Il corpo – Un thriller italiano senza cadavere
Mia Martini canta Piccolo Uomo mentre sul bordo di una lussuosa piscina si consuma, lenta, la tensione mortifera di una coppia che ora non è più tale. «Che giorno triste questo mio, oggi tu ti liberi di me, di me che sono tanto fragile, e senza te mi perderò»: così si apre Il corpo, il thriller di Vincenzo Alfieri – presentato fuori concorso al 44esimo Torino Film Festival – con il ritrovamento di un cadavere in salotto alle prime luci del mattino, e poi con la sua sparizione dalla cella dell’obitorio poche ore dopo. Rebecca Zulin sparisce due volte, due piani di realtà su cui indaga il commissario Cosser e di cui è sospettato il marito della vittima, Bruno Forlan. L’indagine qui si moltiplica ulteriormente, poiché la verità sui fatti viene contaminata dal killer e dal killer del killer, e forse, anche dalla stessa Rebecca senza vita. Ai tre personaggi principali appartengono tre storie segnate da colpe personali e impersonali, un ambiguo triangolo narrativo che si compie ed esaurisce durante una lunghissima notte e un intenso nubifragio.

Ultimo remake cinematografico dell’originale spagnolo El cuerpo (Oriol Paulo, 2012) – film di consumo che ha visto già ben quattro rifacimenti, due indiani, uno sudcoreano e uno statunitense in corso d’opera – l’opera di Vincenzo Alfieri cerca di aumentare l’appeal del racconto di riferimento. Resta intatta l’ottima intuizione di fondo: rendere orfano il giallo/thriller del suo parente più prossimo, il cadavere, applicando così un décadrage narrativo che inganna il senso logico del pubblico indagatore e apre linee interpretative interessanti sui legami tra i personaggi.
Quante forme può assumere la mancanza? Quali conseguenze la privazione? L’assenza del cadavere di Rebecca sembra rendere ancor più invadente la figura femminile ormai passata a miglior vita, e l’eco a Gone Girl, come a buona parte della filmografia fincheriana, non è un caso. L’asciutta ed elegante messa in scena notturna, come le scene ambientate a casa Zulin, rievocano gli spazi alienanti della villa nel Missouri di Nick e Amy, e non solo perché anche Rebecca è una “gone girl”, ma perché la messa in scena suggerisce l’ambiguità connaturata nelle fondamenta di ciò che guardiamo, così come la maniacalità sublime di chi orchestra gli eventi.

Vincenzo Alfieri insiste molto sul flashback come strumento narrativo. Tutti i ricordi che Forlan ha di Rebecca (un’ottima Claudia Gerini) sono quadri di coppia ad alta tensione, dove l’energia che spinge l’uno verso l’altra ha la forma del possesso famelico: la ricchezza di Rebecca diventa anche di Bruno, la giovinezza di Bruno quella di Rebecca, in un continuo impulso di mutua sottrazione. Si affiancano poi i flashback di un rapporto più genuinamente erotico nella relazione extraconiugale di Bruno con Diana e allora sembra che il thanatos che governa marito e moglie sia compensato dall’eros dei due amanti. In realtà, Alfieri proietta su grande schermo personaggi moralmente discutibili nelle azioni, ma che pregano il pubblico per l’indulgenza sulle proprie intenzioni. Rebecca, Bruno, Diana, il commissario Cosser (un magistrale Giuseppe Battiston), sono tutti personaggi torbidi, lo sembrano e lo sono, abitanti di un purgatorio in terra dove l’assoluzione, se arriva, corrisponde alla dannazione eterna.

La fotografia ad alta saturazione sulle tinte dell’horror e allo stesso tempo così dosata, affinché il nero-notte, la pioggia, le luci al neon, sangue, ossa e tinte livide giacciano su un terreno di continuità cromatica, rendono Il corpo un diamante grezzo a livello formale. Realistico, irrealistico, efficace nel ricreare l’atmosfera giusta per un’indagine piena di zone d’ombra e voragini di repressione. E come i diamanti grezzi necessitano di accurata lavorazione per brillare a dovere, così Il corpo mostra evidenti sbavature che però possono essere giustificate in virtù dell’operazione di genere condotta. É ancora molto giovane il cinema italiano di genere in quanto modello validante per le nuove proposte, e avventurarsi tra i linguaggi del thriller e dei generi limitrofi è un’operazione importantissima a livello di identità cinematografica nazionale che però richiede, giustamente, i suoi tempi di alfabetizzazione.

La vera grande mancanza ne Il corpo è però attribuibile a Il corpo stesso. La storia possiede un grado di non-credibilità proprio nel suo punto nodale, e per quanto Alfieri potesse maneggiare magistralmente il materiale a disposizione non poteva stravolgerlo completamente. Lo shock che si accompagna al plot-twist è molto amaro, perché rivela la natura non-umana di personaggi che sembravano i meno biasimevoli e che, ad un certo punto, ricorrono schizofrenicamente al loro Mr. Hyde. Qualcosa non torna, e il pensiero immediatamente successivo rompe la quarta parete: perché raccontare una storia simile? Se il film voleva riflettere sull’assenza di speranza in un mondo moralmente virtuoso, ha finito per subire un cortocircuito congenito prima di concludersi, perché quello che purtroppo rimane allo spettatore è un’assordante inquietudine di fondo non collocabile nel suo spettro di esperienze, e allora lo spaesamento è la sensazione più appiccicosa post-visione. L’horror e il thriller per loro natura puntano a stuzzicare e mettere in allerta i nostri incubi più profondi, mostrandoci di questi possibili incarnazioni: li rendono plausibili, conferiscono loro un’esistenza, seppur finzionale. La trama de Il corpo riesce meno in questa operazione perché “il mostro” o i mostri a cui dà vita sembrano in fondo un po’ implausibili anche nella loro spietatezza o nel loro dolore, per quanto ben diretti e collocati in una mise en scène quasi perfetta. Non vediamo l’ora che Alfieri si cimenti su una storia diversa per dare corpo a un bellissimo film italiano di genere.
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