Dove s’infrange l’Onda. Au-revoir, Agnès!

Il riconoscibilissimo profilo, il caschetto bicolore e lo sguardo sereno. Chiunque un giorno si sia preso la briga di approfondire la storia del Cinema e degli artisti che hanno reso la Settima Arte ciò che è oggi si è sicuramente imbattuto almeno una volta in quella donna, allo stesso tempo minuta e forte, che è Agnès Varda. Nata nel 1928 in Belgio, la carriera cinematografica di Agnès affonda le radici nella fotografia. Paesaggi, giochi di specchi e fermo-immagine sono componenti che si ritrovano in tutti i suoi lavori, caratterizzati da uno stile personalissimo e profondamente poetico.

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È difficile trovare un punto di partenza per raccontare la vita e le opere di Agnès Varda: le fotografie, i documentari, la Nouvelle Vague, il femminismo, l’amatissimo marito Jacques Demy… La storia di Agnès è la storia del mondo: (quasi) un secolo di eventi dirompenti che si intrecciano a formare una trama fitta e affascinante. Ripercorrerli è difficile, riassumerli quasi impossibile.

Forse sarebbe d’aiuto camminare all’indietro, un passo alla volta, fino al 1955, dove nella Francia del dopoguerra una ragazza col caschetto di ventisette anni, alta un metro e cinquanta, gira La Pointe Court, il suo lungometraggio d’esordio. Il film viene recensito nientemeno che dal padre dei «Cahiers du Cinéma» André Bazin, che lo definisce «Un film miracoloso, per la sua realizzazione e il suo stile». E quella di Varda è una storia davvero miracolosa sotto molti aspetti: ancora oggi non sono pochi gli ambienti lavorativi dove la componente femminile è ampiamente minoritaria e la regia è uno di questi. Eppure, Agnès, con il coraggio e la sfrontatezza dei suoi anni, si sente a pieno titolo cineasta a partire dal suo primo film. Con la sua serena determinazione, ci svela il suo segreto:

«Ecco ciò che profondamente credo: dal momento in cui si scrive poesia, si è poeti.»

Le basta una frase per chiarirci quale pensiero l’ha spinta fino al traguardo: un limite diventa tale solo quando lo riconosciamo. Ma la verità è che nel Cinema, e più in generale nell’Arte, non esiste nessun limite.

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Torniamo a fare qualche passo indietro: nel 1961 Agnès incastona nel “cielo della Nouvelle Vague” un’altra opera unica nel suo genere: Cleo dalle 5 alle 7. Il film racconta pedissequamente due ore della vita di una giovane cantante pop, trascorse nell’attesa di scoprire l’esito di alcuni importanti esami clinici. Il rapporto della protagonista con la morte (e con la vita) è il tema centrale del film. Ne prende vita una figura femminile moderna e padrona di sé. I personaggi femminili caratterizzano molte delle opere di Varda, e si tratta ogni volta di figure che lottano, che a volte perdono, ma che sempre (e soprattutto) sono libere, padrone dei propri pensieri e delle proprie azioni. È quello che accade a Mona in Senza tetto né legge (Leone d’oro al Festival di Venezia del 1985): giovane clochard, lascia la sua vita e il suo impiego per vagabondare nella campagna francese. Sappiamo che è morta  dentro a un fosso, si presume di freddo e stenti; e, partendo dal triste epilogo, si torna sui suoi passi per capire meglio chi è Mona, dalle testimonianze di chi l’ha incontrata negli ultimi giorni della sua vita. Lo stile documentaristico si fa spazio significativamente nell’intreccio, e il prodotto finale è sì la storia di Mona, ma anche la storia degli “altri”, “les autres”, le persone che la circondano, che sono le stesse persone che ci circondano.

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In questo sta la caratteristica più affascinante dei lavori di Agnès Varda: nella sua profonda sensibilità umana, nell’ispirazione trovata in un volto segnato, in un edificio, in una scena familiare. In quel suo personalissimo processo di “regressione“ che parte da un prodotto finale per poi pescare, un po’ nella memoria e un po’ nella fantasia, pezzi della sua storia in ordine sparso, mischiando attimi salienti a momenti meno importanti, senza il vincolo di una spiegazione.

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Dotata di un immaginario visivo folgorante che le permette di spaziare tra varie soluzioni ambientali, la cineasta belga si rivela capace di trasformare le carrellate laterali in autentici viaggi nel passato, aggiungendo ai suoi lavori tutto il coraggio sfrontato di una giovane di ventisette anni che scrive e gira il suo primo film, la delicatezza di una madre che si trova sola a trent’anni con una figlia non riconosciuta dal padre naturale, la determinazione e il cuore di una moglie che l’AIDS renderà vedova, la rabbia e la passione di una donna sempre in lotta per far sì che la sua vita fosse la sua vita.

Per essere stata tutto questo, merçi, Agnès, et bon voyage!

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«Se aprissimo le persone, dentro troveremmo dei paesaggi. Se apriste me, trovereste delle spiagge.»

(Agnès Varda)

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