N’en parlons plus – Il passato rimosso degli Harkis | Torino 40
Il tempo pare essersi fermato a Bias. Anziane signore camminano per le vie del quartiere, tra gli edifici tutti uguali, indossando gli stessi vestiti di sessant’anni prima, i giovani giocano a pallone per strada e gli anziani chiacchierano seduti intorno al tavolo nel cortile della loro abitazione. C’è chi ha imparato il francese e chi invece, dopo tanti anni, ancora non ne parla nemmeno una parola. All’interno della comunità si conoscono tutti; chi è rimasto dopo la chiusura del campo, nel 1975, ha vissuto fianco a fianco per gran parte della propria vita, isolato dal resto del mondo. Siamo in Francia, in una cittadina nel sud-ovest del Paese, ma sembra di essere ancora in Algeria.

A Bias e in altri campi, dopo il 1962, l’anno che pose fine al conflitto tra la Francia e il Fronte di Liberazione Nazionale (FLN) in Algeria, sono stati rinchiusi, in condizioni di privazione e isolamento, gli harkis, quegli algerini che avevano prestato servizio a fianco delle forze militari francesi contro il movimento indipendentista algerino. Con la fine della guerra e il ritiro delle truppe francesi dall’Algeria, gli harkis vennero disarmati e abbandonati al loro destino. Chi rimase in Algeria venne considerato un traditore e andò incontro a terribili rappresaglie, chi riuscì a emigrare in Francia fu segregato nei campi di detenzione. Nel 60° anniversario di questa pagina obliata e colpevolmente taciuta della storia francese, una coppia di registi, la giornalista Cecile Khindria e lo sceneggiatore e documentarista Vittorio Moroni, porta allo scoperto i ricordi nascosti ma mai dimenticati della comunità harki del campo di Bias attraverso il documentario N’en parlons plus, in concorso nella sezione dedicata ai documentari italiani alla 40° edizione del Torino Film Festival.

Quello attraverso il quale ci conducono i due registi è un viaggio sul sentiero dei ricordi di una famiglia, quella di Sarah, voce narrante del documentario e nostra guida, il cui nonno, un harki, dovette fuggire con i familiari in Francia dopo la fine del conflitto e fu internato per quindici anni a Bias. Il viaggio è impervio, fatto di porte chiuse e silenzi assordanti. E’ difficile penetrare la cortina di dolore e vergogna dietro la quale si nasconde il passato della famiglia di Sarah e del resto della comunità harki. Nessuno ne vuole parlare più. Ma il desiderio di conoscere la propria storia è diventata una necessità per Sarah che, da quando è diventata mamma, non può fare a meno di fare i conti con il passato della sua famiglia. O meglio, con quello che non sa di questo passato. Un interrogativo, in particolare, sembra non darle pace: “Perché alcuni algerini hanno deciso di combattere contro l’indipendenza del loro Paese?”.

La ricerca di Sarah la conduce, allora, a bussare alla porta di chi, dopo la chiusura del campo, è rimasto a vivere a Bias, non sapendo come vivere al di fuori di questo microcosmo. E così, piano piano, nonostante le resistenze iniziali, i racconti e i ricordi della comunità iniziano a schiudersi davanti alla camera, restituendo a Sarah e a noi spettatori pezzi di un puzzle che non sapevamo di aver smarrito. Aperto il primo varco, il fiume dei ricordi irrompe con forza rispondendo alla necessità di condividere pubblicamente, forse per la prima volta, il proprio vissuto, e di restituirlo alle nuove generazioni.

La forza del documentario di Cecile Khindria e Vittorio Moroni, oltre all’aver affrontato un tema così importante quanto sconosciuto ai più, è nell’averlo raccontato nella maniera più rispettosa e delicata possibile. La camera non invade mai lo spazio delle persone con le quali Sarah dialoga, attende sempre a debita distanza il permesso di avvicinarsi e, quando questo viene concesso, si avvicina in punta di piedi, senza far rumore. I racconti privati ed emozionanti degli abitanti del campo vengono intervallati con immagini e filmati d’archivio nei quali ritroviamo, con una certa emozione, i volti acerbi dei protagonisti di cui ascoltiamo la voce. I servizi televisivi dell’epoca, che riportano un racconto edulcorato e lontano dalla realtà della vita nei campi, cozza con violenza con le storie di soprusi e diritti violati raccontati da chi, fino a poco tempo fa, non era considerato né francese, né immigrato, semplicemente indesiderato. E anche se, proprio quest’anno, Emmanuel Macron ha chiesto di persona scusa agli harkis, riconoscendoli pubblicamente con una legge, il titolo del documentario, una citazione di una frase pronunciata da Sarah nel film per tranquillizzare l’anziana nonna, non può che suonare, alle orecchie dello spettatore, come una dura accusa nei confronti di uno Stato che ha taciuto per troppo tempo.
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