Pomeriggi di solitudine – Sfidare la morte
Le attese, i rumori vuoti e riecheggianti che creano una bolla infrangibile, la ripetitività rallentata e sospesa, sono alcune delle caratteristiche preponderanti del cinema di Albert Serra, regista catalano acclamato e pluripremiato ai festival. Con il suo ultimo lavoro, Pomeriggi di solitudine (Tardes de soledad), al cinema l’8, 9 e 10 settembre con Movies Inspired, passa al documentario rompendo ogni convenzione del genere, per riadattarlo a quelle della sua poetica.

Serra segue e documenta la quotidianità di Andrés Roca Rey, giovane torero peruviano – vera star per i fedelissimi delle tauromachia – nelle fasi che scandiscono la sua professione, creando un rituale che si ripete dando sempre più simbolicità e potenza all’immagine. Senza ripercorrere didascalicamente l’importanza culturale o la storia della manifestazione e neppure la biografia del torero, il regista ci getta nell’arena dove sono l’uomo e l’animale a confrontarsi, a dare spettacolo e a lottare per la propria incolumità – il toro inutilmente, il torero sfidando la sorte – accompagnati dalle grida e le reazioni del pubblico irruento, quasi invasato. Del toro sentiamo il respiro, percepiamo la rabbia, la furia, il dolore, finché sanguinante non lo vediamo cadere a terra e uscire di scena trascinato, dei cavalli e dagli operatori che controllano l’arena, mentre dell’uomo vediamo i movimenti eleganti, sentiamo gli incitamenti con cui smuove l’animale, la ferocia nello sguardo se viene colpito e la brutalità con cui immerge la spada nella carne. Fuori dall’arena, quello che ci viene mostrato è un giovane, fortemente credente, che prega di scamparla, circondato da un team che non perde occasione per motivarlo e spronarlo a fare sempre meglio, ad essere indimenticabile, magnetico, a diventare una star inarrivabile. Tutto ciò è ripreso da una macchina da presa che resta fissa o che, implacabile, stringe e allunga le immagini che devono suscitare reazione – che essa sia sgomento o appagamento –, e che lo fanno coscientemente senza prendere posizione nella discussione etica e morale che da anni prosegue e si impegna in una campagna di sensibilizzazione che fatica ad attecchire dove le tradizioni sono fortemente radicate.

Ad Albert Serra, che per il titolo del suo documentario attinge da Hemingway, dal suo saggio Morte nel pomeriggio, interessa dare forma a quel pensiero dello scrittore americano che ben ha saputo sintetizzare Fernanda Pivano «Il torero è l’uomo che vive in stretta intimità con la morte […] l’uomo unito al toro in un solo corpo nell’istante che decide la morte di uno dei due». Una visione, un obiettivo coerente con la fascinazione per la morte che il regista catalano rappresenta, come continua e provocatoria sfida, nel suo cinema. Che sia perturbante, liberatoria o implacabile l’incontro con la fine è una cerimonia che richiede attenzione, tempo, eleganza: ed è così che lo stesso rito della vestizione avvicina il torero al re accudito, vegliato, amato, pianto dai suoi nobili de La morte di Luigi XIV, che il sangue e la danza macabra e spettacolare per la sopravvivenza genera un erotismo ancestrale, brutale, che richiama quello notturno e segreto di Liberté. Il maschile, forte e performativo, seppur avvolto da un costume che ne esalta il lato queer, non teme confronti: il misterioso e freddo sguardo di Andrés Roca Rey lo rende un enigma, un implacabile guerriero che a malapena sorride ai suoi fan, che studia il suo nemico e non ne ha pietà vantando il sangue impresso sul viso come prova dell’appuntamento che ancora una volta è riuscito a mancare.

Pomeriggi di solitudine è un’opera senza pari, unica, che non dà appigli allo spettatore, che lo trascina con sé nell’abisso atroce della competizione reiterata, per poi lasciarlo nell’arena, solo, quando essa si svuoterà definitivamente. Un documentario che si è tirato addosso le querele del torero protagonista che non ne ha apprezzato gli intenti e la resa, perché non vi è esaltazione, perché resta fuori campo tutto ciò che potrebbe dar forza e enfasi: il pubblico incitante è un contorno, un sottofondo, mentre sono la crudezza e la verità delle immagini nel loro significato esistenziale a parlare. Albert Serra, anche quando calato in un mondo che gli appartiene solo per natali e non per formazione, si dimostra un fuoriclasse, eterno provocatore, ancora una volta pronto a spingere lo spettatore a varcare le soglie della propria sopportazione.
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