Winston vs Churchill – Grandezza vs fragilità

Buio, una luce fioca, rossa e intermittente, annuncia l’arrivo dei numerosi personaggi dello spettacolo, tutti incarnati nell’unico protagonista come anche nell’unico attore di sesso maschile, ma tra loro profondamente diversi, quasi estranei. L’inconfondibile cubano acceso, che dal suo proprietario prende il nome, introduce così Winston Churchill in scena, che nella corporatura e nei gesti di Giuseppe Battiston, impeccabile per la replica al Teatro Fraschini di Pavia (qui le recensioni di tutti gli spettacoli presso il teatro pavese), potrebbe a primo acchito ricordare un Orson Welles degli ultimi tempi – personaggio storico, guarda il caso, citato in scena e già impersonato dall’attore udinese nel 2009 proprio in Orson Welles’ Roast, il quale gli è valso un Premio Ubu Migliore Attore.

Assistere a Winston vs Churchill, per quanto non semplice, è sicuramente stimolante: si ha come la percezione di entrare nell’ingorgo di sfaccettature appartenenti a una personalità complessa, conosciuta ma impenetrabile, a suo modo affascinante. Non tanto però (o almeno non solo) per la rappresentazione del lato pubblico e ben noto del personaggio – fatto di efficace sarcasmo, fumo denso, apparente misoginia e gloria continentale – quanto più per la proiezione di questo nella dimensione privata e finale, attraverso una lente, quella della malattia e dell’imminente morte, che tutto distorce, rendendo la materia drammaturgica finalmente umana.

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Un’operazione che non gode di una completa realizzazione lungo tutto il testo, sia chiaro, ma una scelta che comunque porta a risultati significativi a livello registico per la maggior parte dell’opera: il continuo alternarsi di rappresentazione pubblica e ritorno alla realtà privata rivela il gioco di rimembranze oniriche a cui punta la regista Paola Rota, confermato anche, sembrerebbe, dall’idea scenografica scarna ma molto particolare di Nicolas Bovey.

Eclatante e probabilmente maggiormente evitabile il divario recitativo tra il protagonista – un Battiston in forma smagliante – e la coprotagonista Lucienne Perreca, la quale non riesce nei fatti a reggere il confronto con il collega, non tanto però nelle qualità recitative intrinseche, quanto più probabilmente nei risultati scaturiti dall’impostazione del personaggio: il tono in parte caricaturale con cui sono dipinti entrambi i personaggi, se nel caso del primo ministro britannico aiuta lo spettatore nell’appoggiarsi ad una figura nota e quindi già caratterizzata dall’immaginario collettivo, d’altra parte nei panni della giovane infermiera-inserviente causa la creazione di una macchietta, più simile ad un personaggio fumettistico che teatrale.

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Tali evidenti limiti del lavoro non permettono, in ogni caso, di negare l’esistenza di un interessante ed originale pretesto drammatico: un Winston Churchill ormai vecchio e ammalato deve fronteggiare la sua nuova e giovanissima infermiera; tra gag, ricordi, sfuriate, sigari nascosti, lettura di discorsi celebri, risvolti morali, l’ultimo vero confronto dello statista più famoso del Novecento è tutto giocato, attraverso una sfida a chi si ricorda le ultime parole di più personaggi famosi (chiaro presagio funereo), sul piano umano. Come a renderci un po’ più partecipi di quell’umanità e quella fragilità che ci accomuna all’uomo Churchill, per portarci accanto a lui e sentire anche nostra la responsabilità delle sue vittorie che, inevitabilmente, hanno cambiato la storia.

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