Settanta volte sette: le declinazioni della colpa e del perdono

Articolo di Sara Picello e Silvia Mazzei
Foto di Eugenio Spagnol

Settanta volte sette è una storia delicata e dirompente al tempo stesso: due famiglie diverse, vite che apparentemente non hanno niente in comune, ma i cui destini si incrociano, in una sera qualunque, intrecciandosi per sempre in un dolore troppo grande per essere raccontato e che diventa la forza propulsiva e scatenante della vicenda.

Inizia così Settanta volte sette, spettacolo che ha debuttato all’interno della sesta edizione del festival I teatri del Sacro, che si è svolta ad Ascoli Piceno dal 19 al 24 giugno. Viene portato in scena dai ragazzi di Controcanto Collettivo, compagnia teatrale originaria dei Castelli Romani nata nel 2010 su iniziativa di Clara Sancricca, regista trentenne, e di un gruppo di giovani attori: Federico Cianciaruso, Fabio De Stefano, Riccardo Finocchio, Martina Giovanetti, Andrea Mammarella ed Emanuele Pilonero.

All’origine del progetto c’è la necessità di scrivere una drammaturgia collettiva, creata in corso d’opera da tutti i protagonisti dello spettacolo, grazie ad un lavoro di stratificazione di improvvisazioni successive. Lo spettacolo nasce quindi da uno spunto iniziale, un tema generale, un’idea embrionale per una scena, un’emozione da approfondire, ma niente di più: questo permette ai personaggi di crescere ed evolversi insieme allo spettacolo, scrivendo la storia nel suo farsi, cercando l’originalità dei sentimenti, della narrazione e definendo un intreccio – così come un finale – autentico, sentito e mai deciso a priori.

Il tema attorno a cui ruota Settanta volte sette è il perdono, a cui si arriva però solo negli ultimi minuti dello spettacolo: ogni personaggio compie un percorso personale complesso, reale, mai forzato, che passa alternativamente attraverso la rabbia, la frustrazione, il rimorso, la voglia di vendetta.

Il perdono diventa quindi il risultato di un’ora e mezza di evoluzione, che intreccia perfettamente momenti comici, che non possono far altro che strappare una risata al pubblico, a momenti drammatici, come la morte o il dolore di chi resta.

Il perdono dà anche il titolo all’opera, che contiene in sé un preciso riferimento biblico: In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. » (Mt  18,21-35)

Lo spazio dei sentimenti è uno spazio privato, intimo, da cui nasce la necessità di creare uno spettacolo rivolto a un numero ristretto di persone, per dare loro la possibilità di entrare davvero nella storia, metaforicamente e fisicamente: il pubblico viene posto letteralmente all’interno dello spazio scenico, a ridosso del palcoscenico, in una posizione semicircolare. La distanza tra attori e spettatori è minima, tutti abitano lo stesso spazio.

Fondamentale in questo senso è il tipo di comunicazione che i Controcanto Collettivo scelgono di utilizzare: il dialetto romano diventa uno dei cardini del loro lavoro, poiché essendo una lingua parlata, autentica, reale, abbatte ancora di più qualunque distanza tra la vicenda e chi la osserva.

Non c’è niente di impostato, niente di finto, è un teatro lontanissimo da quella declamazione e quella dialettica tipica del secolo scorso, la quotidianità diventa l’elemento distintivo di tutta la rappresentazione: i ragazzi in scena sussurrano, danno talvolta le spalle al pubblico, fanno le parole crociate e addirittura riproducono audio di Whatsapp da uno smartphone. Questa ricerca di realismo in qualche modo rientra anche nell’attenzione ai dettagli drammaturgico: tra i luoghi cardine della vicenda c’è lo spazio del carcere, affrontato con consapevolezza e cognizione di causa, grazie alle esperienze di lavoro pregresse di Claudia Sancricca e Martina Giovanetti, unite alla collaborazione di un giovane carcerato che si è reso disponibile per spiegare i meccanismi e le dinamiche interne all’ambiente del carcere. La cella diventa così un luogo vivo, non simbolico, fatto sicuramente di dolore, incomprensione, voglia di rivincita, ma anche di parole crociate e momenti di debolezza, un luogo in cui si cucina, si ride, si piange e ci si confida. È un luogo reale, quotidiano, non stereotipato.

 

La scenografia è ridotta al minimo e gli unici effetti utilizzati sono quelli delle luci, che alternativamente illuminano gli attori e gli spazi protagonisti di una determinata scena: lo spettacolo è costruito in modo binario, i personaggi si relazionano quasi sempre in coppia e crescono attraverso i contrasti.

Settanta volte sette convince tutti, perché parla di tutti, portando a galla con estrema delicatezza emozioni che chiunque – per motivi diversi – ha provato.

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