La parola Agon deriva dal greco Agón, termine dai molteplici significati. Nella Grecia antica indicava anzitutto una gara, una competizione, ma anche una lotta, uno scontro, un confronto. Oltre alle gare atletiche, poteva riferirsi anche a un conflitto militare, una disputa politica, un processo in tribunale o persino un duello intellettuale. L’idea fondamentale, insomma, è quella di due forze che si misurano tra loro. Giulio Bertelli, all’esordio con il suo primo lungometraggio, amplia il significato della parola costruendo un film che da una parte allude chiaramente alla competizione sportiva, ponendo al centro del racconto tre atlete impegnate in discipline come judo, scherma e tiro a segno, e dall’altra utilizza lo sport come metafora del conflitto tra il corpo e la mente, tra il desiderio di vincere e il prezzo da pagare per farlo, tra l’individuo e il sistema che lo trasforma in una macchina da prestazione. In un’intervista rilasciata per Vogue, il regista italiano spiega di aver scelto discipline che derivano da pratiche militari, nate come addestramento al combattimento e solo successivamente diventate sport. Si recupera, quindi, questa dimensione archetipica per collocarla nel presente, dove sotto la sofisticazione tecnologica dello sport contemporaneo è conservato, ancora, un residuo irriducibile di violenza.
La riflessione di Bertelli si estende anche alla costruzione delle tre protagoniste, modellate su altrettante figure storiche che hanno attraversato l’immaginario occidentale. La schermitrice, Giovanna Falconetti, richiama Giovanna d’Arco, incarnazione del sacrificio e della guerra combattuta in nome di un ideale. La judoka, Alice Bellandi, trova invece il proprio archetipo in Cleopatra, figura nella quale il corpo coincide con il potere, con la disciplina della propria immagine e con la capacità di esercitare un’influenza sul mondo. La tiratrice russa, Alex Sokolov, guarda infine a Nadezda Durova, la celebre ufficiale dell’esercito zarista che si travestì da uomo per combattere durante le guerre napoleoniche, trasformando il proprio corpo in uno spazio di ridefinizione identitaria. Questi archetipi, più che semplici riferimenti culturali, rivelano il tentativo di collocare le atlete all’interno di una genealogia del combattimento che attraversa la storia. Lo spazio sportivo diventa così il luogo in cui riaffiorano forme antiche di conflitto, sacrificate alla logica dell’attuale competizione e restituite attraverso corpi che continuano a portarne il peso.
«Penso che, dopo la Seconda Guerra Mondiale, abbiamo sviluppato una concezione piuttosto astratta della violenza in generale. Voglio dire, è chiaro che c’è un accenno di provocazione quando faccio un collegamento con uno sport come il tiro con la carabina o il tiro con la pistola e mi soffermo sul fatto che, una volta, questa era davvero la disciplina principale dei Giochi Olimpici. È significativo, a tale proposito, che il fondatore stesso delle Olimpiadi moderne, Pierre de Coubertin, fosse un tiratore con la pistola. Eppure sono convinto che, se non facesse già parte delle discipline olimpiche, uno sport basato sull’uso delle armi da fuoco oggi non verrebbe ammesso. E, d’altra parte, c’è il pentathlon, dove la pistola tradizionale è stata sostituita da una laser. Credo che questo la dica lunga sul modo in cui concepiamo la violenza e su come ci rapportiamo a essa. Mi interessava anche capire come la percezione delle armi da fuoco sia legata a una sorta di pregiudizio culturale. Paesi diversi le vedono in modi molto diversi» (G. Bertelli)
È proprio questa tensione tra il visibile e ciò che rimane latente uno degli elementi che definiscono la forma del film. Agon si presenta infatti come un’opera ibrida, in grado di unire, su più livelli, documentario e racconto di finzione per costruire una riflessione immaginaria sul corpo, la competizione, la tecnologia e la violenza insita nello sport contemporaneo. A titolo di esempio, basti pensare al fatto che i giochi di Ludoj, nel film, sono totalmente inventati, mentre Alice Bellandi è una vera campionessa di Judo che interpreta sé stessa, con il proprio bagaglio di esperienza, i gesti tecnici, il modo di allenarsi, il rapporto con il corpo e con la disciplina. Indicativa è anche la precisione con la quale vengono rappresentate le procedure mediche (risonanze magnetiche, esami diagnostici, interventi) e gli ambienti (palestre, centri di medicina sportiva, sale operatorie e strutture dedicate alla preparazione atletica). Tutto sembra assumere le connotazioni di un rituale che l’invisibile occhio della macchina da presa osserva silenziosamente.
Non mancano, poi, le immagini di archivio, come quella del celebre infortunio di Ronaldo nel 2000. Più che una storia, ad essere documentato è un sistema, il modo in cui lo sport contemporaneo costruisce i propri atleti: l’allenamento incessante, la misurazione delle prestazioni, il controllo medico, la gestione del dolore, la pressione psicologica, l’ossessione per il rendimento. In tal senso, Agon sembra guardare a una certa tendenza del cinema europeo contemporaneo dove la distinzione tra documentario e finzione viene deliberatamente messa in crisi. Alcuni Esempi possono essere certi film di Albert Serra, come Liberté (2019) e Pacifiction (2022), in cui il regista costruisce narrazioni finzionali ma lascia che siano il tempo, i corpi e gli spazi reali a imporsi sull’intreccio. O anche alcuni lavori di Roberto Minervini, come Stop the Pounding Heart (2013) e The Other Side (2015), interpretati da persone che spesso mettono in scena una determinata versione di sé stesse, senza che lo spettatore sappia mai dove finisca la vita reale e dove inizi la costruzione cinematografica.
Altro elemento centrale all’interno di Agon è quello del corpo. Risonanze magnetiche, radiografie, immagini diagnostiche e simulazioni affiancano alla presenza fisica dei personaggi una seconda esistenza fatta di dati, scansioni e visualizzazioni digitali. In alcune scene, ad esempio, vediamo il personaggio di Alex Sokolov (Sofija Zobina) giocare a un videogame. Una soggettiva, poi, immerge lo spettatore direttamente nello spazio virtuale tagliando fuori dall’inquadratura la cornice del televisore, dando origine ad un’immagine che sembra richiamare quella in cui in Elephant (Gus Van Sant, 2003) il personaggio di Eric è intento a giocare uno sparatutto in prima persona. Questi elementi, allora, sembrerebbero alludere al fatto che oggi la nostra esperienza del corpo non può che passare attraverso le immagini, i dispositivi e le tecnologie, diventando anche un archivio di informazioni. Il mondo ci appare come una collezione infinita e non strutturata di immagini, testi e altri dati.
Anche in questo caso, però, Agon mantiene una certa ambiguità, poiché in diversi frangenti continua a ricordarci che il corpo resta irriducibilmente materiale. Ogni volta che esso viene virtualizzato, il film ci riporta violentemente alla sua realtà fisica. La macchina da presa non esita, infatti, a mostrarci crudamente l’intervento che Alice Bellandi subisce al ginocchio nelle prime fasi del film, soffermandosi sul trapano chirurgico che ne perfora carne e osso, così come, attraverso un dettaglio, vediamo la spada di Giovanna Falconetti attraversare il casco protettivo della sua avversaria, in quello che è un evidente rimando al drammatico incidente del 1982 (richiamato anche nella didascalia finale del film) in cui perse la vita il fiorettista sovietico Vladimir Smirnov. Agon, allora, mette in scena la coesistenza di due corpi: il corpo biologico, fragile e mortale, e il corpo tecnologico, convertito in immagine e informazione. Nessuno dei due prevale sull’altro. Bertelli lascia che convivano nello stesso spazio, mostrando come la nostra epoca sia definita proprio da questa oscillazione continua. L’individuo, ormai, abita il proprio corpo attraverso schermi che lo osservano, lo misurano e lo interpretano. Rimane tuttavia qualcosa che sfugge a ogni dispositivo: la vulnerabilità della carne. È in quella resistenza silenziosa che Agon trova la sua immagine più potente e la sua riflessione più interessante.
Cinefilo fin dalla prima adolescenza, inizia a guardare compulsivamente film all'età di 13 anni. A 17 anni sente l'impulso di approfondire il linguaggio audiovisivo, leggendo voracemente libri di storia del cinema, teoria e analisi del film. Nello stesso periodo comincia a cimentarsi nella scrittura critica, collaborando nel corso degli anni con alcune testate di cinema online.
Attualmente è studente del corso di laurea in Lettere, Arte, Musica e Spettacolo, presso l'università telematica eCampus.
Cos'è Birdmen Magazine?
Dal 2015 Birdmen Magazine raccoglie le voci di cento giovani da tutta Italia: una rivista indipendente no profit – testata giornalistica registrata – dedicata al cinema, alle serie e al teatro. Oltre alle edizioni cartacee annuali, cura progetti e collaborazioni con festival e istituzioni. Birdmen Magazine ha una redazione diffusa: le sedi principali sono a Pavia e Bologna.
Aiutaci a sostenere il progetto e ottieni i contenuti Birdmen Premium. Associati a Birdmen Magazine – APS, l‘associazione della rivista.