Macbeth, le cose nascoste | La tragedia umana di Rifici

Foto di Studio Pagi e LAC

Quali sono le cose nascoste che ci spingono inesorabilmente a tornare al Macbeth? Carmelo Rifici pone questa domanda ai propri attori e sceglie di intraprendere con loro un percorso di messa in discussione, alla ricerca delle ombre e delle streghe che abitano ciascuno di noi. Perché la storia di Macbeth con tutta la sua crudeltà efferata ci tocca così da vicino? Cos’è che rende questa vicenda così umana e perciò ancor più spaventosa? Come reagiamo di fronte alla parte più violenta di noi stessi?

Carmelo Rifici riunisce un’apposita equipe scientifica (composta da uno psicanalista e da una psicoterapeuta) per lavorare sul Macbeth in chiave psicoanalitica e portarne in scena le cose nascoste. Gli attori inizialmente sono semplicemente sé stessi: parlano della più celebre delle tragedie e di ciò che smuove in loro, raccontano delle proprie paure e delle proprie difficoltà riprendendo i dialoghi avvenuti durante le sedute con il Dottor Lombardo. La sua immagine registrata – satura, distante, invadente – incombe su parte dello schermo che sovrasta la scena, eppure gli attori riescono a dialogarvi con estrema spontaneità e parlando del Macbeth si raccontano e portano alla luce le cose nascoste: le loro e le nostre. E così, riflettendo sulle azioni del nobile scozzese, ritroviamo sia il bisogno umano di razionalizzare la violenza per giustificarla sia, al contrario, la tendenza a etichettarla come “malattia” per prenderne le distanza e metterci al sicuro, lontano da essa.

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Vorremo dimenticare la quotidianità del male, ma il senso di inadeguatezza e delusione rispetto alle aspettative altrui, la difficoltà a confrontarci con i limiti nostri e delle persone a noi vicine e il desiderio frustrante di vedere almeno in parte riconosciuto il nostro impegno ci affiancano come ombre e risvegliando una rabbia e una sofferenza antiche. Ecco la strega del nostro inconscio collettivo: tutti coviamo i nostri desideri di onnipotenza e in parte vorremmo regredire a uno stato in cui poter sfogare la nostra rabbia senza la terribile consapevolezza delle conseguenze.

Un padre troppo ingombrante, il peso dell’invidia e dell’incomprensione davanti alla diversità, una madre eccessivamente protettiva, la fatica nel fare i conti con la propria sensualità, la scelta di rinunciare alla maternità, il desiderio di essere sempre figli più che genitori: possiamo sentirci estranei a chi condivide le nostre stesse fragilità?

Sulla scena ogni attore si fa portavoce della propria autonarrazione e inevitabilmente suscita empatia: mentre sullo schermo incombe l’immagine ieratica dello psicoanalista, la distanza tra pubblico e interpreti si riduce e spontaneamente ci si identifica nell’altro, attore o aspirante regina che sia.

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Con estrema bravura Carmelo Rifici ci introduce progressivamente al lato più umano e controverso del Macbeth. A Tindaro Granata spetta il compito più arduo: dare corpo e voce alla componente rituale e occulta della tragedia che riverbera ancora oggi in una società dominata dal mito del progresso, determinata a passare sopra a chiunque non riesca ad adeguarsi alla sua immagine, eppure incapace di ignorare la sua profonda matrice arcaica.

Tindaro racconta e ci riporta ad un mondo – quello della Sicilia rurale – che già abbiamo imparato a conoscere attraverso i suoi spettacoli, come Antropolaroid (qui la nostra recensione), ci accompagna nella storia di Macbeth facendo apparire le cose nascoste un po’ meno spaventose: in questa esplorazione non siamo soli.

Con estrema spontaneità si passa dalla narrazione delle paure comuni alla vicenda di Macbeth e un nuovo interrogativo prende forma: esiste ancora una civiltà che vive a stretto contatto con le proprie streghe – i desideri inconfessabili – e che per questo è più predisposta ad affrontarle?

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Su una scena spoglia in cui  – insieme al sangue – scorre continuamente acqua, la tragedia più cruda e umana prende forma attraverso il canto antico delle streghe, ora sussurrato ora urlato, accompagnato dalle tinte cangianti delle luci di Gianni Straropoli che ci permettono di apprezzare tante sfumature del Macbeth spesso dimenticate. 

Lo stesso lavoro viene portato avanti dagli attori che danno vita a più personaggi dei quali rivelano un aspetto differente: ognuno porta alla luce le cose nascoste che condivide con Macbeth, Lady Macbeth, Banquo e, naturalmente, con le streghe, cieche e preveggenti come nella tragedia antica. Il lavoro delle tre interpreti femminili – Maria Pilar Pérez, Leda Kreider, Elena Rivoltini – colpisce particolarmente: grazie alla loro capacità e al sapiente lavoro di regia di Rifici, la figura di Lady Macbeth in questo allestimento emerge in tutta la sua sfaccettata complessità, combattuta tra un desiderio di protezione che sconfina nel delirio di onnipotenza, un sentimento di tenerezza materna soffocata da un contesto che richiede spietatezza e un acume che porta ad analisi lucidissime: «Per dominare il mondo assumi la sua forma», «Hai paura di essere nell’atto quello che sei nel desiderio».

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Il lavoro drammaturgico di Angela Dematté consente un’immediata godibilità del testo che dura per quasi tutta la durata dello spettacolo rischiando di perdersi solo nel finale, in cui la parola viene in parte fagocitata dagli inserti video che convincono parzialmente. Nonostante ciò, Alessandro Bandini, il più giovane degli interpreti e colui che maggiormente si fa carico della figura della strega, completamente dipinto d’oro, ammalia e spiazza come all’inizio dello spettacolo, quando per primo ribalta l’immagine comune che abbiamo del Macbeth, il quale inaspettatamente si chiude con un barlume di speranza.

Con Macbeth, le cose nascoste Carmelo Rifici ci regala un’opera ambiziosa e complessa, capace di catturare un pubblico desideroso di porsi delle domande e di entrare in dialogo con le proprie streghe.

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