Aladdin – Un nuovo modo d’incanto!

Eccoci proiettati di fronte ad un nuovo appuntamento con la Disney e i suoi remake in live-action. Aladdin, film d’animazione del 1992 ispirato alle novelle de Le mille e una notte, trova non poca fama sul grande schermo dal 22 Maggio 2019: grandi e piccini l’hanno atteso con molta ansia.

Aladdin è perdutamente innamorato della principessa Jasmine. Recuperata una lampada magica, il genio – al suo interno – gli darà la possibilità di esaudire tre desideri, ma fingersi diversi da quel che si è, è davvero la chiave per ottenere la felicità e l’amore?

– «Sono da solo da allora. Va bene.. è solo un po’ triste avere una scimmia come unico punto di riferimento nella vita. Ogni giorno io penso che le cose saranno diverse, ma sembra non cambino mai. Solo che a volte mi sento un po’..»
– «In trappola, come se non potessi sfuggire a ciò per cui sei nato..»
– «Sì.»

L’origine e le novità

La storia della lampada di Aladino ha, notoriamente, radici più profonde e lontane del film animato del 1992: si tratta, infatti, di una delle fiabe font de Le mille e una notte – la celebre raccolta di novelle orientali – con il titolo Aladino e la lampada meravigliosa. Ad ogni modo, come ci si aspettava, questo remake presenta una linea narrativa più originale grazie a degli intrecci inediti, in linea con la filosofia dei remake Disney attuali.

Sicuramente non manca l’azione, anche frenetica, e per questo bisogna ringraziare Guy Ritchie e il suo inconfondibile tocco action, come in Sherlock Holmes del 2009. Ad affiancarlo alla scrittura un collaboratore familiare nella Disney, John August, co-autore del recente Frankenweenie (Tim Burton, 2012).

«Ora, di solito non devo spiegare tutto tutto perché quando il tizio arriva da me sa già ciò che vuole e in genere ci sono di mezzo “un diluvio di soldi e potere ah ah ah” . Fammi un favore, non bere da quella coppa; credimi, non ci sono abbastanza soldi e potere al mondo per soddisfarti.»

Il cast si presenta, senza dubbio, come l’elemento più interessante, a cominciare dal tanto discusso genio (che in originale vantava la voce dell’insigne Robin Williams), per il quale è stato scelto il versatile Will Smith. La fisicità di Smith non rispecchia quella dell’originale, ma la sua irresistibile macchia da rapper de Il Principe di Bel Air (1990-1996) e la sua simpatia contagiosa gli permettono di portare a compimento la difficile impresa. Si punta alla scommessa invece per il resto degli interpreti: i protagonisti avranno infatti il volto dei semi-sconosciuti Mena Massoud (visto di recente nella serie Amazon Jack Ryan del 2018) e Naomi Scott (al cinema come il Ranger rosa dei Power Rangers del 2017); Marwan Kenzari sarà invece Jafar e Navid Negahban il sultano, un gruppo di attori multietnico, quindi, per rispettare a pieno le origini dietro il mito disneyano.

«Non si legge l’esperienza. L’inesperienza è pericolosa. Il popolo lasciato senza controllo si rivolterà, confini e mura incustoditi verranno attaccati.»

Aladdin e Jasmine

L’Aladdin di Ritchie segue passo passo l’originale con una trasposizione del tutto fedele di molte sequenze, mantenendo intatti elementi iconici come quel Nord Africa da favola che si ispira alla geografia immaginaria di Disneyland, non a caso esplicitamente citata. E’ quindi in quest’ottica che si accetta la trasformazione di una danza araba in un numero da Bollywood. Nell’insieme, però, questo personaggio diviene all’altezza del suo precedente animato “favolosizzando” (come direbbe il genio) ogni dettaglio.

«Un ratto. Un cane. Rubo pane, ma infondo uno straccione non mi sento proprio.»

Più difficili da afferrare sono due aggiornamenti alla luce del Time’s Up: il primo riguarda la linea narrativa di Jasmine, che aggiunge una canzone di rivalsa femminile del tutto estranea al cartone originale; il secondo riguarda il personaggio della dama di compagnia Dalia (l’iraniana Nasim Pedrad), che diventa oggetto del desiderio del genio, trasformando una potenziale sponda comica in un espediente romantico per addomesticare l’incontenibilità del gigante.

Le linee narrative convergono in una storia di liberazione dalle paure e di affermazione identitaria che alla nostra epoca ben si adatta, permettendosi qualche stoccata politica. Non sono casuali i riferimenti alla Primavera Araba come al diritto delle donne di far sentire la propria voce. Jasmine è una principessa che, contrariamente all’immaginario collettivo delle protagoniste disneyane, non aspetta di essere salvata da un principe, ma agisce in prima persona; si rifiuta di soggiacere all’ottuso regime che la vuole in sposa per allacciare alleanze geopolitiche, di avere un matrimonio senza amore, di essere considerata un mezzo attraverso il quale conferire potere e ribalta le carte in tavola divenendo lei la nuova Sultana.  Una parità di genere difesa con le unghie e con i denti per la quale si afferma come un’eroina, non solo del mondo Disney, ma di tutte le donne del Medio Oriente.

– «A chi servono le mappe? Sono vecchie, inutili e non hanno valore pratico.»
– «È con le mappe che vedo il mondo.»
– «Credevo che una principessa potesse andare ovunque.»
– «Non questa principessa.»

Magica scenografia e costumi sfarzosi

È davvero singolare, se non paradossale, immaginare un regista orgogliosamente “rivoluzionario” come Guy Ritchie al timone della rivisitazione di un classico d’animazione. Costretto ad annientare lo slang smisurato, quando non vivacemente spudorato, dei suoi bizzarri malavitosi di periferia, rintraccia nel personaggio del ladruncolo di Agrabah l’occasione unica di vendicare i suoi eterni sconfitti, una sola vita in più per riscattare tutte le precedenti.

Per tagliare il traguardo tanto agognato, Ritchie ripercorre la pellicola del 1992 e la supera nell’enfatizzazione dello sfarzo e nell’esibizione schietta del lusso. L’incanto raggiunge la meraviglia con la ricchezza di costumi e il turbinio di colori, la spettacolarizzazione dei sentimenti e i cori a più voci, il montaggio serrato e il rallenty insistito. Tuttavia, è soprattutto nella celebre scena dell’ingresso in città del Principe Alì, quando il Genio di Will Smith invita direttamente il pubblico in sala a tenere il tempo e ad accompagnarlo nel canto, che lo stile dell’abile cineasta d'(anti-)avanguardia ribadisce la propria essenza ultra-pop, dinamica, immediata. Ed è così che, una volta di più, egli consacra il proprio estro creativo al divertimento, confermando la propria devozione al “ritmo”. Insomma, tra alti e bassi, Guy Ritchie è ancora il regista rocknroll(a) di sempre.

– «Lo pensi?»
– «Importa quel che penso?»

Nel complesso, Aladdin è un film che funziona e – cosa non semplice – riesce nell’impresa di non infastidire gli amanti del film d’animazione.

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