Contro la rassegnazione – Gli indesiderabili di Ladj Ly
Con un’inquadratura iniziale a volo d’uccello il regista francese Ladj Ly ci fa planare immediatamente nel cuore del quartiere periferico che costituirà il contesto sociale e urbano della storia raccontata nel suo nuovo film, Gli indesiderabili. Ci troviamo nella periferia dell’immaginaria città di Montvilliers, abitata principalmente da immigrati e francesi di seconda e terza generazione che vivono in situazioni di povertà estrema e segregazione sociale. La ripresa aerea ci mostra una palazzina multipiano in stato di decadenza, il Bâtiment 5 del titolo originale della pellicola, un rimando autobiografico all’edificio in cui è nato e cresciuto il regista stesso, nel quartiere di Montfermeil. Il controcampo ci porta all’interno del palazzo dove incontriamo per la prima volta l’umanità variegata che lo abita, mentre faticosamente tenta di trasportare una bara lungo le strette scale della palazzina – neanche a dirlo, l’ascensore non funziona da anni –, regalandoci una delle scene più intense e belle del film. Cogliamo al volo non solo le condizioni di disagio e precarietà in cui vivono queste persone, ma il senso di comunità e le relazioni profonde che le legano; Bâtiment 5 non è solamente un edificio, ma è diventato «un villaggio multistrato», come lo ha definito il co-sceneggiatore del film, Giordano Gederlini, nell’intervista a La Vie, dove si consuma l’intera esistenza di questi indesiderabili.

Tema centrale della pellicola è dunque quello dell’abitazione, e in particolare dell’esproprio edilizio deciso dal sindaco della città, che utilizza come pretesto le condizioni pericolanti dell’edificio per riqualificare un quartiere considerato problematico, sfrattandone i residenti e comprando le loro abitazioni a prezzi ridicoli. È particolarmente potente la monumentale scena dello sfratto, girata in 3 settimane con circa 150-200 comparse in cui, volteggiando con la camera dentro e intorno all’edificio, assistiamo alla disperazione dei suoi abitanti che, incalzati brutalmente dalla polizia, iniziano a gettare dalle finestre tutto ciò che possiedono. Come nel suo primo lungometraggio, I miserabili, che si pone in diretta continuità con questo secondo film, Ladj Ly attinge a piene mani dal proprio vissuto personale – la sua stessa famiglia è stata vittima dello sfratto che racconta – e dai casi di cronaca tristemente noti, per offrire al grande pubblico una rappresentazione alternativa a quella veicolata dai media della realtà in cui è nato e cresciuto, e in cui continua a vivere tuttora.

Fin da giovanissimo, il suo approdo al cinema nasce dall’urgenza di testimoniare ciò che lo circonda, di raccontare la vita del quartiere e i soprusi della polizia, imparando il mestiere sul campo al fianco degli amici Kim Chapiron e Romain Gavras, appartenenti al collettivo Kourtrajmé. Lo scontro tra le giovani generazioni che abitano le banlieue francesi e le istituzioni è al centro dei suoi primi documentari; in particolare, in 365 Jours à Clichy-Montfermeil il regista filma per un anno intero le rivolte scoppiate nel 2005 a seguito della tragica morte dei due adolescenti Zyed Benna e Bouna Traoré, folgorati in una cabina della rete elettrica mentre fuggivano dalla polizia. Passato al cinema narrativo, Ladj Ly continua a raccontare la realtà delle banlieue dall’interno, mescolando sapientemente elementi reali e finzione, col fine di restituire una rappresentazione complessa del reale, lontana da semplificazioni e caratterizzazioni sommarie dei personaggi.

Il tema dello scontro tra periferia e istituzioni è declinato all’interno dei suoi due lungometraggi in maniera differente: i due film condividono la stessa ambientazione e, in parte, lo stesso cast, anche se in ruoli differenti, ma raccontano la medesima realtà da prospettive diverse. Nel film I miserabili Ladj Ly mette in scena il conflitto tra il quartiere e la polizia che, nell’assenza completa dello Stato, esercita il proprio potere in modo arbitrario, giocando a fare i cowboys. Il conflitto si riverbera anche sul piano generazionale, così come accadeva in Athena di Romain Gavras, portando alla ribellione violenta delle nuova generazione che riversa la sua rabbia non solo contro l’istituzione che li tratta come cittadini di serie B, ma anche contro i padri che con quelle istituzioni sono giunti colpevolmente a patti. Gli indesiderabili, invece, sembra muovere proprio dalla citazione di Victor Hugo che chiudeva la potentissima scena finale dell’esordio del regista: «Non ci sono cattive erbe né cattivi uomini. Ci sono solo cattivi coltivatori». Insomma, per Ladj Ly anche i poliziotti sono, in fondo, vittime di uno stesso sistema e la responsabilità primaria ricade su una classe politica incompetente, che pensa di poter risolvere il “problema banlieue” senza averci neanche mai messo piede.

Nasce così il personaggio interpretato da Alexis Manenti, il giovane pediatra che si ritrova sindaco ad interim di una difficile città, la cui politica reazionaria e miope scatena le reazioni della comunità che vive nella banlieue e in particolare di Haby (Anta Diaw), giovane attivista che lavora presso un’organizzazione non profit che opera nel quartiere. Il conflitto sociale si amplia e coinvolge direttamente la classe dirigente che, pur partendo dalla nobile intenzione di riqualificare un quartiere degradato della città, si scontra con i propri pregiudizi e le proprie paure, trasformando ogni spinta al cambiamento in pura repressione. Dall’altra parte del campo di battaglia troviamo di nuovo i giovani, francesi di seconda e terza generazione e, seppur il film mantenga una dimensione corale, a essere adottata è finalmente la prospettiva di un personaggio femminile, Haby. In un microcosmo dominato dalla sfiducia verso le istituzioni e dalla frustrazione, che sfocia facilmente in esiti (auto)distruttivi, come dimostra la storyline legata al personaggio di Blaz, suo compagno e amico, Haby rappresenta invece un elemento innovativo, la spinta propulsiva della speranza che scaturisce dalla rabbia sociale.

Nell’inevitabile confronto con I miserabili, questo secondo capitolo rivela alcune fragilità: il cambio della mise-en-scène, che passa da un approccio semi-documentaristico con ampio uso della camera a spalla a una forma più classica, e l’abbandono dell’unità narrativa per una storia di più ampio respiro rendono il film meno potente sia sul piano visivo che drammaturgico. Gli indesiderabili resta tuttavia un’opera emozionante, con alcune scene di grande impatto, che ha il merito di essere un film politico nel senso più alto del termine: non porta avanti una tesi, ma testimonia una realtà lontana a molti degli spettatori senza tacerne contraddizioni e ambiguità, denunciando le storture del sistema e lasciandoci con il grido di speranza di Haby: «Ne soyons plus résignés» – non rassegniamoci più.
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