Non siamo più “Friends” – La comedy dei nuovi adulti
Se stai leggendo questo articolo dopo aver chiuso TikTok forse non dovresti fare l’ennesimo rewatch di Friends. I personaggi sono familiari, i bar in stile shabby chic fanno venire voglia di sedersi e parlare per ore senza ordinare niente, le risate preregistrate riempiono, confortevoli, il silenzio del tuo pranzo, eppure quella narrazione comica della vita adulta non è più realistica. La coda dell’era d’oro della sitcom risplende nel presente come un tramonto particolarmente bello, ma non più molto caldo.
Abbiamo ancora voglia di vedere Marnie (Allison Williams) imbarazzarsi di fronte a tutti cantando Stronger in Girls, la New Girl Jess (Zooey Deschanel) trovare un appartamento su Craigslist, di perderci tra le vignette di How I Met Your Mother che Ted (Josh Radnor) racconta ai suoi figli. Altrimenti detto, abbiamo ancora voglia di ritrovare nella comedy quell’ottimismo millennial che caratterizza la serialità a partire dalla fine degli anni ’90 fino al termine di quel periodo di agognato progresso sociopolitico rappresentato dalla presidenza di Obama. Il matrimonio gay era diventato legale, gli stipendi crescevano, le serie ti mostravano che potevi trasferirti a Manhattan scrivendo per BuzzFeed.
C’è un catalogo di serie ormai diventate cult che raccontano il passaggio all’indipendenza come una transizione spensierata: guardiamo e riguardiamo ossessivamente questo album del passato, lasciando che altri prodotti – più capaci di rappresentare la contemporaneità – rimangano nell’ombra. Questa nostalgia non è nuova, né particolarmente difficile da spiegare davanti a un presente (e a un futuro) funesto, dove diventare grandi non è più così divertente. Si tratta anche di una risposta naturale all’infinita abbondanza di contenuti sulle piattaforme, che ci lascia spaesati e ci riporta su strade battute, che sappiamo già essere ben fatte e confortevoli.

Nel sottobosco, però, tra le miriadi di proposte in streaming, si annidano delle nuove narrazioni che raccontano i nuovi adulti: quelli che la crisi l’hanno conosciuta dopo il 2008, che hanno vissuto parte dell’adolescenza in lockdown e si trovano catapultati in un mondo che non riesce più ad accoglierli, almeno non come prima. Non solo queste serie rappresentano una contemporaneità non altrove tematizzata, ma riflettono – e creano – l’umorismo della generazione Z. Si distinguono perciò da quelle appartenenti all’“olimpo” delle sitcom, ormai invecchiate, descrivendo un coming of age che modifica il paradigma comico finora dominante. L’ingresso e i primi passi nella vita adulta erano l’oggetto privilegiato della comedy perché presentavano tutti i presupposti per essere il regno della spensieratezza e della sperimentazione. Non si rideva della, ma con la vita adulta (con gli amici, gli amanti, persino il proprio capo). Gli episodi (molti) abbondavano di slice of life in cui i personaggi si sentivano liberi di provare abiti diversi e peccare di troppo entusiasmo – di essere, in termini contemporanei, semplicemente cringe.

L’ironia della nuova comedy invece non ha un tono formale, ma una struttura esistenziale, che in alcuni casi si acuisce nel sarcasmo. Se prima l’umorismo veniva utilizzato come una posa – per mostrare che i nuovi adulti millennial avevano più strumenti per affrontare un mondo più complesso, ed erano abbastanza sagaci da non prendersi troppo sul serio – ora la costante deprecazione di sé e degli altri è necessaria per restare a galla. Evitare la serietà, dire sempre il contrario di ciò che si pensa, è semplicemente lo strumento per nascondere che la Gen Z questi strumenti per affrontare il mondo non è sicura di averli. Anche l’amicizia allora – il comune denominatore – diventa, oltre che rifugio personale, una questione di sopravvivenza.
Così i protagonisti di Adults (2025, Disney+), cinque amici che si barcamenano a New York, non riescono a pagare l’affitto e si trasferiscono gratuitamente nella casa dei genitori di Samir (Malik Elassal) – poco male, se non fosse che nessuno di loro ha un lavoro vero (a parte forse Anton, interpretato da Owen Thiele). Il precariato è pura ordinarietà, la necessità è virtù. I loro problemi sono altri. Per esempio, il debito medico accumulatosi su Billie (Lucy Freyer), o il fatto che Paul Baker (Jack Innanen) – uno di quegli amici che chiami per nome e cognome – debba trovare un modo di rinnovare il suo visto. La wokeness di Issa (Amita Rao), il femminismo di Samir, lo stile relazionale evitante di Anton sono delle performance consapevoli (almeno in parte). Il titolo stesso vuole svelare una contraddizione: come si può essere Adults se le tradizionali condizioni per diventarlo vengono meno? Forse, allora, se le cose non cambiano, serve inventarsi un nuovo termine.

Persino la città, il luogo della realizzazione di sé, si rapporta all’ambiente domestico secondo nuove coordinate, anche in una serie che sembra focalizzata sulla metropoli come I Love LA (2026, HBO Max). Quando Carrie Bradshaw e le sue amiche sfilavano per New York, il glamour della loro vita privata pareggiava il glamour della loro carriera. New York era l’orizzonte onnicomprensivo, il grande inglobatore di uno stile di vita invidiabile. Maia e i suoi amici abitano una Los Angeles compartimentalizzata, che potrebbe benissimo essere Milano. Da una parte c’è lo spazio degli influencer e delle magioni hollywoodiane, dall’altra quello della realtà comune, in cui esistono persone normali che fanno lavori fondamentali – come Dylan (Josh Hutcherson), il ragazzo di Maia, che insegna spagnolo a scuola. I bullshit jobs di Maia e della sua amica-cliente Tallulah (Odessa A’zion), aspirante it girl, portano a situazioni altrettanto ridicole.
La comicità risulta dal contrasto tra le varie sfere della vita metropolitana e dalla sovrapposizione di momenti superficiali e problematiche profonde, come quando Dylan e Maia discutono di acquistare un’arma e qualcuno inizia a sparare, o quando Charlie (Jordan Firstman), intrappolato in un circolo vizioso di relazioni sessuali occasionali e amicizie insoddisfacenti, diventa lo stilista di un innocente cantante cristiano. Tutti i micro-trend e i luoghi comuni della Gen Z vengono sfruttati: l’estetica è camp, così come la recitazione, e non pretende mai di non essere eccessiva, tranne nei momenti in cui dei sentimenti genuini emergono tra un post e l’altro.

Si tratta di serie hyperpop, così come la loro soundtrack, sature del presente e dei suoi riferimenti culturali. Perché, allora, continuiamo a guardare Friends, senza osare addentrarci in questo sottobosco, sicuramente più ombroso, ma più simile a noi? La comedy di certo non dovrebbe essere un luogo pauroso, ma oltre che intrattenere gli spettatori ha il compito di intrattenere un discorso con il presente. Le serie cult degli anni ’90 e dei primi anni Duemila possono farci ridere a un livello superficiale, sfruttando dinamiche e stereotipi che funzionano trasversalmente; la commedia, però, è efficace quando punta il dito oltre lo schermo, e prende in causa il qui e ora di chi sta guardando, come fanno Adults e I Love LA.
Senza dubbio, il motivo per cui queste serie non hanno ricevuto molta attenzione è in primo luogo relativo a problemi di marketing – sono state pubblicizzate principalmente attraverso edit su TikTok, senza un’attività promozionale forte. D’altro canto, influisce anche una questione di escapismo: piuttosto che accettare un confronto con una comicità sfacciata, che non vuole consolare nessuno, si preferisce pensare che lavorando sodo potremo permetterci un appartamento da soli, o che la fama mediatica non sia davvero così accessibile. È però tempo di scoprire narrazioni che rappresentino davvero la nuova generazione e che siano capaci di (auto)critica, per guardare al presente con una risata un po’ più impertinente (o, come direbbe una delle muse della Gen Z, un po’ più bratty).

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