“Mistero Buffo 50”: l’omaggio del giullare

La nozione di mistero è legata alla sfera sacrale, ad un percorso iniziatico. Misteri erano quelli eleusini, celebrati ad Eleusi, nell’antica Atene, così come quelli medievali, che venivano rappresentati dai giullari sulle piazze. Mistero buffo di Dario Fo e Franca Rame è una raccolta di questi ultimi: giullarate medievali, recuperate e interpretate dallo stesso Fo. Al Piccolo teatro, dall’8 al 20 ottobre, è stato Mario Pirovano, attore autodidatta cresciuto alla scuola di Fo del premio Nobel, a farsi giullare e interprete del rito misterico. Di fronte a Mistero buffo 50 una domanda si presenta urgente: il percorso iniziatico è davvero possibile?

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Una premessa ovvia ma necessaria: ogni replica di uno spettacolo è unica e uguale solo a se stessa. Questo principio è estremamente rilevante per quel che riguarda Mistero Buffo 50 di Pirovano. L’allievo di Fo appare infatti come un irregolare, un talentuoso indisciplinato, un performer dalle prestazioni variabili e sul quale è difficile esprimere un giudizio assoluto. Sul piano strettamente performativo, lo spettacolo ha una intensità crescente, anche se non del tutto calcolata. Al principio si ha l’impressione di trovarsi davanti un attore incerto: i piedi si muovono frenetici e fuori tempo, le braccia dissipano energia nell’aria, la narrazione è rigida e opaca. Con il secondo Mistero si comincia ad avvertire un cambiamento: Pirovano inizia ad edificare un palazzo di vetro, elegante nelle architetture, formalmente più limpido e preciso, ma ancora freddo e senza sangue. Il suo Zanni stenta nel trasmette la fame, la disperazione, il gelo e la morte incombente. Quando lo spettacolo riprende, dopo l’intervallo, in scena sembra essere tornato un attore animato da una energia nuova: l’ultimo mistero, Il miracolo di Gesù bambino, è raccontato con la passione e la forza di un vero giullare. È una favola potente, esilarante e polifonica, con un contenuto morale che nulla toglie alla comicità dirompente.

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Mistero buffo era uno spettacolo strettamente legato alla fisicità e all’espressività del suo interprete. Pirovano è allievo di Fo, ma non ne è affatto l’imitatore. Oltre al coraggio di averlo voluto riproporre, a Pirovano va anche riconosciuta la capacità di aver saputo apprendere il gesto, la parola, il portamento del maestro a livello profondo, di averli assimilati in maniera organica per poi rielaborarli in funzione del proprio corpo. La lingua delle giullarate era il grammelot, un linguaggio inventato e  onomatopeico, reso celebre proprio dall’uso che Fo ne faceva in questa occasione. Il grammelot di Pirovano è più connotato in senso regionale rispetto a quello del maestro,  è più lombardo che transpadano, più realistico che espressionistico. Sorprende inoltre la fluidità con cui le introduzioni ai misteri si innestano e armonizzano a quelle del Mistero Buffo originale, nel modo in cui le rinnovavano e infondono loro nuova linfa, stringendo il legame con il presente e omaggiando l’opera di chi lo ha preceduto. L’intero spettacolo vuole essere un omaggio all’attività di Diario Fo e Franca Rame, alla loro capacità di realizzare uno spettacolo che a cinquant’anni di distanza risulta ancora rivoluzionario, al loro impegno sociale, politico, alla loro capacità di aver creato un Mistero, una tradizione, e di averla trasmessa. Non solo a Pirovano, a tutti noi.

 

 

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