Notte della Taranta 2024 – Ma che c’entra dj Shablo?
“Melpignano, ci siamo o no?”, secondo il leitmotiv con cui le pop star si appellano al popolo in adorazione, ottenendo roboanti rigurgiti in risposta.
Alla Notte della Taranta 2024 Melpignano risponde, sventolandosi e agitando i tamburelli che popolano le località di mare di entrambe le coste pugliesi. Melpignano sa che c’è, ma non sa per cosa c’è. Per il re indiscusso delle due Sicilie, Geolier? O per la pizzica di Copertino e di tutte le altre città convintamente pronunciate male da Ema Stokholma? Per la saffica e latinamericana reginetta dell’estate o per la musica popolare pugliese? Per la cumbia o per la pizzica?
Che domanda oziosa mi sto rivolgendo, io che propugno la crasi tra alto e basso, che remixerei Verdi, che la cosa più bella che ha fatto Sara Fine era stata contaminare la tradizione calabra alla techno. Eppure, c’è proprio qualcosa che non mi torna questa volta. Ci penso un po’, arginando i borbottii di mia madre “che mica ci sono più i Modugno di una volta”, e poi capisco.

È Shablo – l’appellativo di dj tolto dai titoli in apertura – che fa da maestro concertatore, che non mi torna. La premessa doverosa è che non ho le competenze musicali per dire se ha fatto un buon lavoro, ma non mi sembra sia intervenuto radicalmente (e meno male) nelle proposte dei singoli artisti e gruppi musicali salentini. Di sicuro, però, per questa Notte della Taranta ha tenuto a farsi affiancare dai tre sovrani indiscussi dell’estate musicale italiana, ottenendo i risultati sperati: che ci fosse talmente tanta gente a Melpignano da rendere impossibile, paradosso dei paradossi, ballare. Al contrario, sul vasto palco, abbiamo potuto guardare Shablo ciondolare goffamente, simulare di sapere un po’ di dialetto leccese per poi tornare al più confortevole “ci siamo o no”: non gli bastava la direzione musicale, voleva stare sul palco, ben visibile. No, non mentre dirige un’orchestra o conferma le sue doti di polistrumentista, ma ripreso da tutti i lati mentre sposta l’equilibrio da un piede all’altro, rigorosamente fuori tempo pizzicato, e fa qualcos’altro che, ripeto, non ho le competenze per apprezzare (ma vi prego tecnici del suono, dj e producer, spiegateci perché non potevamo fare a meno di Shablo alla tastiera, metteteci al corrente della sua ineludibile presenza tra violini, tamburelli e chitarre battenti).
Badate bene, Shablo è un manager di raro talento, e quanto ci godiamo a urlare “Shàblò” alle feste (“ha fatto anche cose buone!”), però forse a questa edizione è mancata la grazia nel maneggiare la cultura (pop)olare, un’eleganza nel trattare un patrimonio, nel bilanciare gli interessi del mercato e dell’arte. Io me lo ricordo bene com’era la notte della Taranta, quando credevo fosse un’idea brillante portare il mio fidanzatino piemontese su un pullman troppo affollato già al pomeriggio, pieno dell’odore acre e sulfureo del primitivo rovesciato; c’erano i carretti sgangherati e gli zufoli di fumo fitto, ma si ballava, quanto si ballava, in cerchi concentrici per guardarsi meglio in faccia in una vivace e ritmica promiscuità. Era mediocre per innumerevoli ragioni organizzative e anche per i budget a disposizione della direzione artistica: ma la musica no, è sempre stata all’altezza, senza distrazioni o compromessi da prima visione.

Certo, questa Notte della Taranta 2024 ha finalmente la proiezione mediatica nazional popolare che si merita (così come, del resto, Sanremo è il momento folcloristico per eccellenza) e l’economia tutta della regione ha beneficiato del Battiti live e dei 150-200mila spettatori radunati il 24 agosto. Ma proprio la figura in technicolor di Shablo – non me ne voglia quando di sicuro leggerà questo articolo – incarna la commercializzazione efferata del folklore: io mi preoccupo quando la cultura (pop)olare diventa cool perché perde immediatamente la sua potenzialità progressista.
Scriveva Ernesto De Martino, nei suoi studi sul mondo magico corredato di lamento funebre e tarantismo, che nel sud avveniva l’intreccio tra alto e basso, ma che uno dei due finiva sempre per opprimere l’altro, per appropriarsene, per asservirlo ai propri appetiti, svuotandolo della sua funzione catartica, vitalistica, quasi preconscia. Anche Alberto Mario Cirese, punto di riferimento per chiunque voglia conoscere le dinamiche tra culture egemoniche e subalterne, sosteneva che paganesimo sincretico e mondo magico-religioso erano forme di resistenza a un’oppressione culturale. Certo, rischiavano di collocare il popolo fuori dal mondo e dalla realtà storica, ma consentivano di riparare a una narrazione tremenda, fatta di indebite appropriazioni tanto economiche quanto antropologiche.

Sarà per evitare questo pericolo che la Fondazione Notte della Taranta, scegliendo Shablo, ha scaraventato mito e rito nel pacchetto dei biscotti XL formato famiglia? Ma quanto vale questo sconto? Non dovrebbe esserci un prezzo da pagare per questo consumo di tradizione popolare? Dico, un prezzo intellettuale, in cui che so io mi impegno, finiti i postumi della sbornia, a googlare sesso e streghe, sesso e subalternità, oppure.. oppure ancora sesso e samba, sesso e Shablo, sesso e..?
Dal 2015 Birdmen Magazine raccoglie le voci di cento giovani da tutta Italia: una rivista indipendente no profit – testata giornalistica registrata – dedicata al cinema, alle serie e al teatro. Oltre alle edizioni cartacee annuali, cura progetti e collaborazioni con festival e istituzioni. Birdmen Magazine ha una redazione diffusa: le sedi principali sono a Pavia e Bologna.
Aiutaci a sostenere il progetto e ottieni i contenuti Birdmen Premium. Associati a Birdmen Magazine – APS, l‘associazione della rivista.
[…] per il coro dietro, vocalmente formidabile ma con una partitura coreografica che è un cliché. Shablo ci ricorda l’altra lezione del palco: non azzardarti a fare cose che non sai fare, perché ti […]