Le Baccanti – Sulla necessità del disordine
Foto di copertina di Johanna Weber
Non riesco a pensare a uno spazio meno adatto alla rappresentazione de Le Baccanti del Teatro Storchi. Tutta la serata, in effetti, è stata all’insegna dell’inadeguatezza. Sono arrivata trafelata in sala e mi sono tagliata il dito con uno dei fogli del comunicato stampa, per poi passare tutto lo spettacolo a sanguinare sul mio taccuino. Gli spettatori di fianco a me, quella schiera di abbonati sulla settantina che nutrono il corpo del teatro, parlavano ad alta voce con la moglie/marito/amica sperando che non fosse “una di quelle cose moderne, che le odio”. Questo dicevano di fronte al boccascena scoperto, su cui un omino in un completo dorato riposava all’interno di una teca, ricevendo sangue da piccole sacche distribuite sul fondale – come un’icona di quel teatro vampiresco di cui sopra. Eppure è proprio per questo che l’opera di Theodoros Terzopoulos è congeniale al proprio tempo e al proprio luogo. Così come l’ultimo dramma di Euripide riflette sullo stato del teatro e della polis democratica, entrambi in crisi, la prima delle Baccanti allo Storchi questo 22 ottobre – incastrata tra le proteste di lavoratori e studenti e lo sciopero degli operatori dello spettacolo – sembra raccontare inavvertitamente la situazione presente.

In un certo senso, inavvertita è stata anche la scelta della sede italiana per il maestro greco, che pensava di produrre questa sua edizione della tragedia (la settima dal 1986) nella Siberia del Nord, coinvolgendo degli sciamani – una soluzione site specific resa impossibile dallo scoppio della guerra. Così spiega lui durante l’incontro con l’artista, parte dell’iniziativa Seconda Scena, che si è tenuto nel ridotto del teatro due giorni prima del debutto, dettagliando i princìpi del suo processo creativo e descrivendo la creazione de Le Baccanti, in cui questi princìpi si vedono sostanziati.
Tutto si basa sull’inspirazione e l’espirazione, che divengono strumenti per ricercare il corpo archetipico celato nelle profondità della sua struttura. Il respiro è allora per Terzopoulos il fondamento primo dell’azione teatrale, e Le Baccanti – la tragedia in cui il teatro si auto-rappresenta – sono dominate dal respiro.

A partire dalle bombolette “Oxygen” collegate alla teca in cui riposa Cadmo (Enzo Vetrano), e soprattutto nel corpo del coro, il vero protagonista dello spettacolo. È doveroso quindi citarne tutti i membri: Francesco Cafiero, Bianca Cavallotti, Brigida Cesareo, Riccardo Dell’Era, Davide Giabbani, Federico Girelli, Bianca Mangelli, Marica Nicolai, Nicoletta Nobile, Giorgio Ronco, Matteo Sangalli, Magdalena Soldati.
La piattaforma bianca circolare sulla quale si muovono – che per gli spettatori della platea perde tutto il suo impatto visivo – definisce lo spazio di apparizione e azione di Dioniso (Roberto Latini), invocato dal fondo della sala. Le baccanti e il dio occupano questo spazio terreno, e vengono raggiunti da Penteo (Marco Cacciola) che, nel gioco teatrale del travestimento e dello scambio, incanala il potere sovversivo di Dioniso attraverso un grande tubo nero.
Sopra di loro Cadmo, che colonizza letteralmente la scena, e Tiresia (Stefano Randisi): due vecchietti dai modi affettati e un po’ operistici che non rappresentano certo valori di saggezza e preveggenza, ma sono presi anche loro dalla febbre dell’entusiasmo (nel senso greco del termine, di possessione divina). Più in alto di tutti, il corifeo interpretato da Paolo Musio, con un completo sbrindellato (un indizio della fine che farà Penteo) e dei grossi coltelli in mano. Non tanto capo del coro, quanto incarnazione della legge di Dioniso: il disordine.

Lo sforzo esagerato dei corpi dei coreuti e delle coreute, continuamente attraversati da tremori, sempre contratti, bagnati di sudore e saliva, esteriorizza la conflittualità interna che secondo il regista è necessaria al cambiamento. La loro performance fisica sovrasta tutte le altre: il Dioniso di Roberto Latini, che si muove in modo serpentino come vuole la sua origine – il dio deriva, per parte materna, dalla stirpe di Cadmo, nata dai denti di un drago – e il Penteo di Marco Cacciola dal costume e dalle movenze prevedibilmente (troppo) militareschi.
Tra i luccichii e i rossi ottocenteschi del Teatro Storchi, non è il dio straniero a irrompere – un dio che, tra l’altro, alla fine della tragedia diventa tirannico proprio come il re di Tebe – ma lo scompiglio tutto terreno e corporeo del coro di baccanti.

Sarebbe facile fare una similitudine tra lo spirito del dramma euripideo e le proteste e gli scioperi che stanno avvenendo in questi giorni, come d’altronde ha fatto il regista stesso nella sua lectio. La tragedia sicuramente non è mai stata avulsa dal processo storico, come nessun altro prodotto culturale. Euripide scriveva quest’opera sull’anomia (l’assenza della legge divina) e l’aloghia (l’assenza della legge della ragione) alla corte del re di Macedonia, sull’orlo della propria vita e di quella della democrazia greca, e Terzopoulos riflette sulla crisi attuale (“gli dèi hanno traslocato o sono morti, la natura sta bruciando, la polis sta scomparendo”).
È importante però tenere sempre larga la maglia del dramma antico, in cui non ci sono oppressi e oppressori sociali, ma soltanto archetipi. La madre di Penteo (Alvia Reale) che lecca la testa del figlio, da lei stessa divelta dal suo corpo a causa della follia dionisiaca, conferma la logica universale del mito di Euripide, in cui la divinità trionfa laddove l’umano non può arrivare. Le Baccanti di Terzopoulos riescono, soprattutto nel coro, a celebrare lo stravolgimento necessario alla conquista della libertà, innanzitutto interiore, il principio di cambiamento – di contro a una stasi conservatrice – di cui il teatro deve essere la presenza più che la rappresentazione.
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