Sento la terra girare | Teresa Mannino e il mondo che cambia

Disattenzione, cioè non accorgersi di quel che accade per mancanza di interesse, di impegno, di partecipazione. Disattenzione, ovvero distrazione al punto che non vediamo più nulla, non percepiamo alcunché. E nel frattempo la terra continua a girare. Proprio con il termine ‘disattenzione’ si potrebbe enucleare il senso ultimo dello spettacolo portato in scena da Teresa Mannino al Teatro Fraschini di Pavia il 31 gennaio 2020. Non a caso, motore di tutto il dialogo che la Mannino intesse con il suo pubblico è una poesia di Wisława Szymborska titolata Disattenzione (qui per il testo).

Le luci si spengono e nella sala buia si avverte una voce (quella della Mannino) che invita il pubblico a rivolgersi al palco, al centro del quale è collocato un grosso armadio e, sopra di esso, ancorato alla graticcia, pende un groviglio di rami, come un cespuglio che non sorge dal suolo, ma vi sta sopra. Abbandonato al centro del palco, l’armadio sembra quasi un rifugio atomico da cui viene fuori (ultima superstite?) Teresa Mannino. Nella logica della stand-up comedy, viene abbattuta immediatamente la quarta parete dal vivace dialogo che l’attrice inizia a intrattenere con il suo pubblico.

È un rocambolesco susseguirsi di piccoli racconti tratti dalla quotidianità dell’attrice, la quale già in Sono nata il ventitré aveva messo in scena la sua vita, dall’infanzia fino all’età adulta, per raccontare i cambiamenti del mondo intorno a sé. Sono racconti costruiti tra reimpiego e novità: la comica siciliana infatti torna a parlarci della lotta fra i sessi, del rapporto Nord versus Sud, delle bizzarre condizioni climatiche dei negozi, dove la temperatura è terribilmente calda d’inverno così come è gelida d’estate. Cambia però l’orizzonte concettuale in cui si collocano queste riflessioni. Sono infatti esempi dell’umana follia, altro termine chiave insieme a ‘disattenzione’ nello spettacolo, esempi cui si aggiungono la bizzarra abitudine di vestire i cani come fossero persone («i cani hanno perso la loro dignità, la “caninità”»), oppure il comportamento dell’uomo, che per una produzione agricola maggiore, intensiva, arriva a considerare infestanti piante che una volta venivano ritenute spontanee: la cicoria, il dente di leone, i papaveri…

La messa in scena delle assurde abitudini umane non avviene soltanto attraverso il racconto. Infatti, la Mannino accresce la comicità di queste narrazioni con una mimica iper-caratterizzata: ogni gesto viene esasperato, caricato al massimo da quella follia che permea i racconti medesimi. Sicché, parlando delle donne siciliane alle prese con esasperanti faccende domestiche, dall’armadio la Mannino tira fuori un secchio e uno spazzolone, getta una secchiata d’acqua sul palco (verosimilmente bagnando chi era in prima fila), e inizia lavarlo.

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Follia e disattenzione, disattenzione e follia. Invertendo l’ordine dei fattori il risultato non cambia, la somma è sempre la stessa: un mondo che è completamente capovolto, dove i cespugli pendono dall’alto e non crescono dal basso, i «tedeschi non sono più tedeschi» (allusione alle industrie automobilistiche della Germania che hanno voluto “far le furbe” con produzione di auto più inquinanti), dove un mare di plastica incombe su di noi e tutto sembra inesorabilmente permeato dal senso di una fine imminente. Il polo magnetico cambia velocemente posizione e l’attrice sente la terra girare: l’impercettibile movimento che il pianeta compie da millenni, diviene oggi, ora, sul palco percettibile. È un movimento doppio che si compie sia fuori di noi che dentro di noi, di fronte al quale la Mannino tenta concretamente di agire con i suoi racconti-exempla: ci parla così della severità della madri siciliane di una volta, le quali ancora potevano tenere a freno i loro figli selvaggi; oppure dell’armonia che, lei bambina, ancora esisteva tra uomo e natura. Il risultato è un riflessione densa di acuta comicità, non moraleggiante, che tiene viva l’attenzione dello spettatore.

Si giunge alla fine. Le luci si fanno sempre più fioche fino a spegnersi e sul palco, invece, fra i rami di quell’intricato cespuglio che dall’alto pende, si accendono piccole luci, chiaro simbolo di speranza. La Mannino, sotto un cono di luce e al centro del palco, ricorda come la terra non sia che un puntino nell’universo. E se scomparisse? Nei libri, su altri pianeti, fra migliaia di anni, riserveranno per noi un piccolo trafiletto al termine di molte pagine. Diranno che ci siamo estinti. E scriveranno: «Peccato… facevano le arancine così buone!».

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