Vermiglio – Il coro muto delle Alpi nel film di Maura Delpero
Se capita di rivangare tra i vecchi biglietti d’auguri, ce n’è certamente uno natalizio che tratteggia l’inverno con casette innevate, pini tutt’attorno e bimbi incantati dall’idillio delle feste. Vermiglio è la trasposizione in pellicola di questa cartolina, almeno alla prima impressione; eppure ad infestarlo c’è un fantasma che non vuole apparire: si intercetta la Seconda Guerra Mondiale solo prestando orecchio alle chiacchere di paese e, per quanto imponente, non è abbastanza per smuovere l’immobilismo di una comunità remota. Lo spazio-tempo assume un ruolo asimmetrico nella narrazione: il paesaggio si afferma come elemento dominante, con la cornice delle Alpi esaltata da inquadrature magistrali che ne catturano la solennità, mentre la dimensione storica compare e scompare, on-and-off. Questa logica ad intermittenza crea un’atmosfera in cui il tempo oscilla tra staticità apparente e fugaci incursioni del mondo esterno, alterando la percezione lineare del racconto.
L’effetto presepe è scongiurato dall’incombenza di un carrozzone di peripezie, sospinto a sua volta da grandi temi socio-antropologici, come il sistema patriarcale, l’omosessualità repressa e l’alfabetizzazione di massa. Incombono inesorabili ma non vengono affrontati, perché chi ne soffre non ha modo di articolare un grido d’aiuto. Questi pungoli, che peraltro sembrano ferire solo i protagonisti, vengono interiorizzati tramite tormentate prese di coscienza, senza raggiungere uno stato di guarigione.
Il cuore della storia sono i Graziadei, una famiglia beffata dal suo nome parlante, che attraverserà un declino esistenziale fine a sé stesso. Questo genere di ammiccamenti un po’ masochisto-intellettuali rimanda direttamente al verismo di Giovanni Verga, con i suoi Malavoglia; a voler poi trovare una corrispondenza tra letteratura e cinema, potremmo dire che il documentario sia quanto di più vicino al calco del reale. Così Vermiglio aspira apertamente a questi massimi sistemi ma non riesce ad essere abbastanza incisivo per penetrarvi. Lo sforzo, tuttavia, lo impenna per complessità e cripticità, rendendolo un film che va ripensato e maturato.

Scendendo nel dettaglio dei figuranti, abbiamo il patriarca, una moglie che partorisce e accudisce soltanto, e tanti, troppi figli di tutti i generi e di tutte le età. Ora, facendo gioco-forza del ritardo di questa recensione, in parte giustificata dalla distribuzione volutamente capillare del film, che arriva con qualche settimana di ritardo rispetto all’uscita ufficiale, vorrei poter sfatare la retorica dominante della triade al femminile che pervade parecchi commenti e recensioni dedicate: le tre sorelle, che avrebbero potuto essere protagoniste, sono sì ben caratterizzate ma tutte rispettivamente marginali e soggette alla dispersività generale.
Lucia, la maggiore, subisce la sua storia più che viverla: croce e delizia della sua esistenza è Pietro, il suo innamorato, un soldato siciliano scappato dalla guerra e insediatosi a Vermiglio. Dopo le nozze, il marito farà rientro nella sua isola e proprio lì verrà fucilato dalla prima moglie, lasciando la bella Graziadei con un figlio in grembo e la sua femminilità compromessa. La seconda è Ada, che emerge come quella che non è mai abbastanza: intelligente per studiare, devota per smettere di peccare e lesbica per osare baciare la ragazza che ama. Per ultima invece la piccola Flavia, bimba prodigio i cui unici turbamenti dalla quotidianità saranno l‘arrivo delle mestruazioni e la promessa di esser spedita in collegio. Tre giovani donne che, nonostante il loro potenziale, non riescono a scalzare la figura centrale maschile, incarnata dal Graziadei, moderno Padron N’toni.
Il guaio è proprio questo: Vermiglio vorrebbe tanto essere una corale, ma le sue voci non si azzardano a dialogare e, di più, a volte non sono nemmeno interpellate. È il caso della stessa famiglia protagonista, decimata dalla sceneggiatura ancor prima che dalla trama, che su dieci figli ce ne fa conoscere a mala pena cinque. Così gli abitanti del villaggio, che alla lunga, come alberi muti, si mimetizzano con lo sfondo alpino.

Questo “paesaggio dell’anima“, come Delpero lo definisce, non cerca scossoni, e forse non ne ha bisogno, poiché la sua forza risiede proprio nell’indolenza di un’Italia (quella degli anni Quaranta) che semplicemente non è ancora pronta al cambiamento. La sua ascesa nel panorama critico, iniziata con la vittoria del Leone d’Argento a Venezia e proseguita con la scelta di renderlo il candidato italiano nella corsa agli Oscar, testimonia una capacità non comune di toccare corde profonde, pur mantenendo un tono sommesso.
Il film è destinato a conservare il suo status di opera introspettiva, forgiata nel suo “lessico familiare”. Questa fedeltà a se stesso è al contempo la sua forza e il suo potenziale limite. Da un lato, rappresenta una coerenza artistica lodevole in un’industria spesso alla ricerca del compromesso; dall’altro, rischia di confinare Vermiglio in una nicchia autoriale, accessibile solo a chi è disposto a sintonizzarsi con i suoi eloquenti silenzi.
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