La scelta di Joseph – Il paradosso del viaggio e della vita
Il cinema nasce muto e la potenza delle immagini nel corso dell’evoluzione di questa macchina immaginifica si incrementa accogliendo sempre nuove sofisticate innovazioni, tali per cui lo spazio-tempo dell’immagine non si situa semplicemente di fronte allo spettatore, diviene penetrabile in molteplici direzioni possibili. L’integrazione del suono e della voce diventa elemento essenziale di una polisemia che non solo rende più visibile il reale ma va oltre di esso, nella concrezione di quei fili e associazioni che sfuggono allo sguardo o nei viaggi surreali e fantastici che parlano per paradosso della nostra vita.
Cosa succede quando lo sguardo del cine-occhio da mobile viene limitato a un ambito ristretto come lo spazio chiuso di un’automobile? Cosa succede quando la parola e la voce degli attori si fanno carico del visibile di un intero film?

È quanto accade nel film francese La scelta di Joseph di Gilles Bourdos – remake dell’inglese Locke (Steven Knight, 2013) di cui riprende interamente la magistrale sceneggiatura – interpretato da Vincent Lindon e girato interamente in un’automobile, ad eccezione del prologo di apertura. Dopo infatti la sequenza iniziale che mostra con dolly panoramici gli ambienti asettici di un grande e impegnativo cantiere edilizio nelle sue fondamenta, vediamo colui che poco dopo capiamo essere il protagonista entrare in una automobile da cui inizia il paradosso del film. Paradosso per cui la camera fissa all’interno dello spazio chiuso dell’automobile registra un viaggio verso una destinazione inizialmente ignota.
Lo svolgimento narrativo che muove dalla indeterminatezza ben tenuta per sciogliersi già nel primo quarto di film in cui apprendiamo l’identità del protagonista e il motivo del viaggio, si regge tutto sulla drammaturgia delle conversazioni telefoniche con gli altri personaggi del film, comprimari ma invisibili pilastri di un immenso fuori campo. La storia è tout court fuori campo, condensata nelle voci degne di una potenza narrativa che sfida il visibile per rendere attraverso toni, inflessioni, pause, silenzi, grida, pianti, interruzioni, sospensioni, il mosaico di affezioni emotive della vita che ruota attorno a uomo perbene, sicuro di sé, irreprensibile ma scisso da un singolo evento. Una macchia s’imprime sulla sua immagine, di cui il film non dà alcuna connotazione drammaturgica. Nell’aleatoria fissità in cui permane il protagonista, a focalizzare la narrazione è solo ciò che lo muove, la “ragione” o non ragione del viaggio. La scelta di Joseph infatti è la scelta del rischio, lascia il cantiere da lui diretto nelle mani di un suo fidato dipendente la vigilia dell’avvio dei lavori, per andare a incontrare quell’evento. Sceglie davvero?

Prima di assumere la funzione significante, la voce è essenzialmente espressione di “reciproca invocazione”, uno scambio attraverso il quale si istituisce la relazione intersoggettiva. Allora assistiamo ad una sequenza di scambi che scandiscono la vita di Joseph, con i due figli maschi e la moglie, la giovane donna che sta per raggiungere in ospedale, i colleghi di lavoro, il superiore dell’azienda multinazionale per cui lavora e i suoi diretti collaboratori e dipendenti, un amico e le persone che attraversano incidentalmente il lembo di vita di questo viaggio, un medico e un’ostetrica, un dipendente delle forze dell’ordine del comune.
Poi c’è qualcosa che continua a indirizzarsi al soggetto indipendentemente dalle sue azioni volontarie, come nella traccia di una ripetizione trans generazionale che parla attraverso il soggetto. Nella misura in cui qualcosa nella propria voce sfugge sempre, qualcosa che rende la voce estranea al soggetto, il protagonista assume su di sé questa estraneità. Non solo nel circuito di domanda e risposta in cui si insinua sempre una domanda d’amore altra, originariamente disattesa, o nelle parole che non vuole intenzionalmente dire e che parlano in sua vece. È ad un certo punto in una conversazione irreale, nello sguardo verso qualcuno che non c’è, non c’è mai stato ma che ha scritto la vita di Joseph e al quale gli si rivolge. È questa assenza (che non sveliamo) la ragione, la causa originaria, in senso lacaniano, del viaggio del protagonista.

L’esperimento drammaturgico, narrativo e registico di condensazione dello spazio filmico ad un’unità minimale si distingue da illustri precedenti per la dimensione trans esperienziale sottesa alla dimensione intima della parola e della voce. Se per esempio la natura delle scelte di regia di Taxi Driver di Scorsese e Taxi Teheran di Jafar Pahani si può ricondurre ad una radice politica nel tratteggiare un affresco senza sconti dei rispettivi paesi, attraverso il caleidoscopio di vite che entrano per breve tempo nel piccolo abitacolo in movimento o che entrano surrettiziamente attraverso la visuale del finestrino, in un chiasmo tra collettivo e individuale, questo film, esente da qualsivoglia intenzione politico-sociale, al contrario si gioca tutto su un piano intimistico. Lungi dall’essere connotato come un classico road movie sulla scia di Il sorpasso, si tratta di un topos rettilineo al pari di un buio tunnel: non vediamo se non dall’interno di una macchina la traiettoria di una strada notturna.
Sebbene l’estrema mimesi della vita che si evince dalle conversazioni del protagonista e dalla camera centrata sul corpo, sulla gestualità e sulla mimica dell’attore – prova superbamente calibrata di Lindon – denoti un appiattimento realistico, senza mai cadere nella noia o nella perdita di attenzione, l’effetto è piuttosto quello di una superficie specchiante dove in un’apparente naturalezza vediamo ciò da cui siamo comandati senza saperlo. Il paradosso della voce elettronica che il protagonista comanda chiedendo all’assistente virtuale di inoltrare di volta in volta le chiamate, ci rivela questo rovesciamento.
E viene da chiedersi alla fine del film, con l’irruzione di una nuova voce, il pianto di un neonato, voce che non dice niente, tutt’uno con un corpo, se non sia il viaggio di ritorno all’origine del protagonista, un’origine modificata da una variazione della dialettica con l’Altro. Un non senso fatto proprio. Così come ciascuno spettatore può incontrare il finale nella singolarità assoluta della propria origine.
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