The Vanishing – Il mistero del faro: il lento dissolversi delle tre età dell’Uomo

È abbastanza probabile che tre guardiani di un faro (e un cane) soli su un’isola a nord della Scozia per diverse settimane non si illudano di avere vita facile in un thriller psicologico; ma se uno di loro ha i tratti fisiognomici di Gerard Butler, allora gli altri dovrebbero poter dormire sonni relativamente tranquilli anche di fronte a orde di persiani, terroristi mediorientali e perfino catastrofi naturali. Sfortunatamente nessuna di queste calamità raggiungerà le Isole Flannan, ma saranno gli irrisolti traumi personali di ciascun personaggio ad approdarvi insieme a una misteriosa cassa di legno.

VaniShing

Tra l’imponenza romantica delle scogliere impervie e gli spazi chiusi e repellenti del faro, l’interiorità dei personaggi ha modo di dilatarsi e fluttuare, fino a confondere i personaggi stessi e a compromettere la stabilità dei loro rapporti. Thomas Marshall (Peter Mullan), il più anziano, e James Ducat (Gerard Butler), di mezz’età, appaiono inizialmente come i classici uomini di mare abituati a una vita cruda, i quali non perdono occasione per deridere bonariamente l’ingenuità del giovane e inesperto Donald McArthur (Connor Swindells). Tuttavia, gli spettri ibseniani non tardano a manifestarsi implacabilmente in ciascuno di loro. Perfino il colossale James – a differenza dagli eroi inflessibili e impeccabili interpretati solitamente da Butler – si dimostra tanto fisicamente tenace quanto psicologicamente vulnerabile: sembra incredibile, ma “Gerard has fallen”.

Certamente l’idea dell’isola del faro come luogo di rivelazione della follia e l’ambigua credibilità dei personaggi sono ingredienti già ben amalgamati da Shutter Island (2010). In questo senso The Vanishing (2018) non ha la presunzione di gareggiare con il film di Scorsese. Piuttosto, dimostra di muoversi agevolmente in un genere cinematografico preciso attingendo a una concezione romantica dell’individuo e a quel senso del sublime che confina con l’inquietante, rappresentato efficacemente dalla fotografia nella resa dei paesaggi. L’unica minaccia esterna proviene da un forziere ritrovato e da chi ne reclama la proprietà, ma anche tutto ciò diventa un rovello interiore: l’oro potrebbe diventare un’occasione di riscatto per tutti e tre i personaggi, ma si dimostra solo un elemento di disturbo per la loro stabilità psicologica. L’isolamento forzato a cui il regista Kristoffer Nyholm sottopone i suoi personaggi nel film genera un tempo astratto e un impianto allegorico. I tre protagonisti mi sembrano una libera rivisitazione dell’allegoria delle “tre età dell’uomo”: la giovinezza inesperta e spensierata di Donald si spaventa di se stessa scoprendo di essere spietata e assassina per istinto di sopravvivenza; l’età matura di James soccombe incredula dopo aver ucciso per errore un bambino e si trasforma in follia, dimostrando che al vigore non corrisponde altrettanta imperturbabilità; la vecchiaia di Thomas, al contrario, non prova stupore di fronte a nulla, è completamente assertiva – che gli stiano piantando un coltello nella gamba o che sia morto un bambino poco cambia – e suo unico motivo di sofferenza può essere il ricordo delle proprie colpe. Un parallelo metaforico delle tre età è costituito dalle tre candele che Thomas accende nella cappelletta per le tre donne che ha perso.

3 candele

I tre protagonisti si muovono compatti, come se appartenessero a un solo corpo, ma spesso si raggruppano in due contro uno, creando una tensione psicotica e altalenante. A sottolineare gran parte dei momenti drammatici del film sono raffiche di primi e primissimi piani che tracciano i percorsi di una presa di coscienza della propria miseria da parte dei personaggi. Il fardello da sopportare cresce di età in età e solo l’uomo più anziano, che più ha sbagliato e sofferto, sarà in grado di continuare a soffrire. La vecchiaia sintetizza e supera il dolore delle altre due età. Donald e James dovranno soccombere – di più – dovranno morire allegoricamente, ciascuno ucciso dall’età che lo segue. Resta la vecchiaia, più fragile e forte insieme, a portare il peso della propria vita ormai agli sgoccioli. Resta sola in campo lunghissimo su una barca in mezzo a un mare calmo, come nel dipinto Le tre età dell’uomo (1835) di Caspar David Friedrich. Tuttavia quello che circonda Thomas Marshall è un mare freddo e cupo. Sublime e per nulla confortante.

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