Ladri di biciclette – Individualismo impietoso e prospettive rubate
Esattamente settantacinque anni fa usciva nelle sale italiane un film destinato a entrare nella storia, un film che rinvigoriva la forza del Neorealismo, Ladri di biciclette. Non ebbe immediato successo, il pubblico usciva brontolando dalle proiezioni, richiedendo indietro i soldi del biglietto, ancora abituato al patinato e forviante convenzionalismo narrativo dei “telefoni bianchi”, eppure, a distanza di una manciata di anni, la pellicola diretta da Vittorio De Sica e scritta da Cesare Zavattini diventa il simbolo di un movimento che rivoluziona la settima arte e la cala nella realtà, perché la realtà, per quella che è veramente, può essere trasposta sul grande schermo anche quando la guerra è finita, la ricostruzione muove timidamente i primi passi e la gente ancora risente della ferita devastante lasciata dagli orrori e dalla povertà. André Bazin sosteneva che con Ladri di biciclette il Neorealismonfosse passato dalla Resistenza alla Rivoluzione, un cambiamento che è in atto e che per prendere piede ha bisogno di nutrirsi e di superare la sofferenza latente che la società, muovendosi verso il cambiamento, cerca di accantonare e riversare sui disperati che arrancano alla ricerca di una normalità chiamata sopravvivenza.

De Sica, uno dei tre padri del Neorealismo cinematografico, nonostante l’insuccesso di Sciuscià (1946), non si lascia abbattere e mentre i suoi colleghi Rossellini e Visconti si spostano all’estero per raccontare la devastazione – Germania anno Zero –, o in Sicilia per realizzare una simbolica e attuale trasposizione delle opere verghiane – La terra trema – , resta a Roma a raccontare la contemporaneità attraverso una storia che racconta il dramma del quotidiano e lo straordinario della normalità: Antonio Ricci è uno dei tanti disoccupati alla ricerca di un impiego. Scelto per ricoprire il ruolo di attacchino, necessita di una bicicletta presto ottenuta grazie alla moglie che, al Monte di Pietà, impegna il corredo di lenzuola in cambio della bicicletta precedentemente impegnata. Il mezzo di trasporto, essenziale ad Antonio per poter lavorare, viene rubato, inizia così per l’uomo e per il figlioletto Bruno una disperata e vana ricerca della bicicletta e del ladro che li porta a ricorrere a rimedi estremi e illeciti.
La ricerca della bicicletta, imprevista disavventura che smuove una già precaria esistenza, è la prova inconfutabile di come Antonio sia solo contro tutti, ostacolato da una collettività che del suo dramma non si cura, che di solidarietà non ne vuole sapere, a meno che questa non significhi schierarsi dalla parte del colpevole – il ladro, scoperto, viene difeso dagli abitanti del suo stesso quartiere. Ad ogni fallimento, ad ogni passo difficile che lo allontana dalla flebile speranza di poter riprendere in mano il suo lavoro e dare supporto alla sua famiglia, il protagonista sprofonda in una disperazione sempre più profonda e desolante: lo stesso figlio, suo unico supporto, viene quasi dimenticato, lasciato indietro nel corso di una simbolica camminata a passo deciso verso la sconfitta. L’ultimo gesto, quello decisivo, dettato dall’esasperazione, si rivela anch’esso un fallimento: rubare una delle bici parcheggiate fuori dallo stadio, e usata quindi per raggiungere un luogo di divertimento, invece che quello di lavoro, è un estremo rimedio, atto imperdonabile immediatamente punito da quella collettività che i “buoni” non li accoglie e neppure li aiuta. Solo il pianto di Bruno, carico di dolore sottaciuto, smuove le coscienze ed evita ad Antonio l’intervento delle forze dell’ordine, abbandonandolo ad un destino ancora più incerto, verso cui, padre e figlio, ormai allo stremo, piegati dal peso del fallimento, si dirigono, in una dissolvenza che nulla ha di consolatorio, ma che al contrario, delinea nitidamente i contorni di una incertezza implacabile, che non lascia tirare un respiro di sollievo e che non vede soluzioni possibili secondo nessuna etica e morale.

Ladri di biciclette, un plurale che determina ciò che si è ciò che si può diventare quando si è inascoltati e abbandonati alla deriva, utilizza il reale per portare alla riflessione attraverso una drammaticità esibita, irrorata di un’ironia amarissima, che non stempera, anzi amplifica il dramma. La macchina da presa indugia sui volti, sui corpi, sugli invisibili colpi inflitti ai protagonisti da una serie di circostanze sfavorevoli, esalta la miseria, tanto emotiva quanto strutturale di una desolazione sempre visibile e percepibile tra le macerie e i sentimenti mostrati da attori non professionisti che conoscono o hanno conosciuto a proprie spese i drammi che sono portati a mettere in scena. Adulti che la guerra l’hanno vissuta e ancora la vivono nel tentativo di rialzarsi, combattendo per un lavoro, bambini che l’hanno vista o percepita, che – come ne I bambini ci guardano e Sciuscià – interpretano secondo il loro punto di vista, autentico e senza filtri, le brutalità di un mondo che neanche a loro fa sconti, insegnando la dura legge della sopravvivenza, della meschinità e dell’individualismo egoista che cresce e forgia umanità mostruose e impietose. Ed è così che il capolavoro di De Sica, vincitore di un Premio Oscar, considerato uno dei 100 film fondamentali della storia del cinema, non invecchia, pur restando incastonato e fedelmente legato al suo tempo, raccontando la fallibilità dell’uomo e di una società che cercando di guardare avanti, lascia indietro, mastica e sputa i suoi figli, mostrando una dignità decorosa e sincera che non vuole piegarsi e che lo fa, solo ed esclusivamente, per non soccombere, riemergendo dalle umiliazioni, trascinandosi faticosamente verso un avvenire nebuloso che non lascia spazio per illusioni troppo intense, che ruba la serenità ancora prima che ce la si possa conquistare.
Dal 2015 Birdmen Magazine raccoglie le voci di cento giovani da tutta Italia: una rivista indipendente no profit – testata giornalistica registrata – dedicata al cinema, alle serie e al teatro. Oltre alle edizioni cartacee annuali, cura progetti e collaborazioni con festival e istituzioni. Birdmen Magazine ha una redazione diffusa: le sedi principali sono a Pavia e Bologna.
Aiutaci a sostenere il progetto e ottieni i contenuti Birdmen Premium. Associati a Birdmen Magazine – APS, l‘associazione della rivista.
[…] The Bicycle Thief (1948), fotografia di Carlo Montuori, […]