40 secondi – Uno sguardo vitale sulla morte di Willy Monteiro Duarte
«Non c’è peccato peggiore, nel nostro tempo, che quello di rifiutarsi di capire: perché nel nostro tempo non si può scindere l’amare dal capire» – Pier Paolo Pasolini
La scorsa stagione di cinema italiano, tra le polemiche sull’industria e i condivisi entusiasmi per Le città di pianura, ha riconosciuto, nelle retrovie della sola candidatura ai David, un film che si occupa di tragicissima realtà. Film di cui, però, si è parlato forse troppo poco. 40 secondi, lungometraggio di Vincenzo Alfieri disponibile su Netflix, ha uno sguardo coinvolto nel cercare di capire il dramma giovanile delle risse da strada, quelle morti insensate che ci obbligano a interrogarci sul presente e sui futuri possibili. Tema attualissimo, quotidiano nella narrazione giornalistica di violenze vili nelle modalità esecutive e nelle finalità che assolvono, pertanto di estrema rilevanza.
Il fatto è noto quasi a tutti. Nel periodo post-Covid, già di per sé traumatico, l’Italia riscopre la conflittualità delle relazioni e la violenza come vessillo anticulturale di certi contesti: Willy Monteiro Duarte (l’esordiente Justin De Vivo) è ucciso a calci e pugni, per futili motivi, dai gemelli Marco e Gabriele Bianchi (Luca Petrini e Giordano Giansanti), da Francesco Belleggia (Francesco Gheghi) e Mario Pincarelli (Enrico Borello). Nel film tutti, eccetto Willy, con nomi fittizi. Le pene, nell’ordine: ergastolo, 28, 23 e 21 anni.

Alfieri, adattando assieme a Giuseppe Stasi l’omonimo libro di Federica Angeli, ritrae le 24 ore antecedenti al brutale delitto del 6 settembre 2020 attraverso una polifonia prospettica che assume gli sguardi dei vari personaggi: scansiona il film in segmenti dedicati ai principali protagonisti di quella giornata, immaginando i loro attimi quotidiani e innescando un crescendo che sfocerà in morte. C’è un duplice intento: da un lato presentare una cronaca quanto più onesta possibile, dall’altro offrire un’analisi antropologica che riesca a esondare dai limiti documentaristici e a proporre quesiti più profondi e complessi. Un’operazione interessante, che ricorda, nella densità temporale e nella trasfigurazione fantasiosa di contesti verissimi, le 24 ore del capolavoro generazionale di Mathieu Kassovitz, La Haine. 40 secondi, però, in questa binarietà prende delle stonature: la pretesa cronachistica viene meno nei rapidi segmenti onirico-metaforici, inutilmente volti ad amplificare la poeticità della narrazione; incerto, inoltre, il ritratto dei grigi morali. Si percepisce l’esigenza di porre una netta distinzione in buoni e cattivi che, seppur necessaria, rischia di stereotipare la traumaticità delle vite di periferia.

Al netto di questi limiti, la regia di Alfieri è efficace: insiste sui volti, sul sudore, sui corpi contratti dei personaggi, costringendoci al confronto diretto con le loro ansie. Il rapporto d’aspetto ridotto, i primi piani strettissimi, la macchina a mano che segue costantemente alle spalle, sono tutti amplificatori della claustrofobia esistenziale e della frenesia incessante di queste vite ai margini. Si mette in luce una varietà di fragilità emotive e mancanze culturali, il cui principale responsabile è il patologico imperativo del machismo: lo svilimento del femminile quale mero approdo all’amplesso sessuale non è uno spunto retorico e banale, ma uno dei sintomi più chiari di questa malattia mortale.
Dal locale notturno, quindi, parte la lotta primigenia per la preminenza sul branco. Il maschio, in risposta alla volgarità del catcalling, difende la donna offesa; è necessità di autoaffermazione mascherata da atto altruistico: queste le radici del conflitto che si estenderà in una sequenza di eventi in parte casuale, in parte preannunciata dal contesto opprimente in cui ci si muove, portando all’esplosione definitiva, irreversibile della rissa da strada. I due gemelli omicidi diventano paradigma della microcriminalità, muscolare e pacchiana, nota a chi la subisce, sfuggente ai radar della mediaticità alta, macroscopicamente dannosa.
40 secondi di violenza inaudita, meccanica, bastano a spegnere i sogni di Willy, personaggio puro: agì davvero con disinteressato altruismo. La sua opera di umanità è stata riconosciuta dal presidente Mattarella con la medaglia d’oro al valore civile, lode tardiva di quei rari sprazzi di vita che sanno emergere anche nella mortalità diffusa.

Il film ha l’accortezza di defilare spesso la violenza (dando ancora più impatto a quei fatali 40 secondi) e di concentrarsi sulle anime di questi ragazzi di vita – e spesso di morte – 2.0. Ciò avviene grazie a un casting perfetto, un mix efficace di professionisti ed esordienti credibilissimo nelle interazioni, nel linguaggio, nell’incarnazione di una diffusissima e inappagante ricerca di piacere. Questa capacità di leggere il mondo giovanile e di farlo parlare in maniera naturale e verosimile è una rarità da lodare. Rivela l’amore vero di Alfieri, la volontà di “capire” che lo rende, seppur distante in termini artistici, tendente all’animo pasoliniano nell’onestà della narrazione. Alfieri li ama questi ragazzi che vivono e muoiono ai margini, costretti a marcire sulle orme dei padri, vittime di una subcultura nociva, prevalentemente, ma non esclusivamente, maschile.
Nell’affetto provato per la storia di Willy la scrittura declina anche in eccessi d’idealizzazione poco riusciti. In questo senso il finale, affrettato e in posizione di rinuncia rispetto alla coralità che aveva fino ad allora contraddistinto il film, è contemporaneamente il passaggio più delicato e meno riuscito della sceneggiatura. Ritorna ambiziosamente al tentativo di unire cronaca e immaginazione, ma in questo compromesso si fa retorico e oltremodo trasognante, sminuendo le complessità strutturali del caso raccontato. Con l’esclusione dei comprimari e lo stridore nel registro delle ultime scene – il favolistico coronamento del sogno di Willy nella ristorazione seguito dalle reali fiaccolate in suo onore – la sensazione è che si potesse optare per una prospettiva più asciutta. Paradossalmente, ne sarebbe risultato un omaggio ancora più sentito e rispettoso.
Innegabile, però, il merito di rimettere questa vicenda al centro dello schermo e, di conseguenza, di alimentare il dibattito mediatico sulla dilagante violenza giovanile; ponendo i giusti quesiti al pubblico, senza l’arroganza delle risposte certe. Un film imperfetto, ma categoricamente urgente.
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