Dada Masilio nei panni di Giselle

La Giselle di Dada Masilio, sorella minore della Carmen e del Lago dei Cigni, è il quarto e ultimo lavoro della coreografa e danzatrice sudafricana. Un “remake” danzato in chiave contemporanea di una delle opere più famose del repertorio classico. Si tratta di un lavoro di rielaborazione che è innanzitutto “contaminazione” con i modelli performativi della terra natia della Masilio: i vivaci cigni zulù a piedi nudi del lago lasciano ora il posto a violenti e purpurei spiriti tzwana armati di bizzarri schiacciamosche rituali. Il lavoro della Masilio è tutto un grande tentativo di rielaborazione espressiva: un vero e proprio ex-prèssus, qui tutto corporeo, dove i sentimenti di una Giselle interrogata nuovamente sul suo dolore erompono “nel” e “fuori dal” suo corpo, in quello che potremmo quasi definire una furia ritmica in due atti. Dada Masilio consegna al pubblico un’opera che eccede di espressione, un lavoro sui corpi, e sulla maniera in cui questi veicolano le forme emotive, che quasi di quei corpi sente il bisogno di liberarsi.

DI SANDRA INNAMORATO E REBECCA DIANA RICCIOLO

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Conversione

Dada Masilio mantiene invariata la trama del balletto classico pur mutandone inequivocabilmente il senso: al tradimento che la giovane subisce dal suo amato Albrecht non corrisponde più alcuna forma di perdono cristiano, ripristinando una più cruda e primitiva connessione tra peccatore e punizione. Questa forma di conversione, di ricollocamento dei punti chiave di questa vicenda amorosa da una cornice di rapporti umani provvidenziale in una più animale risponde al generale bisogno di convertire una gamma di sentimenti ormai poco convincente in un carnet emotivo più adatto. L’abbandono dei riferimenti cristiani e l’immersione in un universo tellurico spoglia l’opera di tutta una forma di “contenimento”, di limite e, se vogliamo, di “grazia”, ma restituisce ai personaggi coinvolti un’individualità senziente potentissima. La medesima sostituzione della Renania medievale con i luoghi tipici delle tribù sudafricane conferisce a tutta la performance tinte più concrete e viscerali. Dell’originale partitura di Adolphe Adam, infine, non restano che due arie (il tema della follia di Giselle e il motivo conduttore delle Villi), ad accompagnare invece Mbaly – il nuovo nome della fanciulla – la bella e originale partitura del sudafricano Philip Miller (voce, violoncello, violino, arpa e percussioni).

Il lavoro sui corpi

Dada Masilio lavora con i corpi dei suoi interpreti e con il proprio – è lei ad interpretare Giselle – per farne utensili mobili e iper-flessibili di un racconto che è qui tutto “passionale”. Viscerali, sanguigni, violenti, i ballerini della compagnia si muovono sul palco attraverso ogni singola fibra del loro corpo: le dita delle mani e dei piedi, le braccia, la testa, il baricentro energetico è situato in ogni singola porzione di materia viva. Ma questa continua alimentazione energetica, necessaria per mettere in scena la componente istintuale tanto dell’eros quanto del thanatos, spinge i movimenti della coreografa fino ai limiti della tolleranza visiva. All’ovvio abbandono degli stilemi del balletto classico non segue poi un lavoro di pulizia sui nuovi modelli adottati, le cui linee appaiono spesso grossolane e imprecise, I corpi iper-flessibili della Masilio diventano allora, se vogliamo, gabbie ostili alle anime che ne sono vestite, e la loro estrema elasticità evoca il bisogno di queste di disfarsene smembrandoli. La “violenza” che Albrecht compie – il tradimento della promessa d’amore – diventa così violenza fisica in movimento: il più frenetico tra tutti i momenti performativi è l’assolo di Giselle prima di morire, un’ultima tranche schizofrenica di prigionia in un corpo afflitto.

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Mondo terreno e mondo ultraterreno

Calco della versione originale, la suddivisione dell’opera in due atti permette alla coreografa sudafricana di lavorare all’elaborazione di due mondi esteticamente e concettualmente indipendenti – il mondo terreno nel primo e il mondo delle Villi nel secondo. Il mondo dei vivi è uno spazio scenico luminoso, le scale di beige e di bianchi mettono in luce la componente “viva”, e dunque indomabile, dei suoi abitanti. Chiassoso, disordinato, si configura come lo spazio privilegiato per le coreografie più frenetiche del repertorio.

Nel secondo atto, invece, la vitalità del mondo terreno diventa collera infernale: tinto di nero e di rosso, il villaggio ultraterreno delle Villi – creature ultramondane tramutate in spiriti per vendicare le proprie pene d’amore – possiede un’estetica nettamente superiore all’atto precedente. Gli abiti purpurei che indossano concorrono al disfacimento definitivo delle tonalità eteree tipiche del paradiso cristiano. una conversione estetico-concettuale volta a riscrivere completamente la grafica di un aldilà privo di misericordia. La furia cinetica delle Villi è più calibrata in questo atto: non si tratta ancora di una vera e propria “armonia” coreografica ma di una “frenesia maturata” che fa di questi spiriti collerici creature tanto animalesche quanto equilibrate. La parziale nudità qui adottata dalla coreografa, inoltre, è traccia immediata del sesso degli spiriti: non più figure femminili, le Villi sono ora un popolo misto, un’entità corale e androgina pensata per non conferire ad un’unica categoria sessuale il monopolio della passionalità.

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La bellezza disarmonica di Giselle

Il bellissimo finale di Giselle vede Albrecht, accasciato a terra, sovrastato dalla figura eretta della sua amata e dalla regina delle Villi, intenta a consacrare il sacrificio del penitente con un mucchietto di polvere bianca magica. L’intento di lavorare a fondo sulla componente emotiva del movimento ha sicuramente conferito alla Masilio il merito di aver indagato il corpo, nei suoi limiti e potenzialità, facendone “membra mute paranti” un linguaggio originale. Ma il confondere le passioni umane con la pura follia ha fatto della sua Giselle una figura intrducibile, “non parlante” anche se in movimento. Il magico e cinematografico momento conclusivo riabilita, però, il gusto estetico di un’opera che, per quanto immatura nel suo parlare al pubblico, gode del merito di aver tentato di trovare la bellezza altrove, al di fuori dell’armonia.

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