte le narrazioni multiversali: da Everything Everywhere All at Once al recente fumetto Marvel Ultimates #4 di Deniz Camp e Phil Noto (in cui Reed Richards diventa Doctor Doom dopo aver visto come sarebbero potute andare le cose in un universo alternativo) i mondi paralleli portano con sé dolore e rimpianto.
Viktor (Harry Lloyd) e la sua ricerca per la perfezione.
«Nah, I’mma do my own thing» – Miles Morales (Across the Spider-Verse)
Per la riflessione che portano avanti ricostruendo il mito dell’eroe e per la densità dell’impasto visivo con cui edificano nuovi immaginari del tutto originali, Arcane e Across the Spider-Verse sono due esempi purissimi di una narrazione veramente epica. Un’epica che, in entrambi i casi, è figlia del presente e quindi trova il suo motore nel rimpianto per ciò che avrebbe potuto essere: è l’epica dei mondi possibili che la tragedia del reale condanna all’inesistenza. Prima di essere eroi Jinx, Vi e Miles sono ragazzini convinti che la propria vita sia uno sbaglio: nell’istante in cui con fatica trovano il modo di accettare l’imperfezione e farne un punto di forza, rinnegando le trame che il destino avrebbe in serbo per loro, inizia la rivoluzione. Nasce un’idea nuova di eroismo, che esprime la possibilità di cambiare davvero le cose: l’eroe è colui che prende con le mani il tessuto della realtà, lo strappa, lo raggomitola e ne fa materia per costruire qualcosa di assolutamente nuovo. In un multiverso di storie già scritte, decidere di raccontare e scrivere da sé la propria storia è un atto anarchico.
Studente al terzo anno di lettere moderne presso l'Università degli Studi di Pavia, gli stanno a cuore il cinema, le serie e i fumetti di ogni genere. È figlio spirituale (anche se poco degno) di Albus Silente, Tony Stark e Yoda.
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[…] – è in primis un gioiello visivo, certo non all’altezza di standard del genere come Arcane o Blue Eye Samurai, ma comunque di fattura pregiatissima, specialmente per i cultori di Steve Ditko […]
[…] – è in primis un gioiello visivo, certo non all’altezza di standard del genere come Arcane o Blue Eye Samurai, ma comunque di fattura pregiatissima, specialmente per i cultori di Steve Ditko […]