Il Capitale – La storia degli operai della GKN a teatro
Il teatro che parla al pubblico spesso nasce da storie quotidiane: è il 9 luglio 2021 quando 430 dipendenti della GKN di Firenze vengono licenziati via mail. Poche, fredde parole piombate nelle vite di persone che alla GKN avevano donato il proprio presente, giorno dopo giorno, uno uguale all’altro; che sulla fabbrica avevano proiettato anche il futuro, e che vedono le loro certezze sgretolatesi in pochi attimi. La fabbrica chiude e gli ex dipendenti decidono di occuparla. Ed è qui che arriva lo spettacolo Il Capitale – un libro che ancora non abbiamo letto.
In scena un solo attore professionista, Nicola Borghesi che dello spettacolo è anche regista insieme a Enrico Baraldi. Gli altri sono tutti operai della GKN, che portano in teatro la loro storia di resistenza dopo il licenziamento.
Il Capitale è il luogo in cui i tre protagonisti, Iorio, Felice e Tiziana, riflettono su quanto la fabbrica abbia loro tolto e restituito, prima e dopo quella mail. Il licenziamento non è solo l’anticamera dell’occupazione che gli operai mettono in atto; è uno spartiacque, una pausa forzata, un pretesto per fermarsi e osservare sé stessi e le proprie vite; tutto quello per cui, travolti dal classico loop, produzione e poi consumo – per chi è fortunato – e poi di nuovo produzione, mancano il tempo e la consapevolezza. E qui arriva Marx, qui arriva il Capitale: un testo che diventa anch’esso pretesto, una provocazione forse, di certo un libro che in tanti citiamo e in pochi abbiamo letto. Un testo che non arriva in soccorso dei suoi protagonisti, gli operai, ma che, al contrario, li mette di fronte ai propri limiti. Perché, come ammette uno dei protagonisti in scena, “Io di quello che scrive Marx non ci capisco nulla”.

I registi scelgono di proiettare sul fondale piccoli, esemplificativi brani de Il Capitale, secco intermezzo tra le testimonianze dei protagonisti: limpide, senza fronzoli, con venature ora rassegnate, ora arrabbiate. In teatro non si parla troppo degli anni di lavoro alla GKN: i protagonisti si soffermano sul dopo, su ciò che è accaduto quando “le gabbie sono state aperte”, ma l’unica cosa da fare era (e continua a essere) lottare per tornarci dentro.
Lo spettacolo si apre con un monologo, megafono alla mano, del portavoce del collettivo della GKN. Rabbia e stanchezza si mescolano nelle sue parole, mentre l’ambiente attorno a lui si presenta scarno, neutro, pochi oggetti. Durante lo spettacolo, sul fondale bianco scorrono le immagini che riprendono gli interni della GKN, mentre un ticchettio costante, invadente, penetra nelle orecchie dello spettatore ricordandogli che il tempo continua a scorrere, anche lì in teatro.
Tra i protagonisti c’è Iorio, padre di famiglia, a cui l’odore dei macchinari si è arrampicato addosso e non va più via. Glielo ripete tutti i giorni sua figlia: “Papà, puzzi di fabbrica!”, e lui risponde che le vuole bene. Cosa ho fatto in tutta la mia vita? In cosa ho investito, forse sprecato, il mio tempo? Se lo chiede Iorio – come facciamo tutti, prima o dopo – mentre la vita gli scorre davanti agli occhi, quello che c’è ancora, quello che forse non tornerà più. Pezzi su pezzi di tempo, senza valore, attimi uno uguale all’altro trascorsi in quella fabbrica e ormai perduti. Che scivolano come le fotocopie sulla scena e che finiscono per terra, una uguale all’altra anch’esse, e a cui nessuno sembra badare.

Poi c’è Felice, orfano e senza figli, che la propria famiglia l’ha cercata e costruita dentro la GKN. Il suo mondo, i suoi affetti, la sua stabilità, era tutti lì tra quei macchinari. A Felice non interessa la politica, ha poche idee e poca voglia di affermarle; forse perché le idee rischiano di toglierti l’affetto degli altri, e Felice ha molto bisogno degli altri, del loro calore. Felice lavorava con le cuffie alle orecchie e Battiato a tenergli compagnia, e ora, che un lavoro non ce l’ha più, in fabbrica ci va tutti i giorni per ritrovare casa. Per ritrovare la sua famiglia.
E infine Tiziana, che ci ricorda cosa vuole dire essere donna e lavorare in fabbrica. Ha fatto presto a passare da “capa”, bersaglio del sessismo di chi non tollera ricevere ordini da una “femmina”, ad addetta alle pulizie. Anche in Tiziana ci sono rabbia e rassegnazione: ce lo raccontano il suo viso, la voce, la postura, la stessa di tante altre donne, più giovani, più vecchie, la stessa di chi vede ferita la propria dignità. Tiziana si vergogna, non vuole incontrare le vecchie amiche, se le vede per strada abbassa lo sguardo; ma grazie a Il Capitale trova il coraggio di esporsi, di lasciare che gli spettatori – le spettatrici – si riconoscano in lei, nel silenzio e nel buio di una platea rapita dalla sua testimonianza. Si espone, luce puntata sulla sua vita, e le donne nel pubblico si sentono un po’ meno sole.
Per ricostruire i fatti in teatro, i due registi hanno vissuto per settimane dentro la fabbrica della GKN, fianco a fianco agli operai. Ci hanno parlato, si sono intrufolati dentro vite che con le loro non c’entrano nulla – o almeno così pare – per capire che i confini tra il lavoro dell’operaio e quello dell’artista, in Italia, si sono fatti via via più sottili. Che la percezione di non essere poi così indispensabili è la stessa. Che la fatica per riconquistarsi il proprio posto in società li accomuna. Gli operai, che guardano ai registi come strane creature intruse, finiranno per rispecchiarsi in chi è lì per ascoltare la loro testimonianza.

Il Capitale ci ricorda una verità un po’ amara, e cioè che ci si abitua a tutto. Che l’indignazione fa presto a farsi rassegnazione, abitudine. Abitudine alla disoccupazione, all’assenza di futuro, a un presente che non può essere vissuto perché manca tutto il resto: il lavoro, l’identità, forse anche la dignità. Se non si lavora e non si è nulla, e se volessimo dimenticarlo ce lo ricorda il primo articolo della Costituzione. L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, e se te lo tolgono, non è detto che ci sia qualcuno pronto a soccorrerti. Puoi rimboccarti le maniche, sì, ma forse sei finito comunque.
Una frase viene ripetuta come un mantra: non voglio più lavorare. Eppure i protagonisti sembrano disposti a tutto pur di tornare a farlo; disposti a dare la loro stessa vita, per poterla “buttare via” lavorando. La contraddizione sta dentro gli operai e dentro l’unico attore professionista in scena, che in un monologo/sfogo rivela i conflitti interiori di qualunque artista. Di chi si intrufola nella vita degli altri per capirla, per raccontarla, ma mai per prendersene veramente cura: l’artista, ha bisogno delle storie degli altri per brillare. Il successo è ciò che insegue: il resto, rimane sepolto sotto cumuli di indifferenza.

Non vi aspettate due ore di cupezza e piagnistei di fronte alla storia degli operai della GKN che arriva in teatro. Lo spettacolo di Baraldi e Borghesi – candidato ai Premi Ubu – è un mix di disillusione e ironia, di cinismo talvolta; di consapevolezze amare e umorismo dissacrante che raggiunge il suo apice nella divertente, sagace scena della seduta di psicoanalisi. Niente retorica, c’è solo spazio per verità e dignità, per un’atmosfera autentica e un racconto lucido che impediscono allo spettatore di distrarsi, anche solo per dare un’occhiata al cellulare. Alla fine la platea è in piedi per applaudire il cast, per applaudire a lungo un lavoro che difficilmente lascerà tiepidi gli spettatori.
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