Cento volte streghe – Ripetizione e serialità di un’immagine

Cento volte streghe è il titolo del centesimo episodio (il dodicesimo della quinta stagione) della serie Streghe (1998-2006) attraverso il quale si chiama subito in causa l’oggetto in analisi, la figura della strega all’interno di alcune opere dello spettacolo. Il tutto per indagare perché questo personaggio ancora attrae, nonostante la forte serializzazione della sua immagine, personaggio che a volte è elemento chiave nello sviluppo di una trama (Katrina Crane in Sleepy Hollow), altre nel successo di un’itera opera (Sabrina, nelle sue molteplici sfaccettature, oppure le sorelle Halliwell). Una visione che sia diacronicamente completa verrà tralasciata, escludendo lavori storici quali Strega per amore o Vita da strega, e lavori dell’animazione. Altri due termini chiave (‘ripetizione’ e ‘serialità’) circoscrivono il campo di indagine, al punto che, per giungere a delle conclusioni, potranno essere considerati soltanto alcuni esempi topici. Per chiarezza, prima di procedere, va ricordato che la copia non è ripetizione. La copia riproduce (o tenta di farlo) l’elemento copiato fino ad avere un doppio, mentre la ripetizione ripropone, ma con variazioni.

Streghe (Charmed il titolo originale) è il caso più famoso da cui partire. La serie ha rifondato e stabilizzato un paradigma del concetto di strega con cui tutti i prodotti successivi hanno dovuto inevitabilmente confrontarsi. Prima della messa in onda della serie, l’immagine della strega poteva evocare o la fattucchiera delle fiabe o la più fatata immagine di Samantha (Elizabeth Montgomery) di Vita da strega. Tuttavia, dopo il successo del prodotto ideato da Constance Burge, la figura della strega richiama nell’immaginario comune anche le sorelle Halliwell, figure che, lottando per il bene, possono inserirsi nella sfera ideale degli eroi. La sacralità di questo prodotto è comprovata dal modo incerto e critico con cui si è accolto il suo reboot nel 2018, stesso titolo e molte (troppe?) analogie.

In casa Halliwell la magia entra subito e a piccole dosi. Lo spettatore ha modo di comprendere il fatto di avere di fronte una figura soprannaturale, con elementi tipici di un bagaglio immaginario condiviso (pozioni, poteri e un libro di incantesimi), ed elementi particolari (queste streghe abitano in un luogo preciso, San Francisco, hanno una missione specificatamente propria, limiti individuali che le caratterizzano). Ci sono, dunque, elementi noti allo spettatore che vengono riproposti, collocando le tre sorelle all’interno di un’idea di strega, con caratteristiche vicine a un’ideale comune tante volte riproposto. Tuttavia, attraverso la costante ripetizione di elementi che diventato tipici della loro specifica individualità, le sorelle Halliwell creano quella che si potrebbe definire la “serie Halliwell”. L’incrocio di questa doppia serialità può spiegare il successo e il fisiologico declino di questo prodotto. Dal momento che ci si trova dinanzi a un racconto in larga misura nuovo, ma che ha piccoli dettagli già visti altrove, si è portati a familiarizzare con ciò che si ha davanti e ad apprezzarne l’originale modulazione. Quando il prodotto finisce per “serializzarsi” in ogni suo punto e la trama delle gesta delle tre sorelle aderisce ad una catena di comportamenti e schemi diventati copia (non ripetizione) di sé medesimi, l’originalità si impoverisce, il personaggio diventa meno accattivante. Va notato che questa serialità viene costruita anche secondo logiche più strettamente commerciali. Poiché il programma registrò da subito ottimi ascolti, venne messa in atto un’operazione di merchandising con la conseguente produzioni di gadget, prodotti come la copia del Libro delle Ombre e persino un gioco da tavolo che qualche fan più fedele non avrà esitato ad acquistare.

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Il reboot del 2018 è un figlio che fatica a tenere il passo della madre. Eppure, nonostante le critiche che l’hanno accompagnato, è stato rinnovato per una seconda stagione, in onda in America dall’11 ottobre 2019 (qui per la promo). Se il rifacimento non piace ai più, perché un rinnovo? Perché siamo sempre nella stessa serie di immagini. La ripetizione (ciò che genera l’idea della serie) di elementi forti (tre sorelle, persona cara deceduta all’inizio del racconto, angeli bianchi ecc…) della vecchia opera nella nuova genera un orizzonte di aspettava i cui limiti sono precisi, e questo può essere piacevole per uno spettatore che cerca l’intrattenimento semplice o la distrazione. Come è bene rapportarsi di fronte a queste ripetizioni? Quello che i nuovi ideatori (Jessica O’Toole, Amy Rardin, Jennie Snyder Urman) fanno con le sorelle Vera è più di un omaggio alla vecchia guardia, che diventa a volte pesante a vedersi. Se ho già Streghe anni 1998-2006 perché mai dovrei vedere qualcosa che si presenta spesso come copia?

Un caso diverso riguarda Sabrina. L’estrema longevità del personaggio ha due possibili spiegazioni principali. Sabrina si presenta sotto diverse forme (dall’animazione al programma televisivo) e le sue avventure vengono narrativamente costruite in modo che, di volta in volta, la sua storia rientri in genere diversi. In Sabrina, vita da strega vediamo un’adolescente alle prese con i problemi della vita quotidiana. La sua stregoneria è divertente, frizzante e può considerarsi un ennesimo impaccio tra i tanti della routine che mette tutto sotto una luce più comica. Tuttavia, in Le terrificanti avventure di Sabrina abbiamo una situazione ribaltata. Sabrina è ancora un’adolescente, ma i suoi problemi hanno una consistenza completamente diversa e stavolta dalle sue azioni dipende il destino del mondo. Il che, in fondo, non la rende più originale delle sorelle Halliwell, ma la rende il caso perfetto di ripetizione ben riuscita: è qualcosa di conosciuto, eppure ha delle novità che nascono in rapporto agli scarti tra la sua nuova immagine e la vecchia. In sintesi, anche lei salva il mondo come altre streghe prima hanno fatto, ma lei è la prima Sabrina a dover compiere questa azione.

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Ci sono infine streghe che tra di loro sembrano avere poco in comune con l’idea base che abbiamo di esse. Le diremmo innovative. Eppure, spesso le opere che le vedono protagoniste vengono cancellate dopo una o due stagioni. Le streghe dell’East End, per esempio. Attraverso quest’ultima opera vediamo che la serialità, anche quella che non genera copie ma ripetizioni, può uccidere. Nel corso degli episodi, si viene a scoprire che le streghe della famiglia Beauchamp sono imparentate con Odino e dunque non è ben chiaro cosa esse siano, forse più propriamente delle divinità. Il problema è che alla figura dalla strega si cercano di congiungere degli elementi appartenenti ad un mondo di immagini della mitologia nordica che genera un sovraccarico, sicché tutto appare come immerso in una dimensione di deja-vu in cui si genera inevitabilmente una noiosa prevedibilità di contenuti. La dimensione di ricalco in cui si collocano certe opere può portare lo spettatore ad uno stadio di consapevolezza della trama tale da prevenire facilmente l’esito, senza potersi nemmeno compiacere delle sue abilità indiziare rispetto agli avvenimenti.

Le streghe sono personaggi che vivono una ripetizione come tante altre figure nel mondo del cinema, della televisione, delle arti in genere. Non è semplice rapportarsi con un’immagine che deve mantenere suoi specifici attributi (difficile pensare una strega senza magia) per essere compresa in maniera chiara, senza divenire altro da sé, ma, contemporaneamente, cercare di essere qualcosa di nuovo. L’estetica romantica dell’originale assoluto forse vizia in parte le nostre considerazioni. Certo è che nella creazione di una serializzazione convivono molteplici spinte quali la volontà di riproporre un prodotto famoso (Charmed, 2018), la necessità di una marca di riconoscibilità che coesista con delle novità (il personaggio di Sabrina), la spinta ad un originalità che diviene sovraccarico di ripetizione (Le streghe dell’East End). La ripetizione non è errore, non «nell’orizzonte di una pratica comunicativa e discorsiva che necessita della ripetizione stessa» (Gianfranco Bettetini, Cauto elogio della ripetizone, in L’immagine al plurale – Serialità e ripetizione nel cinema e nella televisione, ed. Marsilio, 1987, a cura di Francesco Casetti). È la copia semmai che, nell’ambito di una considerazione artistica, può indurci a giudizi negativi: repetita iuvant è motto antico, ma che cela in sé una considerazione essenziale: non è nella ripetizione l’errore che genera un prodotto meno avvincente di un altro, ma nel contesto in cui si colloca e nelle modalità con cui si esplica. Banalizzando, si può pensare che l’immagine della strega abbia già detto tutto di sé: sta dunque a chi se ne serve saperla riproporre in dinamiche e contesti che possano attrarre lo spettatore.

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