20 anni di Codice Da Vinci – Ricordate quando l’arte faceva spettacolo?
Sembra impossibile pensare oggi un’epoca in cui nelle case di pressoché ogni famiglia italiana si trovava la copia dello stesso romanzo, un romanzo che suscitava dibattiti accesi per mesi ad ogni livello della società e che aveva sulla copertina il volto dipinto più famoso di sempre. Quell’epoca era poco più di vent’anni fa, il 2003, quando venne pubblicato il romanzo best-seller di Dan Brown The Da Vinci Code, un libro che divenne un caso editoriale specialmente nel nostro Paese, dove ci si ricorda di avere un patrimonio culturale solo quando questo viene rimaneggiato da qualche straniero un po’ arrogante. Va detto che il romanzo con l’Italia aveva poco a che fare – semmai sarebbe stato il da noi successivo, ma scritto tre anni prima, Angeli e Demoni a doverci far accendere sul serio – ma il nome di Leonardo Da Vinci messo lì in bella vista ha ovviamente attivato la valanga speculativa. E tra difensori della presunta buona fede di Brown, storici incazzati, derisori di professione e turisti avventurosi, in pochi si sono accorti di ciò che davvero stava alla base di quel romanzo: un thriller estremamente ben scritto, con al centro un personaggio – Robert Langdon – dal carisma invidiabile e un mondo narrativo iconograficamente straordinario, fatto di opere d’arte, monumenti, Sacre Scritture e succosi intrighi millenari.

Tra i pochi che non si sono fatti distrarre dal contorno promozionale della bagarre para-culturale – pensate, era un periodo in cui bastava dire che si stava scrivendo a partire da fonti certe per essere creduti; che tempi! – c’è stato da noi il sempre insuperato Topolino che con Il Papero Da Vinci ha colto nel profondo la sincera anima avventurosa del romanzo di Brown, costruendone uno specchio parodico serissimo, capace di disinnescare le stupidaggini polemiche per mettere in luce il valore di un romanzo che ha portato quantomeno, finalmente, a scoprire il piacere di giocare con le opere d’arte e il patrimonio culturale, ad abitarne il mistero, a far finta che… Con il gioiellino Disney Italia, l’altro prodotto quasi altrettanto meritevole – che compie oggi vent’anni – è il film di Ron Howard, uscito tre anni dopo il romanzo e forte dell’aver restituito una solidità visiva decisamente adeguata al racconto, che nel mentre era stato più volte rieditato in variopinte edizioni illustrate.

Nel costruire il film Ron Howard ha avuto vita decisamente facilissima: il romanzo è già pensato come uno script, diviso in sequenze lineari e ottimamente segmentate che necessitavano semplicemente dell’apparato visivo a sostenerne lo scorrimento. In questo Howard è totalmente al servizio del – o meglio, asservito al – materiale narrativo e iconografico – a parte qualche ovvia omissione – e ha come merito più grande l’aver individuato i volti perfetti per i protagonisti, specialmente quel Robert Langdon così naturalmente appropriato nel vestire le fattezze, la voce e l’atteggiamento di Tom Hanks, in una corrispondenza così giusta che ha permesso di proseguire il franchise cinematografico anche oltre, con Angeli e Demoni e Inferno. Si può arrivare a dire che la gestione di Howard dello svolgimento del film si fa travolgere dal materiale narrativo, rischiando spesso e volentieri di risultare poco – se non per nulla – incisiva, per di più mancando in ciò che più di tutto avrebbe dovuto valorizzare una versione visiva del racconto: non vi è nessun perdersi nelle opere d’arte e nei luoghi sacri e il film perde l’occasione di poter diventare un gotico grand tour delle meraviglie artistiche lungo cui sono seminati gli indizi dell’intrigo millenario alla base del romanzo.

L’analisi delle opere, nel film di Howard, diventa poco più che enigmistica, la loro presenza un francobollo obbligato – vi sfido a contare il minutaggio della Monna Lisa, il cui volto è inscindibile dall’identità del romanzo – tanto che la detection agisce nella paradossale inerzia di una narrazione incessante e inarrestabile, sorretta da puro ritmo e privta di sostanza. Eppure, c’è qualcosa ne Il Codice Da Vinci che ancora oggi ne fa tenere in piedi la tenuta durante la visione, ed è forse un gioco antagonista con lo sguardo dello spettatore: dove l’opera, il monumento e l’edificio richiederebbero contemplazione, l’azione, la detection e il thrilling non ne danno il tempo, costringono a fuggire, a tagliare la sequenza, a frustrare la volontà del vedere. Il Codice Da Vinci è un film sotteso tra il volere e il non potere dello sguardo, una frenetica corsa alla scoperta affrettata, tagliata dalla deprivazione del guardare, distratta dall’inverosimile istinto di sopravvivenza dei protagonisti. Il valore del film di Howard è lavorare impeccabilmente sul desiderio, dentro e fuori il profilmico, nella frustrazione estetica dell’assenza scopica e nella rappresentazione di quella sessualità al contempo affermata e negata che è stata alla base di tante polemiche intorno a romanzo e pellicola.

Riguardatelo, Il Codice Da Vinci, se non altro per riscoprire un’epoca in cui nel pensare i film attore e personaggio erano inscindibili – Alfred Molina è un Cardinale Aringarosa semplicemente perfetto – e in cui il nome di Leonardo Da Vinci era sufficiente per aprire casi mediatici internazionali pluri-annuali. Oggi, di quell’intensità di discorso restano solo le code senza senso al Louvre per vedere la Monna Lisa e uno stuolo di prodottini che per un po’ hanno giocato con la figura di Leonardo – ricordate Da Vinci’s Demons? Pare assurdo arrivare a dover rimpiangere Dan Brown di fronte all’incapacità dell’oggi di nutrire i prodotti narrativi, qualsiasi sia il loro tenore o il medium espressivo, dell’immenso e densissimo patrimonio culturale che non smette nostro malgrado di circondarci. O forse, semplicemente, abbiamo perso il gusto del voler prendere sul serio quel che ci viene raccontato, di sentire che le narrazioni, in qualche modo, ci riguardano e ci chiamano all’azione, sia questa anche solo il guardare con più attenzione nella straordinaria bellezza di un dipinto per scoprirvi il mistero insondabile dell’esistenza, umana o divina che si voglia.
Dal 2015 Birdmen Magazine raccoglie le voci di cento giovani da tutta Italia: una rivista indipendente no profit – testata giornalistica registrata – dedicata al cinema, alle serie e al teatro. Oltre alle edizioni cartacee annuali, cura progetti e collaborazioni con festival e istituzioni. Birdmen Magazine ha una redazione diffusa: le sedi principali sono a Pavia e Bologna.
Aiutaci a sostenere il progetto e ottieni i contenuti Birdmen Premium. Associati a Birdmen Magazine – APS, l‘associazione della rivista.