Il principe d’Egitto – Il principe dell’animazione della DreamWorks
Illustrazione a cura di Maria Starace
Le nuvole, una melodia sospesa e il giallo intenso del sole nel deserto sono il prologo che anticipa l’enorme testa di faraone in pietra che occupa lo schermo mentre l’orchestra si squarcia. Sono passati 25 anni da quando Il principe d’Egitto è esploso nell’immaginario di una generazione intera.
Infatti, nel 1998 la neonata DreamWorks Animation decide di compiere un’impresa storica: un remake animato de I dieci comandamenti (The Ten Commandments, Cecil B. DeMille, 1956). La scelta è sicuramente audace, non solo per la realizzazione, la trama o la sua associazione a un genere come l’animazione, sul quale la Disney ha sempre rimarcato i diritti di proprietà. Tuttavia, la realizzazione de Il principe d’Egitto può essere considerata davvero rivoluzionaria, in qualità di progetto che trova il suo riscatto a partire dalla storia della sua stessa casa di produzione.

La DreamWorks nasce infatti nel 1994 a opera di Steven Spielberg, David Geffen e Jeffrey Katzenberg: quest’ultimo, entrato nella Disney grazie a Michael Eisner – futuro presidente dalla seconda metà degli anni ’80 – si afferma per il suo lavoro su Taron e la pentola magica (The Black Cauldron, Ted Herman e Richard Rich, 1985), di cui supervisiona personalmente il montaggio dopo averlo ritenuto troppo “spaventoso” per un pubblico di bambini. Successivamente, nel ruolo di direttore di produzione, è l’effettivo modernizzatore della tecnica mista nell’animazione (la quale combina figure umane e personaggi animati), che salva la casa di produzione californiana dal fallimento: è grazie a lui che vengono alla luce film come La Sirenetta (The Little Mermaid, Ron Clements e John Musker, 1989), La bella e la bestia (Beauty and the Beast, Gary Trousdale e Kirk Wise, 1991), Aladdin (Clements e Musker, 1992) e Il re leone (The Lion King, Roger Allers e Rob Minkoff, 1994) – pellicole che formano il periodo del Rinascimento Disney, secondo una definizione di Katzenberg stesso.
Il periodo di gloria, tuttavia, non è destinato a durare a lungo: nonostante l’enorme successo di questi film, non gli viene riconosciuto nessun merito da parte di Eisner, che lo spinge a dimettersi. È quasi una ripicca, quindi, la fondazione della DreamWorks SKG (dalle iniziali dei cognomi dei suoi tre fondatori): fa sorridere che una casa di produzione appena nata si estenda in una branca dedicata proprio all’animazione, andandosi a scontrare contro il colosso Disney, come Davide contro Golia. Ma per un’impresa biblica, è necessario mettersi in gioco in maniera appropriata, e osare.

È per questa ragione che la produzione de Il principe d’Egitto ricorda quella dei più sfarzosi kolossal della Hollywood classica: il film può dirsi biblico anche nel cast stellare che dà la propria voce ai personaggi (Val Kilmer per Mosè, Ralph Fiennes per Ramses – anche nel canto! – e ancora Sandra Bullock, Helen Mirren, Patrick Stewart) fino a culminare nella colonna sonora, tanto nelle melodie, firmate da Hans Zimmer, quanto nei testi delle canzoni, dai versi in lingua ebraica e fino all’interpretazione da Oscar di Whitney Houston e Mariah Carey.
Ma soprattutto, a partire dal progetto del remake de I dieci comandamenti, Katzenberg crea un vero e proprio esercito tra animatori, supervisori, storici e studiosi delle principali religioni monoteiste (come riporta Dan Wooding del 2011), incaricati di rendere tutto il più storicamente accurato possibile – stiamo sì parlando dell’Esodo, ma dal risultato finale è chiaro che gli animatori e i supervisori di ogni singolo personaggio (come Mosè stesso, trattato da giovane e da adulto) si sono distanziati dalla visione eurocentrica delle figure religiose, come fu per esempio il Gesù ritratto da Franco Zeffirelli.

Katzenberg, con i registi Brenda Chapman, Simon Wells e Steve Hickner, si fa quindi portavoce di una cultura più grande di lui e di tutta la sua squadra, applicando sì le licenze narrative necessarie per rendere la narrazione interessante, ma rimanendo fedele a dettagli importanti per gli studiosi e, soprattutto, per i fedeli: dopotutto, la Bibbia racconta solo di come Mosè venne salvato dalle acque e accolto alla corte del faraone da bambino, prima di passare direttamente al suo esilio e alla scoperta della sua vocazione. Non c’è nessun accenno alla sua vita da adolescente, al rapporto tra lui e Ramses che invece sarà uno dei focus principali del film, o ai dubbi e alle introspezioni di Mosè stesso di fronte alla macabra rivelazione delle stragi degli innocenti attuate dal faraone.

I musical animati a cui il pubblico era abituato, tuttavia, sono ben diversi dal prodotto finale: Il principe d’Egitto non edulcora quasi niente della narrazione sacra e, anzi, rimarca la natura violenta della storia, la sofferenza del popolo d’Israele durante la schiavitù dell’Egitto e la sua rivalsa, senza ammantare la risoluzione finale di una morale religiosa. Il film, anzi, è crudo come mai si era visto nei prodotti d’animazione, tanto da poterlo definire film d’animazione per adulti (anche se gran parte degli amanti di questo film l’ha visto in età molto, molto giovane). L’ennesimo schiaffo in faccia a casa Disney, che pure ha provato a spingersi oltre i limiti di ciò che può essere appropriato a un pubblico di bambini (le scene di umiliazione, violenza e lussuria de Il gobbo di Notre Dame sono ancora impresse nella memoria di molti) ma non ha mai osato così tanto.
L’animazione si trasforma quindi in un mezzo eterogeneo, capace di donare sfumature nuove alle sequenze in movimento di immagini bidimensionali: Katzenberg, forte di tutto ciò che ha imparato alla Disney, applica la tecnica mista in più contesti e modi diversi, a partire da dettagli come la tridimensionalità delle ceste o dei remi delle barche, passando dalla striatura delle onde diradate del Mar Rosso fino ad arrivare alla scena del dialogo tra Mosè e Dio, che si presenta al profeta sotto forma di cespuglio in fiamme, diafane eppure mistiche e trascendenti.

Ma anche il suono è una componente fondamentale del film: nella stessa scena, il timor di Dio divampa in Mosè attraverso la voce impetuosa dell’Altissimo, immersa nella luce. Il Dio dell’Antico Testamento è vendicativo, imponente e spaventoso, e gli uomini sono naturalmente assoggettati, perché in caso contrario le conseguenze si rivelano terribili: lo mostra la scena musicata delle piaghe – dominata dalla musica e dai suoni del dolore e degli insetti – una tragedia globale resa ancor più dolorosa dalla rabbia e lo sconforto di Mosè e Ramses, ora nemici ma un tempo fratelli. Per contrasto, lo sterminio dei primogeniti degli infedeli avviene nel silenzio più straziante: rimangono solo i respiri umani delle anime che vengono sottratte, e la disperazione che si irradia insieme alle prime luci del mattino.
Il principe d’Egitto continua a essere un capolavoro che unisce laici e credenti, un prodotto che si è spinto dove ogni casa di animazione non è mai arrivata: non è un caso che tra i progetti della DreamWorks successivi a Il principe d’Egitto ci siano Z la formica, Galline in fuga e Spirit – Cavallo selvaggio, storie che continuano a insegnare il valore della ribellione al potere e alle prepotenze per la propria autodeterminazione e libertà. Con l’enorme successo commerciale di Shrek, casa DreamWorks ha reso molto più mainstream i propri parametri, ma resta ancora oggi uno dei progetti più interessanti del mondo del cinema d’animazione, in grado di produrre sempre idee originali che lasceranno la loro impronta nelle nuove generazioni ancora per molto tempo.

Approfondimenti
Los Angeles Times – Can Anyone Dethrone Disney?
Wayback Machine – The Prince Of Egypt Is A Profound Biblical Epic And “A Quantum Leap In Animation”
i-FILMSonline – DreamWorks: da 20 anni nel grande cinema d’animazione (tra alti e bassi)
… E una curiosità
I produttori nascosero il vero titolo del film prima della prèmiere, al fine di mantenere il segreto. La pellicola fu pubblicata con il titolo di “Edgar Allan“, poiché POE sono le iniziali delle parole che compongono il titolo in originale.
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