Roberto Rossellini dalla propaganda fascista alla Resistenza: Trilogia della guerra antifascista

Anni bui quelli del ventennio fascista. Anni di orrori e soprusi che non vorremmo mai più vedersi ripetere. Anni di propaganda, al fine di creare il mito – ben diverso dalla realtà – di un’Italia forte. E il Cinema divenne un’arma potente al servizio del regime. Molti furono i registi che collaborarono: tra questi spicca il nome di Roberto Rossellini (1906-1977). Conosciuto nel mondo come padre del Neorealismo e autore di influenti film antifascisti, il suo esordio alla regia è legato strettamente alla propaganda fascista.

lanavebianca

Già collaboratore alla sceneggiatura di Luciano serra pilota, film di Alessandrini del 1938 che proponeva un modello d’eroe fascista legato alla tradizione dell’eroe romantico, esordisce con La nave bianca (1941), pellicola volta alla celebrazione della marina militare, seguita da Un pilota ritorna (1942) e L’uomo della croce (1943), atti ad esaltare rispettivamente aviazione e fanteria.

Tuttavia, sebbene la sua produzione non si possa considerare centrifuga rispetto alle direttive imposte dal regime, le sue scelte anti-spettacolari e il suo permeante cattolicesimo pongono Rossellini al di là dell’ideologia bellicista. Ci troviamo di fronte ai germi di un’etica registica che non lo abbandonerà mai: il cineasta evita il ricorso a figure retoriche forti, e con uno stile quasi documentario e l’immediatezza nella scelta dell’inquadratura ottiene il senso del dramma, mostrando una guerra combattuta più per senso del dovere che per reale adesione all’ideologia fascista.

D’altra parte, però, Rossellini fu uno dei registi più disponibili a girare film di propaganda. Certamente avrà il suo riscatto, come molti suoi connazionali, alla vigilia della caduta del Fascismo: la sua conversione all’antifascismo è del resto la trasformazione tipica dell’Italiano medio di formazione cattolica. Assistere all’ingiustizia della guerra svegliò il popolo dal torpore nel quale il Fascismo lo aveva gettato. Fu una presa di coscienza collettiva (o quasi).

E così Rossellini passò dalla Trilogia della guerra fascista a quella della guerra antifascista: Roma città aperta (1945), Paisà (1946) e Germania anno zero (1947).

roma città aperta

Lo stigma dei primi tre film peserà sulle spalle del regista, ma il successo internazionale di Roma città aperta renderà impossibile alla critica italiana non consacrare Rossellini come maestro e alfiere del Neorealismo.

Il critico francese Serge Daney considerò la sequenza della tortura l’emblema della nascita del Cinema moderno: anche grazie a Rossellini, il Cinema si libera del legame con la tradizione letteraria, teatrale e figurativa, e lo spettatore è costretto a vedere – nel senso più puro del termine – realtà inammissibili fino a quel momento tenute nascoste.

Roma città aperta si configura così come un’opera estremamente potente, da vedere e rivedere, per non perdere la memoria collettiva (soprattutto adesso che mala tempora currunt…). Il film viene girato mentre la guerra è ancora in corso e l’Italia è spaccata in due dalla guerra civile: per questo al regista e agli sceneggiatori – Sergio Amidei e Alberto Consiglio – preme mostrare l’antifascismo della popolazione romana.

I protagonisti  sono persone comuni (ad esempio Pina e Don Pietro, interpretati rispettivamente da Anna MagnaniAldo Fabrizi) e comuni sono anche i luoghi della lotta, ed è proprio l’invasione nazifascista di questi luoghi che risveglia la coscienza della popolazione. Ne risulta un’opera tanto drammatica quanto vera. 

paisà

Paisà ripercorre la Liberazione d’Italia da Sud a Nord, abbracciando l’interezza del Paese con uno splendido gusto neorealista. Composto da sei episodi (Sicilia, Napoli, Roma, Firenze, Appennino emiliano, Porto Tolle) e girato prevalentemente con attori non professionisti, anche qui a Rossellini non fugge il senso del reale.

La risalita del Paese non è solo letterale, è anche una risalita morale e – soprattutto – corale, collettiva. Le storie si intrecciano per via del loro comune denominatore, regalandoci uno spaccato della Resistenza dei partigiani e dell’arrivo degli Alleati anglo-americani. Sono storie drammatiche, ma storie di un’Italia che combatte fino alla morte per recuperare la propria identità.

Germania-Anno-Zero

Dedicato alla memoria di Romano Rossellini, figlio prematuramente scomparso del regista, Germania anno zero ci mostra le macerie di una Berlino all’alba del dopoguerra. Macerie che non sono solo materiali, ma anche metaforiche, perché la guerra ha portato con sé ogni tipo di distruzione, scaraventando al suolo persino l’innocenza dell’infanzia. Il cartello iniziale – coerentemente con la forte religiosità di Rossellini – attribuisce la deriva dell’umanità all’allontanamento dalle leggi della morale e della pietà cristiana. Quella che predomina è la legge del più forte, in un mondo in cui «i deboli devono soccombere e i forti sopravvivere».

La macchina da presa segue pedissequamente Edmundil giovanissimo protagonista, nel suo vagare senza meta.  Quel che ricerca – la comprensione, l’indulgenza – è difficile che si possa trovare in una città devastata. Rossellini è di fronte a una forte crisi personale e ideologica, e il tragico finale pare suggerircelo: sulle macerie è impossibile ricostruire.

La Trilogia della guerra antifascista ha avuto un ruolo importante nella sedimentazione della memoria collettiva italiana. Non dimentichiamolo. E facciamo in modo che non ci siano più macerie.

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