Baki – Iperbole, violenza e mitopoiesi
Nel panorama contemporaneo dell’animazione mainstream giapponese, dominato da una proliferazione di narrazioni action sempre più spettacolari e cineticamente espanse, Baki occupa una posizione singolare. Tratto dal manga di Keisuke Itagaki e sviluppato prima da Group Tac e poi da TMS Entertainment, l’anime si distingue infatti per una poetica narrativa ed estetica che sembra porsi deliberatamente in controtendenza rispetto alle convenzioni consolidate del battle shōnen contemporaneo. Se opere come One Piece, Boruto o Chainsaw Men sono arrivate a privilegiare la fluidità del movimento, la spettacolarizzazione dell’energia e una progressiva astrazione della corporeità, Baki costruisce il proprio universo simbolico attorno a un principio opposto: la radicale iper-materializzazione del corpo e della violenza.

Ciò che emerge fin dai primi episodi è la presenza di una struttura narrativa fondata sull’iperbole. In Baki l’esagerazione non rappresenta un mero espediente stilistico né una semplice amplificazione spettacolare del combattimento; essa costituisce piuttosto la grammatica fondamentale dell’opera. Tutto, nella serie, sembra essere sottoposto a un processo di intensificazione estrema: le capacità fisiche dei personaggi, la brutalità degli scontri, la posta in gioco di ogni duello e persino il registro emotivo che attraversa le relazioni tra i protagonisti. Questa iperbolicità diffusa non va tuttavia interpretata come un tentativo di superare continuamente il limite del verosimile per puro effetto sensazionalistico. Al contrario, essa funziona come dispositivo mitopoietico. Baki mira, infatti, a rappresentare il combattimento come evento rivelatore. Ogni scontro diventa un momento di verità in cui il corpo, portato al limite delle proprie possibilità, rivela la natura più profonda di chi lo abita. La psicologia, in questo universo narrativo, si manifesta quindi attraverso la tensione muscolare, la resistenza al dolore, la capacità di dominare o annientare l’avversario. Il corpo diventa così il luogo in cui l’identità si espone e si definisce.

All’interno di questa logica iperbolica si colloca anche un altro elemento particolarmente significativo della serie: l’assorbimento e la rielaborazione di figure realmente esistite nella storia contemporanea. Personaggi chiaramente ispirati a icone della cultura popolare come Muhammad Ali, il rivoluzionario Che Guevara o addirittura l’ex presidente degli Stati Uniti George W. Bush entrano nell’universo di Baki come icone simboliche già cariche di significato culturale. La presenza di Muhammad Ali e del figlio, Muhammad Ali Jr., ad esempio, nel contesto della serie, diventa il vettore di un’idea specifica del combattimento, quella di una disciplina regolata, codificata, fondata su una tecnica raffinata e su una precisa tradizione sportiva. Quando questa figura viene introdotta nell’universo brutale e anarchico di Baki, si produce un confronto tra due concezioni radicalmente diverse della violenza. La boxe, con le sue regole e la sua etica agonistica, viene messa alla prova in un mondo in cui ogni forma di limite normativo sembra dissolversi. Ciò che emerge non è una semplice gerarchia di forza, ma una riflessione implicita sulla fragilità delle istituzioni sportive quando vengono confrontate con una violenza primordiale e non mediata.

Ancora più esplicita, in questo senso, è la rielaborazione della figura di Che Guevara. Il personaggio di Guevaru conserva l’aura iconica del rivoluzionario latinoamericano — simbolo globale di ribellione e opposizione all’autorità — ma questa dimensione politica viene radicalmente trasformata. In Baki, la rivoluzione viene trasposta sul piano del corpo. La sfida all’ordine costituito diventa un confronto fisico diretto, una lotta individuale in cui la resistenza all’oppressione si esprime attraverso la capacità di piegare o sopportare la violenza. La serie compie così una sorta di traslazione simbolica e il conflitto storico-politico viene convertito in conflitto corporeo, come se ogni forma di potere potesse essere ricondotta, in ultima istanza, alla pura dinamica della forza.

Questa centralità assoluta del corpo si riflette con particolare evidenza anche sul piano estetico e figurativo. I personaggi di Baki sono rappresentati attraverso una morfologia esasperata: corpi ipertrofici, muscolature monumentali, simmetrie anatomiche che richiamano più la scultura classica che la fisiologia realistica. Tuttavia, ciò che colpisce non è soltanto la dimensione iperbolica della muscolatura, ma il modo in cui questi corpi vengono animati. A differenza di molte produzioni contemporanee, in cui il combattimento è costruito attraverso una continua deformazione delle figure e una progressiva astrazione grafica, Baki privilegia una rappresentazione estremamente concreta e pesante del movimento. Per tornare ad alcune delle produzioni più centrali nel panorama dell’animazione mainstream contemporanea, come One Piece, Chainsaw Men, Boruto o Jujutsu Kaisen, durante le fasi di combattimento i corpi tendono a dissolversi in traiettorie luminose, scie di energia, esplosioni cromatiche che trasformano il movimento in puro flusso visivo. La camera virtuale, nello specifico, svolge una funzione centrale assumendo le caratteristiche di uno sguardo ubiquo. In Baki, al contrario, la forza appare come massa che colpisce, comprime e frattura. Questo principio si traduce in una costruzione dell’azione fondata su stacchi di montaggio bruschi, pause improvvise e colpi isolati. Il combattimento, più che venire pensato come una danza fluida, si svolge come una successione di impatti. Ogni gesto è separato, evidenziato, quasi sezionato.

In questo senso, si potrebbe dire che l’estetica di Baki privilegia l’urto rispetto al flusso, con l’animazione che tende ad enfatizzare la materialità del corpo. Ogni colpo appare pesante, localizzato, inscritto nella carne e nelle ossa dei personaggi. L’ossessione anatomica della serie — che spesso nomina esplicitamente muscoli, tendini e articolazioni — contribuisce a rafforzare questa impressione di densità corporea. Il corpo è il luogo stesso in cui la violenza prende forma.
A completare questo dispositivo narrativo ed estetico interviene infine l’elemento decisivo della voce narrante. In Baki, il compito della voce off non è puramente esplicativo; il suo compito, cioè, non è solo quello di chiarire ciò che l’immagine mostra, ma trasformarlo in racconto. La serie costruisce infatti una forma di narrazione epica in cui gli eventi vengono continuamente commentati, interpretati e amplificati da una voce che oscilla tra l’esteriorità del narratore onnisciente e la testimonianza diretta dei personaggi. Talvolta la voce narrante appare come un osservatore esterno, quasi un cronista mitologico che descrive le imprese dei combattenti come se appartenessero già a una tradizione leggendaria. In altri momenti, invece, il racconto viene affidato a personaggi che hanno assistito agli scontri e ne riportano la memoria. Questa oscillazione produce un effetto di polifonia testimoniale: il mondo di Baki sembra popolato da narratori, spettatori e cronisti che tramandano le gesta dei combattenti come se fossero episodi di una saga orale. Il risultato è che ogni combattimento appare come qualcosa che merita di essere ricordato e raccontato. La violenza, filtrata attraverso la narrazione, viene elevata a gesto epico. In questo senso la voce narrante svolge una funzione simile a quella del coro nella tragedia greca: non partecipa direttamente all’azione, ma ne interpreta il significato e ne amplifica la portata simbolica.

Considerata nel suo insieme, l’estetica di Baki può essere letta come una radicale operazione di mitizzazione del corpo. Attraverso l’iperbole narrativa, l’assorbimento di figure storiche trasformate in icone simboliche, la rappresentazione monumentale della muscolatura e la presenza costante di una voce che trasforma l’azione in racconto, la serie costruisce un universo in cui la forza fisica diventa il principio ordinatore dell’esperienza. In questo mondo, esistere significa resistere, e resistere significa combattere. È forse proprio questa coerenza radicale — questa ostinata fedeltà all’idea che il corpo sia l’ultima e definitiva misura dell’essere — a rendere Baki un oggetto tanto singolare nel panorama dell’animazione mainstream contemporanea: un racconto che, sotto la superficie dell’eccesso spettacolare, continua a interrogare una delle fantasie più antiche della cultura umana, quella di una forza capace di trasformare il gesto individuale in mito.

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