“Why We Hate” in un mondo un po’ guasto

Da dove proviene l’odio? Come ha inizio? E soprattutto, che cosa lo alimenta? Nelle mani esperte di Gaeta Gandbhir e Sam Pollard – già noti per le serie documentaristiche By the People: the Election of Barack Obama e When the Levees Broke: A Requiem in Four acts targate HBO – dopo quattro lunghi anni di lavoro e di attesa il progetto Why We Hate vedrà la luce il 13 Ottobre, con la messa in onda negli Stati Uniti su Discovery Channel.

Fortunatamente il pubblico italiano dovrà portare pazienza solo per 24 ore, dopo le quali troverà spazio nel palinsesto serale di DPlay – PLUS la prima delle sei puntate di questa breve, ma intensa, docu-serie. Nel frattempo, ad ingannare l’attesa con un piccolo assaggio di 15 minuti, ci ha pensato la seconda edizione del FeST, che a meno di un mese dall’uscita sul piccolo schermo ha mostrato in anteprima un estratto dell’episodio pilota.

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È l’odio il tema principale di Why We Hate, la docu-serie prodotta da Steven Spielberg e Alex Gibney, co-produttori esecutivi con le rispettive Amblin Television e Jigsaw Productions. Che cos’è questo sentimento? Come superarlo? Per la natura e per l’importanza dei temi trattati, è certamente uno dei progetti documentaristici tra i più ambiziosi di questa stagione televisiva: gli ingredienti sono ricerche scientifiche all’avanguardia e storie provenienti da tutto il mondo, raccolte e restituite sul piccolo schermo attraverso l’assemblaggio di riprese live, materiali d’archivio video e fotografici; il tutto sorretto e sostenuto da interviste inedite e di repertorio a psicologi, sociologi, neuroscienziati e storici che inviteranno gli spettatori a riflettere circa il ruolo fondamentale che rivestono nell’autocoscienza di questo mondo un po’ guasto. Per riuscirci, la serie rivela collegamenti contemporanei con comportamenti antichi ed evolutivi, usando la scienza come base per scoprire le verità sull’odio e sulla natura umana.

A questo proposito lo stesso Steven Spielberg ha dichiarato: «Arrivare alla radice della condizione umana è qualcosa che trovo non solo affascinante, ma assolutamente necessario per capire chi siamo. Con il team di registi, approfondiamo storie d’odio di ieri e di oggi, viaggiando in giro per il globo per scoprire il suo mistero negli altri e in noi stessi. Se capiamo perché agiamo in un certo modo, possiamo cambiare il modo in cui agiamo. Questo è ciò di cui siamo capaci in modo univoco come esseri umani». Ad appoggiarlo Alex Gibney, che ha sottolineato gli intenti alla base del progetto: «Questa non è una serie che documenta semplicemente qualcosa che sta accadendo, è un’indagine e un tentativo di capire perché odiamo, attraverso la scienza e attraverso un senso di umanità comune», per poi aggiungere: «L’odio è nel nostro DNA. Se iniziamo a capirlo, è così che iniziamo a sperare di poterlo sconfiggere».

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Proprio sulla natura biologica dell’odio ha fatto leva anche il giornalista Daniele Piervincenzi durante il FeST di Milano: «Odiamo perché siamo animali. È insito nel nostro DNA, è un retaggio culturale: ci serviva nei millenni precedenti, nelle altre ere, per sopravvivere e per evolverci. Forse adesso non ci serve più». Un esempio a riguardo è riportato dall’atleta Daisy Osauke: «Per me è stato molto importante riconoscere che le persone fanno determinate cose non perché hanno un’ostilità in particolare nei miei confronti, ma un’ostilità innata che viene triggered da determinati episodi. Non odiano me, hanno un bisogno di esprimere un dissenso in un determinato modo. I pregiudizi e gli standard possono offuscare la verità delle persone».

Ma Why We Hate non sarà il solo prodotto interessante che approderà presto in televisione. In arrivo è anche Fake, la fabbrica delle notizie, il cui lancio è stato ribadito sempre durante il FeST, che andrà in onda sul canale Nove a partire da Ottobre. Così annuncia la giornalista e conduttrice Valentina Petrini: «Quella stessa scienza cognitiva che ci aiuta a definire il tribalismo ci dà le regole che oggi stesso vengono utilizzate dai gruppi di potere e di pressione, che vogliono strumentalizzare le grandi questioni sociali per dividere la società e orientare il dibattito in maniera funzionale al consenso. Con LaPresse e Discovery stiamo lavorando ad un format proprio sulle fake news, perché ci siamo resi conto che le fake news, sia quelle tout court sia quelle verosimili, hanno orientato ad esempio le ultime elezioni politiche italiane».

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