Sui Sillabari: un atipico testamento quotidiano

Nei giorni 12-13-14 novembre il Teatro Elfo Puccini è stato sede di un’intelligente e acuta iniziativa: raccontare la scena contemporanea attraverso brevi trailer teatrali di circa 20 minuti, al fine di incentivarne la diffusione e recuperare un’idea di teatro come circuito creativo e fucina di idee. Fra i tanti appetitosi assaggi, di particolare interesse quello offertoci da Roberto Traverso e Lorenzo Loris, rispettivamente drammaturgo e regista di un progetto sui generis: I Sillabari di Goffredo Parise. Pochi giorni dopo, il 19, presso il Chiostro Nina Vinchi del Piccolo Teatro, lo spettacolo è stato ufficialmente presentato in vista della prima, che ha avuto luogo il giorno 22 novembre: un incontro, svoltosi all’insegna dell’interdisciplinarietà e del dialogo, che ha visto partecipi Clelia Martignoni, docente di letteratura moderna e contemporanea presso l’Università di Pavia, Fabio Francione, critico e giornalista, Lorenzo Loris, regista dello spettacolo, Roberto Traverso, ideatore del progetto e drammaturgo, e i tre attori in scena, Edoardo Siravo, Monica Bonomi e Stefania Barca.

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Al fine di tracciare le linee guida che si snodano in questo singolare progetto, è opportuna qualche considerazione preliminare sulla figura, oltremodo sui generis per gli anni in cui opera, di Goffredo Parise (1929-1986). Ci si trova di fronte ad una figura straordinariamente eclettica: lettore accanito di Gadda, Moravia, Tolstoj ed Hemingway (autori quanto più dissimili dal suo approccio alla letteratura), parallelamente alla prolifica carriera di romanziere porta avanti una quasi trentennale collaborazione con Il Corriere della Sera. Proprio in questo contesto nascono numerosi reportage di viaggio che certificano una curiosità umana – e umanistica – a tutto campo ed una coscienziosa consapevolezza critica della realtà circostante. Un racconto del reale tanto arguto e fine quanto veicolato da una parola tenue, frugale, affatto ricercata o pregna di retorica: è proprio in questa sommessa ricerca verbale che risiedono i fondamentali lineamenti del personaggio-narratore che lo spettacolo propone, lo stesso Parise.

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La  trasposizione teatrale dei Sillabari spicca per una notevole attenzione filologica: si sceglie un racconto (Età) come contenitore dove ne confluiscano altri (Donna – Amore – Famiglia – Sesso – Noia – Povertà – Antipatia) nel rispetto di tutti gli stilemi parisiani, ma attraverso un montaggio libero e creativo. Lo spettacolo si configura come una sorta di introspezione dell’uomo-autore che, guardandosi allo specchio in una giornata nevosa, avverte il bisogno di fare i conti con sé stesso, la propria opera e i propri personaggi. Fa, sostanzialmente, ciò su cui ha investito la propria vita: osserva, fanciullesco, scandaglia le sfumature più recondite della propria coscienza; racconta, scivolando dalla prosa alla poesia, in una commistione di vita letteraria e vita vissuta.

Ciò che preme agli ideatori di questo ardito progetto è addentrarsi nell’articolato universo parisiano attraverso un’autobiografia poetica dal tono fiabesco, che faccia della parola dimessa e disadorna la propria colonna portante: recuperando, insomma, decenni dopo, quell’impellenza di semplicità e quel candore verbale tanto sentiti da Parise. Come nella focosa stagione sessantottina egli manifestava il bisogno di sentimenti piuttosto che di ideologie, oggi, agli ideatori di questo progetto, preme offrire un ritratto disimpegnato dello scrittore vicentino, scevro da intellettualismi e dalla retorica imperante.

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In quest’operazione di restituzione si rende necessario, accanto al ritratto dell’osservatore indipendente, evocare tutte quelle tematiche che costellano i Sillabari, piccole storie quotidiane di sentimenti che ricoprono la vita di tutti. Amore, malinconia, morte e solitudine: attorno a questi temi gli autori dello spettacolo dipanano con arguzia un’autobiografia poetica in cui il protagonista si svela a sé stesso rievocando incontri, paesaggi e sensazioni. Tante tessere di un puzzle che restituiscono un quadro univoco: tra l’illusione d’amore, la malinconica solitudine e il pensiero di una morte imminente, poesia e prosa si compenetrano per fluire in un’unica visione: quella del tempo che scorre, indifferente e inesorabile.

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D’altra parte, come sosteneva Pasolini, la parola teatrale ha una doppia gloria: è scritta e pronunciata; pronunciata come “le povere parole […] che si dicono ogni giorno, e volano via con la vita”. Forse è proprio questo che Parise e coloro che con questo testo hanno fatto i conti con la sua figura volevano, in sostanza, dire.

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