Los domingos – Credere per esistere
La religione, la fede, la rinuncia, la devozione: il cinema degli ultimi anni ci ha spesso portato a diffidare della Chiesa e degli ordini sacerdotali, perciò un film come Los domingos di Alauda Ruiz de Azùa, in uscita il 2 aprile con Movies Inspired, risulta essere una vera e propria rivelazione, generatrice di stupore puro e genuino analogo a quello delle prime volte, dei primi incontri.
Ainara (Blanca Soroa) è una ragazza di diciassette anni che frequenta il liceo adiacente a un convento di suore di clausura. Ha perso la madre e vive con il padre, con problemi economici, le sorelline e la nonna. Il suo punto di riferimento è la zia, atea e attivista convinta. Ainara sente crescere in sé la vocazione e il desiderio di seguire l’esempio delle monache, tanto da volersi unire a loro.

La ragazza sembra estremamente convinta della sua scelta quando la comunica al padre e alla zia, loro, al contrario, sono sorpresi, dubbiosi, contrari. È nel tentativo di elaborazione di una convinzione che nascono le perplessità, sempre più invasive che possono generare crisi. E ciò avviene perché la protagonista mette la sua famiglia, già di per sé disfunzionale, davanti a una possibilità incontemplabile, antica come il mondo e proprio per questo estranea alla contemporaneità. Quella che in un lontano passato avrebbe potuto essere una soluzione per sgravare una a famiglia numerosa di un peso, oggi genera un trauma, una spaccatura ancora più profonda tra i suoi membri. Il padre (Miguel Garcés), da uomo inetto qual è non si esprime, se non nascondendosi dietro alla scusa di voler solo la felicità della figlia, mentre Maite, la zia (Patricia Lopez Arnaiz) inizia la sua crociata personale per dissuadere la nipote dal suo intento. Ainara si trova a vivere sospesa, in bilico tra la possibilità di trascorrere un paio di settimane in convento, come inizio, e quella di fare esperienze con i suoi coetanei e quel compagno di coro che da sempre le piace. Una prova, dunque, che la costringe a guardarsi dentro, a cercare la risposta che solo Dio – a quanto dicono le suore – può fornirle.

Los domingos è folgorante perché imparziale: un perfetto esempio di testo argomentativo per immagini che incastra tesi ad antitesi per dare una visione d’insieme della questione che vede al centro il futuro di Ainara. Il dialogo con la suora, guida spirituale, si contrappone a quello con la zia e in questo modo la regista procede con una serie di incastri che accentuano la crisi della protagonista e portano lo spettatore a non sapersi schierare trovando validi e condivisibili entrambi i punti di vista. «Ainara crede in Dio come tu credi nel cambiamento climatico» sentenzia il marito di zia Maite per farle capire che si può anche essere irremovibili sulle proprie posizioni. La vocazione da mettere a fuoco con chiarezza diventa ricerca e ascolto interiore, contemplazione del dissenso e messa in gioco nelle sfide che spingono a cambiare strada. Le domeniche del titolo sono anch’esse ambivalenti: corrispondono alle riunioni di famiglia dove si è sempre imbarazzo o in lite, ma anche alle giornate da dedicare al Signore tra canti e preghiere, in una solitudine che Ainara condivide con le monache seguendo il principio di ora et labora.

Los domingos è un film privato, personale che si irradia verso l’esterno e travolge, come la chiamata di Gesù che disorienta e scombina i piani – quelli della novizia che abbandona medicina per prendere i voti –, dà gioia solo dopo aver fatto conoscere il dolore, la sofferenza e il dubbio. La macchina da presa spesso si perde e si sofferma sul volto della sua protagonista, segnato dalle stagioni del suo cammino, poi, un’istante dopo, mostra il contro campo di gruppo di chi sta attorno e cerca di tenere insieme i cocci di un’esistenza frammentata, povera di spinta verso il cambiamento. La vera rivoluzione del film di Alauda Ruiz de Azùa sta, quindi davvero, nell’evitare una disamina dei dogmi, delle regole, del valore della religione nella contemporaneità, si radica nell’aprire alla possibilità di poter ancora sentire la vocazione e pensare ad una scelta controcorrente pur essendo ragazzi, nati e cresciuti in un mondo di continuo contatto e messa in mostra del sé. Ainara si spoglia del suo peso di appartenente alla gen z per tornare ad un’origine che chiede coraggio, volontà e profonda fede; è pronta a salutare la concretezza delle mancanze terrene dei suoi familiari per addentrarsi nei misteri di una gioia eterna che nemmeno lei riesce ad afferrare pienamente. Credere in qualcosa, che sia Dio e la razionalità del fallimento dell’uomo, si propone, perciò, come sola chiave per tendere ad una realizzazione, parziale e ignota, ma pur sempre intravisibile tra dubbi e contraddizioni.
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